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Lukács, Hungarian People’s Commissar for Food in the Hungarian revolutionary government, 1919.

di Tito Perlini

«Rinascita», n. 36, 15 settembre 1967.

In Storia e coscienza di classe, Lukács insiste con vigore sulla necessità per il marxismo di staccarsi dall’abbraccio mortifero con il positivismo e di ritrovare, al di là delle deformazioni operate dal pensiero di stampo socialdemocratico, il suo fondamento teoretico in una concezione processuale della realtà, per il quale ciò che ci appare immediatamente come reale non è che la risultante del passato e si rivela quindi come un momento del processo, passibile di venir superato. Egli affronta cioè il problema del rapporto tra fenomeno ed essenza, che è destinato a restare come motivo fondamentale lungo l’arco intero della sua produzione.

Contro la scienza borghese oggettivante, tendente a bloccare, ad assolutizzare il dato nella sua irrelata immediatezza, Lukács fa qui valere la esigenza di un procedimento impegnato a rompere la crosta della datità, per fare emergere quel vivente processo di cui il dato non è che un momento. La polemica di Lukács è diretta contro uno scientismo che procede per astrazioni e spezzetta il processo in momenti distaccati, tendenti a irrigidirsi nella cosalità del dato. Tale tendenza alla frantumazione, alla atomizzazione del reale deve venir demistificata con lo svelarne il carattere alienato, ideologico, di classe. Il mito dell’oggettività scientifica pura, presupponente un mondo come ammasso di dati atomici, non è – per il giovane Lukács – che la copertura ideologica dell’alienazione del lavoro nella società capitalistica. La razionalità capitalistica, ponendo come oggetto la merce, e degradando il lavoro umano, reso astratto, esso stesso a merce, finisce per privare il soggetto di tutto ciò che lo rende essenzialmente tale e per livellare la prassi umana sul piano della indifferenziazione e della intercambiabilità. La riduzione e degradazione del lavoro a forza lavoro misurabile e la quantificazione dell’umano che ne consegue hanno come risultato l’inserimento dell’uomo in un ingranaggio da lui non controllabile nel suo insieme, in un sistema meccanico sottoposto a leggi simili a quelle naturali. L’uomo finisce così per trovarsi di fronte a una sorta di seconda natura, le cui leggi spietate può solo subire e che gli si pongono di fronte come totale estraneità alle concrete esigenze umane. La razionalità oggettivante, insita nella economia capitalistica, quantificando le specifiche qualità umane, elimina ciò che potrebbe contestarne la legittimità, la soggettività umana, che viene sapientemente trasformata in un dato astratto da far rientrare in un’operazione da misurare. Il risultato conseguito da questa neutralizzazione del soggetto è un atteggiamento passivo, puramente contemplativo, una sorta di estasi ebete davanti alle cose. Il mondo stesso si riduce a un mondo di pure cose e l’uomo si trova così, nella sua sottomissione a leggi inviolabili, degradato a cosa tra cose.

Lukács ravvisa risolutamente nella scienza moderna, spinta a fissare il dato inerte ed opaco nel suo isolamento, facendo astrazione di quel processo cui il dato deve invece venir riportato come vivente momento, una chiara tendenza apologetica nei riguardi della società capitalistica, di cui anzi non è che la proiezione sul piano ideologico. La scienza borghese, isolando i dati, rendendoli puri, neutri, asettici, cogliendoli nella loro irrelata immediatezza per concettualizzarli e donar loro, al di fuori di ogni processualità, una incontrovertibile oggettività, svela il suo intimo dogmatismo e, correlativamente a questo, il suo carattere ideologico-mistificatorio, tendente a sottolineare l’oggettività e quindi, in ultima istanza, l’immodificabilità della società borghese capitalistica. L’impegno segreto e profondo dell’oggettivismo scientifico consiste principalmente nell’escludere accuratamente la possibilità di una critica allo stato di fatto esistente, rifiutando di metterlo in discussione nello sua globalità. È questa – secondo Lukács – la superstizione che spinge la scienza oggettivante a identificare la società capitalistica con la natura. Il pensiero oggettivante, nella sua pretesa squisitamente ideologica di assoluta neutralità procede per astrazioni, impedendo che il processo venga colto nella totalità dei momenti che lo compongono. Il singolo momento, staccato, isolato, viene così immancabilmente adorato nel suo immediato porsi, nel suo apparire così come immediatamente è, nel suo presentarsi come fenomeno pago della propria immediatezza. Il fatto singolo diventa così un cattivo assoluto, nella pretesa di negarsi alla totalità, di sottrarsi alla struttura cui inerisce.

