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psicoA nessun pensatore espressionista spetta una particolare dignità nell’ambito della filosofia sistematica. E ciò non tanto per cattiva disposizione dei singoli, ma perché è nella finalità naturale di un pensare «per espressione» il rifiuto di un ordine del pensiero «per sistema», che richiama la tradizione, e in definitiva ciò che della poligrafia dell’espressione viene negato. Da Bloch al giovane Horkheimer, e fino al primo Lukács, questa disposizione è spinta al punto da farli apparire dei mediocri pensatori, poco costanti e ordinati. In effetti, l’imprecisione è una delle caratteristiche più evidenti della fenomenologia di pensiero del giovane Lukács: nessuno dei concetti chiave a cui si rivolgono i saggi di L’anima e le forme è definito con precisione, al punto che ogni tentativo di una sua ripetizione da parte di un commentatore sfiora il limite dell’arbitrio e della ridefinizione. Ed è significativo che questa disposizione lukacsiana si accompagni a un furor raziocinante continuo; non è dunque una mancata volontà di esattezza concettuale, ma piuttosto una scelta di metodo, necessariamente subita, se non avviata da un’opzione prestabilita. Si deve comunque concludere che la disposizione sistematica e la precisione definitoria non sono per il giovane Lukács buone vie verso la verità. La volontà razionalizzatrice e la predilezione per il pathos del concetto sono i due veicoli privilegiati del procedere del suo pensiero, e la loro coesistenza fa pensare direttamente a quel dualismo tra spirito geometrico e intenzione espressiva che si è voluto vedere come anime irrinunciate del primo espressionismo tedesco. Esattamente come nella poesia e nella pittura espressioniste, anche nei saggi di Lukács queste due componenti giocano in compresenza l’una dell’altra, piuttosto che indicare i termini di una divaricazione formale.

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