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di Antonino Infranca

da http://www.filoteia.com/

Il 1989 rappresentò la fine di un mondo nato dalla “cortina di ferro”. Anche l’Ungheria vide fallire ogni disegno socialista. Il “nuovo” non sempre e non soltanto fu capace di rendere presente il concetto di Lukács: il socialismo deve essere la difesa della democratizzazione della vita quotidiana.

Il resoconto che pubblico mi è stato mandato dal filosofo Antonino Infranca che in quegli anni si trovava a Budapest per gli studi di PHD.

Malgrado i dieci anni trascorsi, la testimonianza ha forti sapori letterari che hanno per contenuto temi “troncali” per la comprensione di questi ultimi venti anni della storia politica ungherese.

Nicola Tudisco


Sono trascorsi dieci anni da quell’ottobre del 1989, annus mirabilis, l’anno della caduta del comunismo in alcuni paesi dell’Europa Orientale. In quei giorni mi trovavo a Budapest, dove avevo già vissuto due anni tra il 1984 e il 1986 e mi accadde, quindi, di assistere agli spasimi, neanche tanto dolorosi, di un parto che prometteva di far nascere qualcosa di bello, invece ne è venuto fuori un aborto. Mi ero illuso ingenuamente in quei due precedenti anni, trascorsi in un paese del cosiddetto “socialismo reale”, che il sistema comunista fosse riformabile e, invece, l’ottobre 1989 mi dimostrò che la mia era soltanto un’illusione.

Premetto che per me, proveniente dalla Sicilia della prima metà degli anni Ottanta, anzi dalla Palermo dove c’era un morto di mafia al giorno, Budapest mi era apparsa un paradiso: una città pulita, ordinata, tranquilla, funzionante, con gente ben educata, serena e con voglia di divertirsi. E poi, paradossalmente, una società libera. Infatti avevo già esperimentato a Palermo cosa significasse essere “marxista”, per giunta non militante del partito comunista, quindi non garantito. Ero disoccupato da quattro anni, dopo una brillante laurea in Filosofia con il massimo dei voti e una specializzazione altrettanto brillante all’Università di Pavia. Le porte della carriera accademica era saldamente chiuse davanti a me, perché ero un “marxista” in mezzo ad una schiera di cattolici, i quali mi volevano sostenere, ma non potevano chiedere ad altri cattolici, più potenti di loro, di offrirmi dottorati o borse di studio. Intanto non dovevo pubblicare su riviste eccessivamente qualificate ideologicamente come “Critica marxista”, la rivista del PCI, e le mie ricerche su Lukács dovevano avere un taglio “accademico” e non “politico” o “ideologico”. Ciò nonostante qualche rivista rifiutava anche i miei saggi “accademici” soltanto perché era presente il nome di Lukács. Pubblicare un libro su Lukács era una pura follia, visto che i fondi dell’università erano usati per autori più “scientifici”. Insomma ero circondato da tanta simpatia umana e nient’altro. Naturalmente se mi fossi laureato a Roma o a Milano, cioè al “Nord”, avrei goduto dell’egemonia culturale della sinistra, ma avevo avuto la disgrazia di nascere in Sicilia.

A Budapest trovai una situazione paradossale: all’archivio Lukács, dove conducevo le mie ricerche, mi erano rifiutati i materiali inediti, che poi ottenevo grazie alla mia costante e petulante presenza, mentre ero libero di pubblicare qualsiasi saggio sulle riviste filosofiche e politiche. Ne approfittai subito per pubblicare un saggio su Gentile, il filosofo italiano che aderì al fascismo. Non smettevo di essere un provocatore. L’articolo fu tradotto e pubblicato senza rimuovere una sola virgola. Mi illudevo così di avere trovato un paese dove la ricerca scientifica era veramente libera. In generale, poi, l’Ungheria vantava di maggiori spazi di libertà rispetto al resto dell’Europa orientale. Davo il mio piccolo contributo alla libertà degli ungheresi, firmando decine di lettere di invito ai miei amici ungheresi, che così ottenevano a vista il passaporto per viaggiare in Occidente.

Avevo – e ho – un amico fraterno, András Nagy, un brillante scrittore, che si dichiarava “dissidente”, ma aveva vissuto con borse di studio dello stato ungherese in Italia e Francia, viaggiava ogni anno in Occidente, aveva pubblicato quattro libri di successo e lavorava presso una casa editrice dello Stato un solo giorno alla settimana, guadagnandosi un salario medio basso, che gli permetteva di avere una vita minimamente dignitosa. Si lamentava – e gli davo ragione – di non potere fare carriera accademica e questo era l’unica cosa in comune che avevamo. Io non potevo dichiararmi “dissidente”, perché non esistevano dissidenti in Occidente. E così ero soltanto un giovane disoccupato e potevo scegliere una borsa di studio in Ungheria invece che un insegnamento in una scuola media primaria nell’Italia del nord, soltanto perché mio padre era un medio borghese e non sarebbe morto di fame, se avesse integrato, come faceva, la mia magra borsa di studio con qualche centinaio di dollari al mese. Mi sentivo comunque un privilegiato, perché collega potevo finalmente studiare quello che mi piaceva, ricevere un piccolo stipendio per questo lavoro, vivere in una meravigliosa città, apprendere una nuova lingua e conoscere alcune tra le persone più amabili e simpatiche che abbia mai conosciuto.