Alla mistificazione della scienza oggettivante, il pensiero dialettico deve contrapporre la propria capacità di mediazione: deve cioè porsi come impegno di totalizzazione, mediando la pretesa positività dei fatti puri, e quindi andando al di là della apparenza oggettiva, della rappresentazione empirica, per approdare, hegelianamente, al concetto, cioè alla presa di ciò che internamente caratterizza i fenomeni e dà loro un significato, della loro essenza. Lukács contrappone così allo scientismo la dialettica, ad un pensiero ancorato al positivo, il potere della negazione. L’esercizio instancabile della mediazione, in cui consiste precipuamente un pensiero che voglia potersi definire dialettico, dà in un momento idealmente successivo alla pura e semplice negazione, la possibilità di cogliere la totalità nel suo molteplice articolarsi e determinarsi, nella continua interazione delle parti che la compongono. La dialettica demistifica in tal modo la pretesa del sistema capitalistico di porre se stesso come neutralità naturalistica. Viene negata in negazione del carattere processuale della realtà, la frantumazione del processo storico. La storicità, frantumata e negata dallo scientismo capitalistico, riemergendo prepotentemente, priva la società borghese di quell’alone di eternità cui essa a nessun costo mostra di voler rinunciare. Ne risulta demistificata la pretesa della società borghese capitalistica di sottrarsi alla storia e di porsi come eterna natura, nello sforzo di evitare ad ogni costo di ridursi a non essere nulla più che un momento del processo, passibile quindi di venir superato.

Il marxismo dialettico viene da Lukács pertanto affermato con molta decisione come metodo scientificamente superiore a quello dello scientismo borghese. Tale superiorità teorica ha però – per il giovane Lukács – una radice pratica: la dialettica va correttamente intesa come l’espressione in sede teorica della coscienza di classe del proletariato, che tende di per sé, per la stessa concreta situazione in cui si trova, a contestare quel procedimento astrattivo che lo condanna a uno stato di brutale soggezione, alla oppressione e allo sfruttamento. Corretta conoscenza della realtà e piena presa di coscienza di sé, della propria condizione, nel proletariato, per il giovane Lukács si richiamano a vicenda e tendono a coincidere. Teoria e prassi mirano a far tutt’uno in un pensiero teso esso stesso a rovesciarsi in prassi.

Lukács mette in luce la radicale differenza che intercorre tra l’artigianato che si basa sull’empiria della tradizione e la fabbrica che poggia invece le sue basi sulla razionalità della scienza. La illibertà del sistema deriva soprattutto dal suo ossequio ad una razionalità basata sul calcolo, grazie a cui gli individui soggiacciono a leggi oggettive delle quali non riescono mai ad essere pienamente coscienti e che agiscono attraverso gli individui stessi, degradandoli a strumenti dell’onnipotente produzione. La tecnica produttiva si contrappone come un sistema rigido ai singoli produttori, ai quali sfugge pertanto il processo ininterrotto di trasformazione cui invece tale tecnica è soggetta. Il calcolo presuppone che il corso degli eventi venga conosciuto mediante leggi rigorose indipendenti dall’«arbitrio» individuale. Nel corso della sua analisi Lukács ci dimostra che la differenza sussistente tra l’operaio di fronte alla macchina, l’imprenditore di fronte all’evoluzione delle macchine, è una differenza di grado, puramente quantitativa, e non una differenza qualitativa nella struttura della coscienza.

Analizzando tali aspetti della società capitalistica, Lukács ci fornisce, in Storia e coscienza di classe, una vera e propria fenomenologia della falsa coscienza. Solo nel contesto dell’analisi cui sopra si è accennato sembra a Lukács che possa rendersi pienamente comprensibile il problema della burocrazia moderna. Egli riconduce la razionalizzazione formale del diritto, dello Stato, dell’amministrazione, alla struttura fondamentale del lavoro razionalmente «diviso» nella azienda in rapporto alle esigenze della tecnica e all’uso delle macchine. Il punto essenziale del discorso di Lukács consiste in questo: nella ferma, rigorosa denunzia di una cattiva oggettività, di una razionalità formalizzata comportante un distacco sempre crescente dalla struttura materiale e dalla sfera delle qualità specifiche. L’individuo, preso nel congegno automatico di un lavoro parziale, separato e senza rapporto con le sue effettive capacità e con i suoi concreti bisogni, non può non perdere se stesso. La forza lavoro viene di violenza separata dalla personalità del lavoratore, reificata e degradata a merce. Lukács ritrova la medesima struttura del lavoro alienato (negazione della praxis) in tulle le sfere di attività sociale, a tutti i livelli, sia pure con le dovute differenze di grado. Il capitalismo, unificando economicamente l’intera società, produce per essa una struttura di coscienza formalmente unitaria. L’analisi da lui condotta (soprattutto nel saggio più notevole del volume: «La reificazione e la coscienza del proletariato»), consente a Lukács di cogliere quello che poi si è rilevalo l’aspetto essenziale del capitalismo organizzato: la capacità, cioè, di estendere il suo dominio sull’intera società, di amministrarla, perpetuando il potere insito nella sua astratta e alienata razionalità attraverso le coscienze deformate e conformate all’ordine esistente.

