La lettera di Fortini, destinata alla pubblicazione contemporanea su «Il Punto» e su «L’Avanti» fin dalla scorsa settimana è stata dovuta da noi rinviare a questo numero: la pubblichiamo insieme a due lettere di precisazione da parte di Sergio e Carlo Bertelli che venivano chiamati in causa dal Fortini.

«Il Punto» 29 dicembre 1956

Franco Fortini

Non più di otto mesi fa György Lukács era in Italia. Quando comparvero in italiano i suoi primi scritti non mancarono alcuni comunisti che per amor di Revai e di Fadèiev (i quali mal perdonavano a Lukács di aver ragione) gli fecero il viso dell’armi, dichiarando che da noi bastavano De Sanctis e Gramsci, per tacer di Croce. Poi si vide che Lukács era qualcosa d’altro e che avevamo tutti qualcosa da imparare da lui. Venne da noi e fu ricevuto, ascoltato, invitato, presentato, intervistato, fotografato; gli editori si contendevano le sue opere. Oggi non sappiamo dove sia, questo «gran signore dello spirito», come, ancora in maggio, lo salutò il «Contemporaneo». È forse con Nagy in un castello di Transilvania? О ricerca le carte di uno dei suoi allievi, studioso di Proust, di cui ci parlò questo maggio e che fu forse fra coloro che al mattino del 4 novembre andarono a salutarlo prima di scendere per la via contro i sovietici, e non tornare? Da Berlino, leggiamo, si osa invitarlo ad una autocritica. Questo maestro della critica, crediamo, non ha bisogno di simili impronte sollecitazioni. Quali siano i suoi pensieri d’oggi, quale la veste politica che egli voglia loro conferire, non sta a noi volerlo prevedere. La passione della obiettività – che gli consigliò in altri tempi il sacrificio della soggettiva coerenza – avrà in lui resistito allo spettacolo della nuda esistenza, dell’immediatamente umano, dell’uomo senza maiuscola, che affronta morte fame sciopero prigione perché non crede più alla benefica saggezza strategica della storia?
C’è stato chiesto da Levi di parlare agli scrittori sovietici anche di Lukács. Lo avevamо fatto prima che ce lo chiedessero. Non tocca comunque a coloro che mai, su questi argomenti, hanno taciuto. Tocca a coloro che per colleganza accademica, solidarietà di partito e autorità di studi sanno chi Lukács sia. Alatri, Battaglia, Bertelli, Bianchi-Bandinelli, Banfi, Cantimori, Chiarini, Colletti, Della Volpe, Gerratana, Lombardo-Radice, Manacorda, Mussola, Salinari, Trombadori, per ricordare i primi che ci vengono alla memoria, non hanno nulla da dire?
Il significato indubbiamente politico d’una pubblica deplorazione della scomparsa di Lukács dalla sua cattedra di Budapest non vale ai loro occhi il diritto di poter continuare a dirsi difensori della giustizia e della libertà? Eppure una carità ben ordinata comincia da se stessi.
Uno di costoro, anni or sono, ebbe a scrivere che probabilmente i suoi colleghi universitari borghesi non si sarebbero mossi qualora egli fosse stato, come comunista, colpito da qualche provvedimento persecutorio. Ma sempre e in ogni caso avrebbe trovato, possiamo oggi aggiungere noi, la solidarietà socialista, e anche di chi non avesse per avventura condivise talune delle sue tesi di studioso e di politico. Fra i nominati, ci sono forse coloro che contano sulla corta memoria degli italiani e anche dei loro compagni? Almeno ricordino che il diritto morale, non quello costituzionale, di insegnare e di scrivere, come lo si acquista, così anche lo si può perdere.

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