Franco Fortini

«Avanti!» 23 dicembre 1956

L’anno imputridisce nel suo dicembre. Da due mesi la piaga dell’Europa centrale non si rimargina. I sovietici non sanno come guarirla. Ancora una volta chi paga, chi muore, chi uccide ed è ucciso, sono uomini e donne del popolo, i visi delle sette del mattino, in nome dei quali abbiamo osato parlare.
Abbiamo creduto di aver tutto fatto, quando abbiamo riconosciuto «gli errori e i crimini» denunciati a febbraio? Ma per quanti di noi quel riconoscimento è stato fatto solo a fior di labbra. Per quanti di noi è stato una scusa per evitar di guardare più a fondo. Né mancano oggi i falsi eroi stoici che «stringono i denti», con lo-strazio-nell’anima, dicono. Con la maschera del rivoluzionario, diciamo meglio; piccoli Geroe pronti a mobilitare contro i propri sentimenti la propria interiore «polizia segreta» piuttosto che riconoscere, davanti al congresso della coscienza, non diremo gli errori – che sono di tutti e che solo in comune possiamo riparare – ma la radice degli errori, che non si distrugge se prima ciascuno, da solo, non l’ha veduta bene, come s’affonda nel cuore e nel cervello. Non più tardi di otto mesi fa György Lukács era in Italia. Quando comparvero in italiano i suoi primi scritti non mancarono alcuni comunisti che per amor di Revai e di Fadèiev (i quali mal perdonavano a Lukács di avere ragione) gli fecero il viso dell’armi, dichiarando che da noi bastavano De Sanctis e Gramsci, per tacer di Croce. Poi si vide che Lukács era qualcosa d’altro e che avevamo tutti qualcosa da imparare da lui. Venne da noi e fu ricevuto, ascoltato invitato, presentato, intervistato, fotografato; gli editori si contendevano le sue opere. Oggi non sappiamo dove sia questo «gran signore dello spirito», come, ancora in maggio, lo salutò il «Contemporaneo». È forse con Nagy in un castello di Transilvania? O ricerca le carte di uno dei suoi allievi, studioso di Proust, di cui ci parlò queste maggio e che fu forse fra coloro che al mattino del 4 novembre andarono a salutarlo prima di scendere per la via contro i sovietici e non tornare? Da Berlino, leggiamo, si osa invitarlo ad una autocritica. Questo maestro della critica, crediamo, non ha bisogno di simili impronte sollecitazioni. Quali siano i suoi pensieri d’oggi, quale la veste politica che egli voglia loro conferire, non sta a noi volerlo prevedere. La passione della obiettività – che gli consigliò in altri tempi il sacrificio della soggettiva coerenza – avrà in lui resistito allo spettacolo della nuda esistenza dell’immediatamente umano, dell’uomo senza maiuscola, che affronti morte fame sciopero prigione perché non crede più alla benefica saggezza strategica della storia?

[questo testo è incompleto]

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