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Il pensiero leniano in un libro di Luciano Gruppi

di Giuseppe Vacca

«Rinascita» n.31, 31 luglio 1970

1. Fra le iniziative editoriali suscitate dal centenario della nascita di Lenin merita senza dubbio di essere segnalata la ristampa del Lenin di Lukács (1).

Questo breve saggio, ricco d’intelligenza storica e di suggestioni teoriche, concepito con l’intento di mettere in rilievo la profonda unità di teoria e prassi nella straordinaria biografia intellettuale e politica di Lenin, a circa cinquanta anni dalla sua stesura conserva una indubbia freschezza. Esso fu scritto subito dopo la morte di Lenin. Per più d’un motivo val la pena di soffermarsi sulla data della sua stesura.

In primo luogo, per la sua stessa fattura – non una ricostruzione «monografica», bensì una interpretazione dello specifico contributo leniniano alla storia del marxismo e del faticoso processo della rivoluzione proletaria –, esso ci pare un testo angolare nel costituirsi del «leninismo» in Occidente. D’altro canto esso è opera non solo d’un teorico marxista di grande statura, ma anche d’un militante profondamente immerso, all’epoca, nelle lotte interne al movimento comunista. Sotto questo profilo il saggio lukacsiano mi pare fondamentale nella stessa biografia intellettuale dell’autore, figura prismatica, per molti versi, della storia del marxismo nel venticinquennio della III Internazionale. Infine trovo estremamente interessante questo testo come documento della grande ricchezza teorica con cui alcuni tratti salienti dell’opera di Lenin venivano letti e rielaborati fino agli anni ’20, in Occidente, proprio da chi al leninismo si collegava come ad uno spartiacque nella storia del movimento operalo anche in Occidente dopo il fallimento della II Internazionale e la rivoluzione d’Ottobre.

Ciò va sottolineato tanto in riferimento alla assai più povera codificazione che del pensiero di Lenin fornisce Stalin, proprio nello stesso anno (1924), nei Principi del leninismo, che per un’intera fase storica sbaraglieranno in tutto il movimento comunista mondiale ogni altra interpretazione; quanto in riferimento al carattere complessivamente apologetico che comunque anche l’atteggiamento di Lukács assume nei confronti dell’opera leniniana, in definitiva interpretata come una «rifondazione» delle basi teoriche e pratiche del movimento operaio (tale giudizio va pero temperato in considerazione anche della necessaria opera di critica profonda della teoria e della pratica della II Internazionale, che, soprattutto dopo la rivoluzione d’Ottobre, s’imponeva a chiunque avesse a cuore le sorti del rimonto operaio in Occidente).

In una postilla all’edizione Italiana, scritta nel 1967, Lukács mette in guardia il lettore richiamando la necessità il suo saggio venga oggi storicizzato. «Non si deve mai dimenticare che le idee qui esposte – egli avverte – sono determinate dalle concezioni momento, comprese le illusioni e le esagerazioni, molto più di quanto non fosse determinata l’intera opera teorica di Lenin». «Il momento» sono gli anni ’20, sui quali Lukács aggiunge ancora una considerazione interessante: «Chi oggi vuole collaborare utilmente alla rinascita del marxismo deve considerare gli anni ’20 su un piano puramente storico, come un periodo passato e concluso del movimento operaio rivoluzionario».

Di conseguenza Lukács cerca di individuare i punti nodali della sua lettura del leninismo, riguardanti soprattutto la teoria del partito ed il problema del rapporto teoria-prassi, che in quanto conflittuali con la successiva e già allora incipiente pratica teorica e politica dello «stalinismo», possono costituire ancor oggi spunti efficaci per il processo di «destalinizzazione».

