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Giuseppe Petronio

«Omnibus» 8 ottobre 1950

 

lukacsemoglie

Il passato – ciò che è accaduto: storia, arte, cultura – si trasforma, come il mostro della mitologia, di generazione in generazione, all’urgere di nuovi interessi e nuovi pensieri: ogni generazione interpreta se stessa e tutta la storia, e presume di aver interpretato per sempre; ma la generazione seguente giudicherà della storia e di lei stessa, già storia, in maniera diversa.

Gli uomini della prima metà dell’Ottocento avevano visto il loro secolo come un contrasto tra romanticismo e classicismo, o, in termini più larghi, tra romanticismo e illuminismo: sentimento contro ragione, ispirazione contro regole, nazione contro cosmopolitismo, fede contro indifferenza: due secoli, l’un contro l’altro armato. Gli uomini della seconda metà ritoccarono il quadro: all’idealismo opposero il positivismo, e molti sentirono di riallacciarsi così al «secolo dei lumi»; al romanticismo opposero il realismo o il verismo o il naturalismo, e parve loro di ricollegarsi al classicismo preromantico. Poi, il quadro si fece più complesso e più sfumato: romanticismo divenne alcunché di vago: poeti che si erano detti paladini dei classici si svelarono romantici, si parlò di più generazioni romantiche, i veristi parvero ricollegarsi ai romantici schietti, il romanticismo parve non tanto armato contro l’illuminismo, ma una sua evoluzione o una sua involuzione: quanto più la nuova cultura, quella del novecento, si frantumò in correnti e scuole, tanto più l’interpretazione dell’Ottocento fu diversa, rotta, contraddittoria.

Ma intanto una nuova interpretazione comincia a farsi strada, anche tra noi, tra alcuni almeno di noi. Ed è un’interpretazione tutta diversa dalle solite, tale da far scandalo, eppure tra le più coerenti e le più solide, perché costruita su tutta un’organica e integrale concezione della vita e della cultura. È l’interpretazione, diciamo cosi per intenderci, marxista, che va ricostruendo pezzo per pezzo tutta la storia della cultura europea, con un metodo e un gusto forse non sempre sicuri (sono in costruzione anch’essi), ma con principii ben saldi. Di saggi nostri – cioè d’italiani e sulla letteratura italiana – non abbiamo ancora molto da citare: qualcosa di Natalino Sapegno sul Manzoni, sul Carducci, sul Verga; un saggio di Gaetano Trombatore ancora sul Verga; studi sul Leopardi, specialmente di Luporini; scritti sul Giusti; e, se è lecito citare se stesso, un mio saggio in corso di stampa sul Pirandello. Poco ancora: primi colpi di piccone, più ancora a sgombrare il terreno dalle vecchie costruzioni che a porre le pietre di un nuovo edificio.

Ma fuori d’Italia si è lavorato di più, e c’è già qualche critico che è un classico, György Lukács per esempio, di cui si è pubblicato tempo fa da Mondadori un volume goethiano, e di cui esce ora una raccolta di saggi su scrittori francesi e russi (Saggi sul realismo. Einaudi, 1950). Leggere Lukács per chi sia fuori del sistema, fuori, intendo dire, dell’ordine di pensieri e d’interessi del critico, dev’essere sconcertante; ma io mi permetto di consigliarne la lettura agli amici. Dapprima, probabilmente, la pigrizia e la novità faranno ribellare; ma a continuare la lettura, con quella paziente umiltà che dovrebbe aversi innanzi ad ogni pensiero nuovo, si imparerà molto, e molti pregiudizi crolleranno in pezzi. E si vedrà soprattutto che si può discutere e dissentire, ma che occorre discutere e dissentire con serietà e con impegno, non cavandosela, come ho visto fare da qualcuno, con battute più o meno di spirito.

Lukács è un marxista, di convinzioni e di studi, e la storia dell’Ottocento è logicamente per lui storia di conflitti tra borghesia e proletariato, storia di un’accanita e coerente lotta di classe, che colora di sé anche l’arte e la cultura e impone a ogni artista e ad ogni intellettuale di prendere, ne sia o no cosciente, il suo posto. La letteratura perciò naturalmente accompagna con le sue varie vicende le varie vicende di quella lotta, ed è evolutiva o involutiva, progressista o reazionaria, secondo che l’età in cui lo scrittore opera sia di evoluzione o di involuzione, di progresso o di conservazione. Ma Lukács è un marxista vero, intendo dire che è un marxista e non quell’idolo polemico che spesso gli avversari si costruiscono per il gusto di poterlo facilmente atterrare; e, come un marxista vero, ha dell’arte e della cultura un serio elevato concetto. Ed ha un gusto sano ed umano, non viziato da decadentismi di nessun genere: l’arte che egli ama è l’arte classica, «quell’arte sublime che ritrae interamente l’uomo, l’uomo totale nella totalità del mondo sociale», e quest’arte, per lui, si chiama realismo: «I Greci, Dante, Shakespeare, Goethe, Balzac, Tolstoi, sono tutti egualmente espressioni adeguate alle singole grandi tappe dell’evoluzione umana, e guide e modelli nella lotta ideologica per la formazione dell’uomo totale».

Naturalmente, allora, questo realismo è per lui qualcosa di diverso dal naturalismo: un’arte che dia un rilievo eccessivo agli aspetti fisiologici dell’esistenza umana e dell’amore è altrettanto falsa quanto un’arte che dia un rilievo eccessivo ai processi puramente psichici: «ognuno riconoscerà – scrive magnificamente il Lukács – che i coiti, diciamo, tra Didone ed Enea o tra Romeo e Giulietta, descritti alla maniera di Zola, si assomigliano tra loro molto più che non i conflitti erotici descritti da Virgilio e da Shakespeare, i quali gettano luce anche su un’inesauribile ricchezza di epoche, di civiltà, di tipi.

Svolgendo questi principi il Lukács studierà Balzac, Zola, Tolstoi, Dostoievskij, i critici democratici russi, e dalle sue pagine penetranti, ricche di giudizi, di osservazioni, di principii metodologici, non usciranno solo rinnovati i ritratti di alcuni tra i più grandi scrittori europei dell’Ottocento, uscirà rinnovato, nelle sue linee essenziali, il quadro tutto dell’Ottocento europeo.

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