Il pensiero borghese è incapace di uscire dal cerchio magico di tale astratta feticizzata razionalità. Esso è lacerato nella dicotomia tra forma e materia. La critica della società deve prendere le mosse dallo sbloccamento di quella fattualità alla quale soggiace, impotente, il pensiero borghese. La critica è necessariamente totalizzazione. Solo grazie alla totalizzazione messa in atto da un soggetto esso stesso capace di porsi come totalità, assume un senso preciso il discorso sul punto di vista del proletariato, di cui Lukács afferma la capacità di porsi al centro della realtà e di assumerla criticamente nella sua globalità.
Tale impostazione permette al giovane Lukács di affermare la soggettività dell’agire umano, senza indulgere alla nozione di una mitologica libertà. Il proletariato si pone, nel suo essere brutalmente oppresso e schiacciato, come negazione vivente del sistema. La presa di coscienza, da parte del proletariato, del proprio essere mero oggetto è il momento dell’emergere di una soggettività repressa, capace di ricondurre a sé il proprio stesso esser stata degradata ad oggetto, convertendo una situazione di radicale schiavitù nella possibilità oggettiva di trasformazione totale di una società che tale schiavitù, per propria logica interna, non può non perpetuare. La critica si afferma quindi veramente, integralmente, come tale, investendo alle radici il proprio oggetto. Essa si sottrae alla immediatezza, nel cui ambito sarebbe destinata a mistificare se stessa. Solo la mediazione può aprirsi non illusoriamente alla totalità. Il pensiero, mediando la realtà, fa emergere la mediazione stessa che è insita nel reale, al di sotto della illusoria coltre di una apparenza feticizzata dal fatto di non essere relazionata alla propria stessa essenza. Pensiero e realtà si saldano così in un indissolubile nesso dialettico. Riemerge, sul piano della teoria, la prassi defeticizzata nella quale la teoria stessa mira a tradursi. La unità di teoria e prassi trova la propria espressione nell’azione rivoluzionaria, nella quale la critica converte, risolve e realizza se stessa.

La libertà di fatto dell’individuo in carne e ossa è la mèta dell’agire rivoluzionario e insieme la molla che in esso intimamente agisce; ma l’individuo, da solo, è inerme di fronte al sistema, la sua coscienza è soggiogata. L’individuo reificato vive nella ideologia: per lui la realtà stessa, tutta la realtà, è ideologia. L’indeterminismo stesso, dal punto di vista individuale, è una ideologia mistificatoria, è il superamento illusorio, nel pensiero, di una illibertà che viene confermata nella pratica. La liberazione dell’individuo non può essere opera dell’individuo stesso. Chi afferma la libertà sul piano dell’immediatezza non fa che confermare la sua effettiva illibertà. Il movimento dall’individuo reificato all’individuo dereificato, restituito alla propria concretezza, non più staccato dalle proprie capacità e dai propri bisogni non artificiali, passa quindi attraverso la collettività. Solo inserito in una trama mediata di rapporti, l’individuo può trovare la forza, come membro di una classe che lotta per sottrarsi alla propria degradazione, di battersi nel contempo per la propria non illusoria (non falsa, non ideologica) liberazione. Sul piano della mediazione svanisce il cattivo dualismo di indeterminismo e determinismo. L’azione si afferma come capace di mediare, e quindi di determinare, se stessa. Il potere della negazione si pone come tale nell’auto-determinazione, che conserva in sé, purgandolo della sua astrattezza, l’indeterminismo della libertà.

Lukács investe alle radici, in questo grande libro, una problematica nella quale oggi noi siamo più che mai immersi. La denunzia dello stravolgimento operato nei rapporti umani dalla razionalizzazione della sfera del sociale, e della sussunzione di parte di una astratta formalizzata genericità di ogni singolarità e concreta particolarità: la scoperta della tendenza alla coincidenza, nella società tardo-capitalistica, di ideologia e realtà; le analisi spietate e lucidissime della falsa coscienza come risultato di una pressione continua, di una (palese od occulta) violenza esercitata sui singoli; la messa in luce del carattere sempre più astratto del lavoro; l’individuazione, nell’universo scientifico, di una ratio quantificante soggiacente ai rapporti alienati tra gli uomini; la consapevolezza, che da queste pagine traspare, del dominio del feticismо delle merci che si sostituisce al concreti rapporti umani; tutto ciò (e molto d’altro ancora) rende la critica di Lukács di una attualità impressionante.

Il «settarismo messianico», di sinistra, oltranzisticamente antiburocratico, che ora Lukács rimprovera alla sua opera giovanile, ritrova a nostro avviso oggi invece una sorprendente attualità. Un certo tipo di idealistico «volontarismo» può ben essere denunziato come un eccesso, nella visione di Lukács giovane. Certamente però un pizzico almeno di tale «estremismo» non guasterebbe in società che tendono ad appiattirsi, ad uniformarsi, ad occultare i conflitti emergenti da una razionalità intimamente irrazionale, capace di dissimulare la propria stessa irrazionalità. A furia di stigmatizzare ogni «estremismo» come «malattia infantile» il socialismo rischia di condannarsi alla sclerosi. Se può essere giusto guardarsi dagli eccessi del soggettivismo, del volontarismo, dello spontaneismo, ecc., è per lo meno altrettanto giusto nutrire una certa diffidenza nei riguardi di una saggezza che rischia di rivelarsi alla lunga paralizzante, dalla ossessione, cioè, della «medietà», del «giusto mezzo», di un equilibrio nel quale un’immobilità di fondo trova sempre il modo di affermare pienamente se stessa.

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