Tuttavia la concezione del partito e della funzione della teoria nel Lukács «giovane» e interprete di Lenin a me paiono inscritte entro un modo d’intendere il marxismo e di rapportarsi teoricamente alle esperienze della lotta di classe, che conduce più ad un incontro (anche in positivo) che ad un conflitto con lo «stalinismo». Mentre ravviso il punto più alto di consapevolezza storica e di lucidità teorica nel modo in cui Lukács in questo saggio interpreta l’originalità dell’apporto leniniano alla teoria proletaria del potere, all’impostazione del nesso nuovo fra democrazia e socialismo nella fase imperialistica e più in generale nella transizione al socialismo. Su questo punto io trovo la maggiore efficacia, ancor oggi, del saggio lukacsiano, per il modo in cui rende conto storicamente e teoricamente del reale passo avanti assicurato all’intero movimento operaio dal leninismo, al di là della polarità fra la visione del socialismo come processo antiistituzionale, da una parte, e la subordinazione della lotta proletaria alle forme ideologiche e politiche del dominio borghese dall’altra: al di là della alternativa fra antiistituzionalismo più o meno direttamente luxemburghiano e riformismo à la Bernstein e Kautsky, che non è poi soltanto una alternativa storicamente contenuta entro i confini della II Internazionale, ma una polarità ricorrente netta storia del movimento operaio.

Per concludere: nel saggio lukacsiano a me pare di ritrovare tanto un contributo storicamente e teoricamente valido, ancor oggi, ad individuare alcuni cardini del leninismo come punto di partenza in gran parte nuovo, e irrinunciabile spartiacque per il movimento operaio a partire dalla età dell’imperialismo, quanto una inscrizione di questa analisi entro una cornice teorica che conduce a interpretare in chiave «catastrofica» l’imminenza e l’«attualità» della rivoluzione proletaria in Occidente, negli anni ’20, e perciò contribuisce – sia pure in maniera autonoma e critica – alla ipostatizzazione dell’esperienza leniniana e dunque alla formazione di un «modello» leninista. Tale posizione in definitiva confluisce nella formazione di quell’universo pratico e teorico del «marxismo-leninismo», che esprimerà sostanzialmente una lunga fase difensiva del movimento comunista internazionale, dopo il fallimento della rivoluzione in Europa occidentale, presentandola però come munita di una strategia d’attacco e di preparazione ad una nuova tappa della rivoluzione proletaria, dogmaticamente ricalcata sull’immagine della rivoluzione d’Ottobre e prospettata come diffusione del modello sovietico.

2. Per converso, l’intento di Luciano Gruppi (2) è quello di offrire una lettura d’assieme del pensiero di Lenin in maniera storicamente fondata. Tale prospettiva, indispensabile ad una preliminare chiarificazione anche per chi come noi ritenga di doversi rapportare al leninismo in positivo ed in continuazione, è certo richiesta ed agevolata dal distacco storico con cui ci si può rifare oggi, dopo mezzo secolo, all’opera di Lenin. E d’altro canto è tutt’altro che puramente storiografica. In primo luogo essa contribuisce al ripristino dei referenti storici reali del pensiero di Lenin e ciò non solo è teoricamente corretto per chi non voglia rinunciare al materialismo storico, ma è anche illuminante per comprendere come la prospettiva del «marxismo-leninismo», schematizzando una continuità idealistica della teoria, contenesse una non troppo implicita sua riduzione a ideologia. Tale approccio offre inoltre un impatto polemico di indubbia efficacia verso chi con molta presunzione ma assai scarsa consapevolezza storica e teorica ripropone ancor oggi una analoga prospettiva, cercando in una nuova «forma fenomenica» della teoria l’incarnazione del marxismo-leninismo, e ciò facendo non solo riproduce un grave errore, ma soprattutto impoverisce anche l’esperienza teorica che assume a modello, riducendola a forma ipostatizzata e dunque ideologica.

L’intento di Gruppi non è di ripercorrere fino in fondo l’intera esperienza storica che sottende il quarantennio dell’elaborazione teorica di Lenin, bensì di prospettare una lettura divulgativa in senso alto e militante della elaborazione di Lenin, rispettando il minimo di specificazione storica indispensabile ad intenderla correttamente e dunque anche a rapportarsi ad essa creativamente. Tali intenzioni mi paiono complessivamente rispettate e la fatica mi pare dunque riuscita.

