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di Mario Spinella

«Rinascita», n. 36, 15 settembre 1967.

In occasione della traduzione italiana di Storia e coscienza di classe di György Lukács e del ritorno nel Partito operaio socialista ungherese del grande studioso marxista, pubblichiamo un articolo di Mario Spinella, che affronta alcuni temi trattati da Lukács nella sua nuova, ampia prefazione a questa edizione italiana, e un articolo di Perlini – di cui è imminente un volume di saggi su Lukács –, che si riferisce particolarmente al testo dell’opera. Storia e coscienza di classe con la prefazione per l’edizione italiana è stato pubblicato dall’editore Sugar nella traduzione di Giovanni Piana.

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Il maggior torto che si possa fare a György Lukács — indipendentemente dal consenso o dal dissenso verso questo o quel momento del suo complesso itinerario di pensiero — è di ignorare, o anche soltanto trascurare, il carattere militante di tutta la sua opera di marxista. «Non è pensabile» — egli scriveva già nel 1921, nel suo ricordo di Rosa Luxemburg — «un marxista che pratichi l’oggettività dell’erudito da tavolino». Ciò suppone un intreccio costante tra biografia intellettuale e biografia politica; di più, ciò implica che lo stesso evolversi (o regredire, se è il caso) delle posizioni ideali del singolo marxista non possa mai esattamente venir compreso come mero fatto individuale, ma solo nel quadro della dinamica del movimento operalo rivoluzionario, delle sue vittorie e sconfitte, delle sue contraddizioni e svolte, delle difficoltà oggettive e soggettive delle quali la sua stessa storia è intestata.
È questo il primo, e coerente, richiamo che ci sembra doversi cogliere nell’ampia e meditata prefazione che Lukács ha voluto precedesse l’edizione italiana di Storia e coscienza di classe; ed è questa anzi l’ulteriore lezione metodologica marxista che egli intende dare — al di là delle annose polemiche su questa sua opera del ’23 — a vecchi e nuovi lettori. Individuare, come egli fa, nella prassi politica il momento delle proprie evoluzioni e trasformazioni intellettuali, significa fissare ancora una volta un punto centrale di riferimento nella lotta contro i pericoli e le deformazioni della «falsa coscienza» dei singoli o dei gruppi sociali, lotta che ha costituito tanta parte dello sfondo delle battaglie culturali di Lukács. In questo senso, e certo in modo più organico ed esplicito che nei precedenti suoi scritti a proposito di Storia e coscienza di classe e del destino storico di questo suo libro, la sua nuova e più ampia «autocritica» vuol essere anzitutto, sia pure in modo indiretto, una a «critica» rigorosa a quanti intellettuali si muovono – o intendono muoversi – nell’ambito del pensiero di Marx e dei suoi continuatori. Né vi è dubbio che, con l’introduzione privilegiata di questa categoria «pratico-teorica» che è la milizia rivoluzionaria in atto, vengono a configurarsi in un’ottica diversa molti degli studi dedicati al Lukács di Storia e coscienza di classe, non escluse le pagine, per molti versi pur così altamente stimolatrici del Merleau-Ponty delle Avventure della dialettica; o quella recente ripresa della problematica lukacsiana della «reificazione» che è L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. E semmai – al contrario – è ancora una volta, negli errori teorici e pratici, negli abbagli e nella lucidità autocritica di un Sartre che si riscontra il meglio di una lontana o prossima eredita metodologica del giovane Lukács: insita, appunto, nell’impegno politico diretto di Sartre nel suo essere non tanto e non solo un «erudito da tavolino», ma un militante impegnalo con tutto il peso delle proprie passioni, della propria biografia intellettuale, ed anche, necessariamente, con le proprie limitazioni, a specchio di una esperienza vissuta che non è soltanto sua propria.
