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Ti scrivo in una pausa di una gior­nata in­ten­sa­mente «fi­lo­so­fica», in di­scus­sione d’este­tica con Lukács la mat­ti­nata, poi a pranzo con lui in col­lina (nel ri­sto­rante in cui un anno fa ho por­tato la più af­fa­sci­nante delle donne, quest’anno sono an­dato con la più for­mi­da­bile te­sta di fi­lo­sofo) e tra poco lo do­vrò ac­com­pa­gnare in giro per To­rino. E’ un vec­chietto dalla for­mi­da­bile chia­rezza, ve­nata dalla ma­lin­co­nia e ma­li­zia de­gli ebrei. Mi di­verto a cer­care di but­tare sas­so­lini pun­tuti nella sua mac­china e ve­der­glieli re­sti­tuire per­fet­ta­mente le­vi­gati e sfe­rici. Un uomo che eser­cita su di me in­sieme av­ver­sione e at­tra­zione, di cui per­corro pa­gine e pa­gine av­ver­sando il suo — pur dut­ti­lis­simo e acu­tis­simo – si­ste­ma­ti­ci­smo e ogni tanto ci trovo uno squar­cio di una tale am­piezza d’illuminazione da la­sciare storditi.

http://www.forumcivico.it/le-lettere-damore-di-italo-calvino-95.html

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