Per cominciare, il legame che Gruppi stabilisce fra l’analisi del capitalismo russo svolta da Lenin negli anni ’90, l’appropriazione del metodo di Marx che ad essa si intreccia, l’elaborazione di un primo nucleo teorico originale del nesso nuovo fra democrazia e socialismo, negli ultimi anni ’90, e l’elaborazione della storia del partito (Che fare?, 1903, e Un passo avanti e due indietro, 1903), apre la possibilità ad una rilettura della teoria leniniana del partito che sottragga il Che fare? alle ricorrenti e fuorvianti polemiche fra i suol critici «spontaneisti» e «democraticisti» ed i suoi apologeti «burocratisti». Entrambe queste letture della teoria leniniana del partito, infatti, tuttora predominati e reiteratamente mediate dalla critica menscevica e luxemburghiana, la prima, e dalla interpretazione «autentica» staliniana la seconda, impoveriscono profondamente l’opera di Lenin riducendo la controversia al nodo del rapporto fra spontaneità e coscienza in generale. In realtà Lenin non imposta il problema del partito intorno ad una simile falsa alternativa metafisica, né in maniera così semplificata: egli affronta il problema del partito, cioè dello strumento dirigente della rivoluzione proletaria, quando ha ormai chiare la specificità della variante russa dello sviluppo capitalistico e la specificità del nesso democrazia-socialismo, una volta riscoperto il carattere «ineguale» dello sviluppo capitalistico in generale. Solo entro queste cornice si può decidere tanto del grado di originalità, validità e specificità russa, quanto del grado di «universalità» nell’epoca dell’imperialismo, della teoria leniniana del partito come avanguardia esterna e centralizzata.

Osserverei a Gruppi, però, che una sua qualche indecisione su questa via spiega secondo me tanto l’insufficiente approfondimento dell’opera analitica di Lenin negli anni ’90 (pur tenendo conto dell’economia complessiva del lavoro di Gruppi), quanto qualche timidezza nel sottolineare la permanente «universalità» degli elementi sopra richiamati nella teoria leniniana del partito, secondo una generalizzazione a mio avviso possibile e necessaria se correttamente fondata. Di ciò vedo una riprova nel giudizio limitativo che Gruppi dà sulle analisi sociali del primo Lenin – a suo avviso menomate da residui positiviste nel modo di intendere il marxismo come una forma di scienza sociale –, proprio in quanto, ad esempio rispetto alla lettura della teoria del partito, che di quelle analisi si nutre, il giudizio di Gruppi rischia di condurre ad una articolazione dell’elaborazione di Lenin per sezioni non sufficientemente fuse fra loro.

Merito indubbio dell’analisi di Gruppi è invece l’insistenza polemica contro il nesso staliniano fra la teoria leninista del partito e la teoria del riflesso, elaborata in sede epistemologica nelle successive polemiche di Lenin contro l’empiriocriticismo ed assunta in seguito a canone fondativo del materialismo dialettico come filosofia assoluta, visione del mondo specifica del proletariato e ancoraggio materialistico fondativo del marxismo. Ciò sia perché la critica di Gruppi colpisce un cardine del distorcimento ideologico del marxismo nella fase della III Internazionale, a partire dagli appigli che un momento particolare della stessa elaborazione di Lenin offre, sia perché essa dissolve il fondamento teorico d’una torsione burocratica della teoria leniniana del partito, che nella teoria del riflesso, appunto, cercò la sua più organica giustificazione teorica.

Ancora qualche rilievo vorrei avanzare circa la lettura della impostazione leniniana del nesso fra democrazia e socialismo a partire da Due tattiche, cioè dalla valutazione leniniana del 1905 (a mio avviso andava meglio approfondito rispetto a tutto il movimento operaio europeo, il carattere dell’esperienza russa del 1905, il cui valore non solo Lenin, ma anche Kautsky e la Luxemburg percepirono, ciascuno a suo modo). Ciò consentirebbe, a mio avviso, una lettura più in continuazione dell’elaborazione leniniana sul nodo democrazia-socialismo.