Ma ciò significa anche, sul filo della indicazione dello stesso Lukács, leggere (o rileggere) Storia e coscienza di classe in modo nuovo; non soltanto cautelandosi nei confronti dei palesi residui di hegelismo, e del flusso idealistico che percorre l’orizzonte di alcuni saggi – gli uni e l’altro chiaramente denunziati, ancora una volta, in questa prefazione; ma andare anche più in là, prestando forse una maggiore attenzione ai saggi meno noti, o comunque più trascurati, che il libro raccoglie nella sua seconda parte. In «Legalità e illegalità», nelle «Osservazioni critiche sulla Critica della rivoluzione russa di Rosa Lussemburg», nelle «Considerazioni metodologiche sulla questione dell’organizzazione», non è infatti difficile scorgere più chiaramente quel nocciolo essenziale di «milizia di partito», che oggi è di moda screditare – ma che costituisce, del pensiero di Lukács (e non solo di Lukács: si guardi a Gramsci), insieme una chiave interpretativa e una permanente sollecitazione storico-critica.
Se si tiene conto di questi scritti, o ci si richiama – del resto – alla diretta e responsabile partecipazione di Lukács alle esperienze rivoluzionarie ungheresi negli anni in cui vennero elaborati, non sorprenderà più il lettore odierno – né gli sfuggirà in tutto il suo significato – l’argomentazione centrale di questa nuova Prefazione: che cioè a fare intendere all’Autore di Storia e coscienza di classe il limite maggiore di volontarismo estremistico che in essa era contenuto, siano state le riflessioni posteriori sui problemi di tattica e di strategia del movimento operaio ungherese, e – ancora una volta – la sua diretta partecipazione (con le cosiddette «tesi di Blum») alla lotta politica interna di quel partito comunista. Certo, Lukács associa giustamente, alla presa di coscienza derivante dall’esperienza pratica, quella che nel frattempo gli aveva offerto una approfondita conoscenza del pensiero e dell’opera di Lenin. Ma la stessa eccezionale «forza teorica» di Lenin – leggiamo ancora nella Prefazione – «poggia sul fatto che egli considera qualsiasi categoria – per quanto possa essere astrattamente filosofica – dal punto di vista della sua efficacia all’interno della praxis umana».
Se ci soffermiamo su questo punto, si chiarisce l’altra osservazione storico-critica che Lukács fa a proposito della individuazione (sia pure in forma ancora non rigorosa) del nodo di concetti sulla alienazione e reificazione nella società borghese contemporanea, che è il momento focale del saggio «La reificazione e la coscienza del proletariato» – certo teoreticamente il più pregnante del libro e quello che avrà successivamente il massimo di influenza. Osserva Lukács che – qualsiasi possa essere stato allora il suo personale contributo alla individuazione ed elaborazione di questa problematica («io conosco – egli può scrivere – un’intera schiera di buoni comunisti che furono acquisiti al movimento proprio per quesiti via ») – «la estraneazione dell’uomo come problema centrale del tempo in cui viviamo venne egualmente riconosciuta ed ammessa da pensatori sia borghesi che proletari, orientati a destra o a sinistra dal punto di vista politico-sociale».
Ciò che semmai era peculiare dei «pensatori» orientati a sinistra era quel passo avanti – idealmente decisivo – che consisteva nel riferire alla lotta delle classi, e specificamente all’azione proletaria, la possibilità del superamento della «estraneazione ». E qui, certo, Lukács non aveva dubbi – né aveva niente a che fare con un «pensatore» certamente orientato a destra come Heidegger, anche egli, successivamente, filosofo della estraneazione: e la cosa va sottolineata oltre lo stesso testo di Lukács, per le posteriori confusioni e commistioni delle posizioni (o «intuizioni») dei due così diversi filosofi. Ma tuttavia la «soluzione» di Lukács in tanto era essa stessa insufficiente, in quanto (a parte alcune più sottili considerazioni di analisi teorica), la «coscienza di classe» veniva astrattamente postulata e derivata – laddove già da Lenin molti anni prima se ne era colto il processo prammatico di formazione con la celebre osservazione metodologica concreta che tale coscienza non sorge spontaneamente nella classe, ma deve esservi apportata dall’esterno: che è appunto – con l’implicita postulazione della centralità del partito e della organizzazione – uno di quei momenti di conversione della teoria nella pratica che, secondo la lettera del giudizio di Lukács su Lenin sopra ricordato, caratterizzano il pensiero rivoluzionario.
