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pvicoQuando György Lukács venne informato della gravità della sua malattia, si dette a lavorare intensamente per portare a termine, a ritmo accelerato, la revisione dell’Ontologia dell’essere sociale. Il rapido peggioramento dello stato di salute, tuttavia, gli impediva di compiere quel lavoro, per lui così importante, ad un livello che fosse all’altezza dei propri criteri di qualità. Decise quindi di buttar giù un abbozzo di autobiografia, in parte per il minore impegno teorico che tale attività comportava, in parte per rispondere a un desiderio della moglie defunta. Ma, una volta pronto l’abbozzo, fu evidente che egli non aveva più l’energia per elaborarlo in uno scritto esauriente. Perfino il puro atto manuale di scrivere era diventato qualcosa che sempre più andava oltre le sue forze. Poiché, però, non avrebbe tollerato di rimanere inattivo, seguì il consiglio degli allievi a lui vicini di parlare della sua vita in presenza di un registratore. Cosa che fece, pur con uno sforzo sempre più pesante, rispondendo alle domande di Erzsébet Vezér e mie sulla traccia del suo abbozzo autobiografico (Pensiero vissuto). Analoghe interviste erano già state registrate da noi anche in passato (anzitutto nel 1969).
Nel lavoro di sistemazione e di redazione del materiale, io mi sono proposto due obiettivi. In primo luogo, riprodurre senza tagli il contenuto delle interviste, cioè tutto quello che Lukács riteneva importante dire su se stesso e il proprio tempo. In secondo luogo, offrire un testo leggibile e coerente. Per questo ho introdotto nelle interviste, oltre alle consuete correzioni stilistiche, anche cambiamenti strutturali. (István Eörsi)

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