Sottolineo questo non certo per proporre un canone storiografico piuttosto che un altro, ma perché tale lettura illumina a mio avviso ancor meglio i tratti «universali» del pensiero di Lenin su questo punto, nella misura in cui l’elaborazione sulla rivoluzione democratica del 1905 si salda all’esperienza della rivoluzione d’Ottobre non attraverso un affievolimento del nesso democrazia-socialismo nella prospettiva della dittatura del proletariato, bensì tramite una esaltazione della lotta «democratica» (limpidamente, ad esempio, in Stato e rivoluzione), come indispensabile all’attuazione della stessa dittatura proletaria nella transizione – in un unico processo di dimensioni mondiali – al socialismo ed al comunismo.
Con queste osservazioni, naturalmente, non voglio attenuare il valore che proprio la lettura di Lenin che Gruppi propone ha, in quanto assume come centro massimamente unificante e perspicuo della elaborazione di Lenin appunto il nodo del rapporto fra democrazia e socialismo; né voglio attenuare il pregio principale del suo lavoro, d’essere cioè una lettura del pensiero di Lenin attenta e rispettosa della storia.

Sotto questo profilo merita di essere segnalata l’analisi della teoria leniniana dell’imperialismo, altra cerniera di molte ipostatizzazioni e letture ideologiche del pensiero di Lenin soprattutto durante la III Internazionale. E qui il merito di Gruppi sta nel mostrare come l’analisi leniniana dell’imperialismo, ancorché fondamentale e fondativa di tanta parte della sua strategia, ancorché efficace fino a condurre alla vittoria il proletariato russo nella prima rivoluzione socialista, non possa essere assunta a copertura dell’intera fenomenologia dell’imperialismo (specie dei suoi sviluppi successivi alla Rivoluzione d’Ottobre). Aggiungerei anche che la lettura che Gruppi propone implica oggi una riconsiderazione di quanto «economicismo» non permanga nella stessa impostazione del pamphlet leniniano, nella misura in cui anche Lenin in quest’opera (dico anche pensando alla Accumulazione della Luxemburg, a cui l’Imperialismo di Lenin si apparenta nell’analisi economica) pone in evidenza soprattutto il problema del «mercato esterno» come indispensabile alla riproduzione capitalistica, ed i conflitti fra le grandi potenze per la sua spartizione in termini politico-militari.
Infine, trovo di notevole interesse l’analisi della riflessione leniniana dopo la presa del potere. Essa è condotta in maniera tale che questioni quali quelle relative al deperimento dello Stato, alla sorte delle istituzioni specifiche della democrazia proletaria (Soviet, ecc.), al ruolo del partito nella fase di transizione, vengono indagate con occhio attento ai reali processi sociali che caratterizzano l’URSS fra il ‘17 e il ‘24. Tale impostazione consente di uscire dal verbalismo pseudorivoluzionario e dagli approcci ideologizzanti con cui questa tematica viene periodicamente riproposta e agitata da posizioni «di sinistra». Per converso, l’esame storico di come la democrazia soviettistica sia andata deperendo rapidamente in URSS fin da quegli anni ed il partito, divenuto necessariamente lo strumento pressoché unico della dittatura proletaria, abbia finito per identificarsi con lo Stato e per subire tutti i processi di burocratizzazione indotti dall’isolamento della rivoluzione socialista in URSS e dalla sconfitta del proletariato in Occidente, tale comprensione corretta di questi processi, lungi dal mortificare la problematica della originalità istituzionale di una gigantesca creazione storica quale la rivoluzione socialista deve essere, restituisce ad essa, al contrario, tutta la sua «durezza» e il suo spessore storico, la cui penetrazione da parte delle masse è preliminare a qualsivoglia sua riproposizione concreta, in situazioni storiche diverse, che in nessun caso possono presentarsi come copia o reincarnazione di esperienze storiche già vissute, né come semplici attuazioni di modelli ideali.

(1) G. Lukács, Lenin, Einaudi 1970, pp. 127, L. 800. Dico ristampa perché il saggio, ancorché l’editore non lo dica, era già apparso, nella stessa versione di G. D. Neri, in quattro puntate, in Il filo rosso, nel 1962-1963.
2) L. Gruppi, Il pensiero di Lenin, Ed. Riuniti, 1970. pp. 351.

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