In altri termini – e pur correndo il rischio di semplificare alquanto le ricche ed estremamente pregnanti pagine della nuova Prefazione di Lukács a questo proposito: la individuazione e la «denunzia» del fenomeno di alienazione, estraneazione, reificazione nella società capitalistica non caratterizzano di per sé una posizione a «classista», come si è già visto. Ma ciò non basta. Anche individuare nella classe operaia la realtà «oggettiva» capace di eliminare storicamente questi fenomeni – che sono, appunto, «storici», e non «metafisici» –, restituendo alla oggettivazione (creazione e uso degli oggetti) il suo valore positivo, non è sufficiente se in pari tempo non si elaborano attivamente, nella prassi, i modi e le forme delle mediazioni attraverso le quali la classe operaia, nella sua concretezza, può volta a volta raggiungere la coscienza di classe: che non è data, secondo le parole della Prefazione, in forma di «miracolo», e che può essere inoltre persino smarrita da parte della classe anche successivamente a quella che poteva apparire una sua conquista «definitiva».
Se ci siamo soffermati, a preferenza che su altri, su questo motivo «autocritico» di Lukács, è proprio in quanto abbiamo il sospetto che, nel dibattito che certo seguirà alla traduzione italiana del suo libro, non sarà questo motivo a richiamare maggiormente l’attenzione. Piuttosto saranno riprese – «a tavolino» – molte delle più sottili revisioni di carattere più formalmente teoretico che Lukács ritiene opportuno presentare, rispetto alle posizioni di Storia e coscienza di classe, nella nuova Prefazione. Revisioni, del resto, che toccano aspetti decisivi della interpretazione del pensiero di Marx, e che appaiono tutt’altro che inopportune in un momento in cui – sono ancora parole di Lukács del 1967 – «grande» è «l’incertezza su che cosa si debba intendere come nucleo essenziale, come metodo permanente del marxismo».
Solo che – e tutta la Prefazione di Lukács, come del resto il meglio del suo libro del ‘23 sospingono in questa direzione – a superare e dirimere questa incertezza il dibattilo ideale può contribuire in modo decisivo solo se esso muova anzitutto «dallo interno». Dall’interno di uno sforzo appassionato e criticamente fondato di comprendere l’attuale situazione del movimento operaio e della lotta delle classi; giacché in caso contrario non vi è salvaguardia contro le «illusioni utopiche» o quelle riformistche del pensiero. Anche di un pensiero rigoroso, coerente, di eccezionale rilevanza intellettuale e culturale, qual era negli anni venti – sembra dirci, ammiccando, il Lukács 1967 – quello suo proprio. In gran parte erronea – utopica – era invece la sua valutazione della realtà del movimento operaio e della lotta delle classi: e Lukács , invitandoci oggi a riconsiderare Storia e coscienza di classe alla luce di questa insufficiente sua (e non solo sua) capacità di analisi politica di allora, ci dà – giova ripeterlo – ancora una volta una essenziale indicazione di metodo marxista; quella di partire dalla realtà e dalle strutture di fondo di questa realtà – i rapporti di produzione – se si vuole evitare il rischio, sempre presente, di allontanarsi, inconsapevolmente, dal metodo materialistico di Marx – e di non saper cogliere appieno quella totalità che stava così a cuore al giovane Lukács, in quanto strumento essenziale di un punto di vista organicamente rivoluzionario.

 

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