Alla fine di settembre del 1989, con l’allora mia compagna brasiliana, Tania Tonezzer, arrivammo in Ungheria, io per terminare il mio dottorato in Filosofia all’Accademia Ungherese delle Scienze, primo italiano, e lei con una borsa di studio di due mesi, prima brasiliana ad ottenerne. Eravamo stati cinque giorni a Praga, prima di arrivare a Budapest, e là si potevano vedere i primi segni di un qualche cedimento del sistema: i tedeschi orientali, soprattutto giovani, che cercavano di entrare nell’ambasciata tedesca occidentale per fuggire dal blocco comunista. Poi arrivò la notizia che l’Ungheria non fermava i fuggitivi. Ci fu una fuga in massa di tedeschi orientali e di polacchi verso l’Ungheria, dalla quale si poteva passare in Austria, i tedeschi orientali diretti verso la Germania Occidentale, e i polacchi, verso l’Italia sicuri dell’ospitalità vaticana. Alla frontiera fra Austria e Cecoslovacchia la fila di auto tedesche e polacche era lunga diversi chilometri. Ma tutti i fuggitivi lasciarono passare la nostra auto italiana: noi non stavamo scappando e, quindi, potevamo passare facilmente. La polizia cecoslovacca si dimostrò molto interessata al motore della mia Renault 5. Per loro era una formidabile auto occidentale, che tra non molto avrebbero potuto acquistare, per me era una piccola auto, utile ma non prestigiosa. Ciascuna cosa la si giudica dalla propria prospettiva.

Passammo la frontiera e ci dirigemmo subito verso la frontiera ungherese. Budapest era cambiata. La gente era molto nervosa e villana, come mai più ho rivisto gli ungheresi, tradizionalmente uno dei popoli più ospitali e bene educati d’Europa. Si notava chiaramente quanto un cambiamento politico di quelle dimensioni potesse affettare la vita quotidiana, le abitudini, persino la sfera emotiva della gente comune. E poi si notavano le lunghe fila ai supermercati, quasi tutti cominciavano a fare incetta di beni di prima necessità, come zucchero, detersivi, vestiti; beni di prima necessità, che in anni lontani erano diventati i primi beni di lusso. Naturalmente non mancavano bottiglie di acquavite, birra e vino, perché gli ungheresi non volevano mancare l’occasione per festeggiare o per consolarsi di qualcosa. La gente comune si aspettava grandi cambiamenti. Pensavo che fosse una fase di trasformazione del comunismo e davo grande fiducia a Gorbaciov, nella mia ingenua speranza di vedere migliorare il comunismo.

I primi contatti con gli amici mi confermarono questo clima di cambiamento. La mia amca Ibolya Fekete, regista cinematografica, aveva deciso di fare un film su quegli avvenimenti, una sorta di film-documentario in presa diretta. Qualche mese prima aveva cercato di filmare una manifestazione dei verdi ungheresi – che là si chiamavano Kek (Blù) – non autorizzata, come non erano autorizzate tutte le manifestazioni estranee al partito comunista. Mi aveva mostrato scene di tensione tra polizia e manifestanti. Tensione che consisteva nella registrazione di documenti di alcuni manifestanti da parte della polizia e nella richiesta in termini civili di togliere qualche manifesto. I manifestanti avevano esaudito la richiesta e tutto era finito lì. Molto poco in confronto alle cariche di polizia che ero abituato a vedere negli stadi italiani con bastonate e cacce all’uomo, dall’una e dall’altra parte.

In quel momento Ibolya era concentrata sui profughi tedesco orientali e mi intervistò per il suo film su quanto avevo visto alla frontiera. Durante la cena, registrava la televisione austriaca – in tutte le case di Budapest si poteva ricevere la televisione austriaca – che mostrava i posti di frontiera attraversati da colonne di profughi. Fu lei la prima a sostenere che il crollo del comunismo era alle porte, che il Patto di Varsavia sarebbe crollato come una collana di perle, dove nella mani dell’Unione Sovietica sarebbe rimasta tutt’al più qualche perla.

Il mio amico Andràs Nagy non faceva previsioni, ma mi informava di quello che stava accadendo, soprattutto mi informava della formazione di partiti, non più gruppi di dissidenti o di opinione come i Kek, ma veri e propri partiti, che si formavano attorno a qualche intellettuale come il SZDSZ (Comitato democratico sociale), una specie di partito socialdemocratico, oppure come il Demokrata Ifjuság Part, (partito dei giovani democratici). Non si parlava ancora dei vecchi partiti pre-comunismo, come il Kis Gazdagok Part (Partito dei Piccoli Proprietari) o del Demokrata Forum (Foro Democratico), la Democrazia cristiana ungherese. Ma probabilmente Andràs non era informato dell’esistenza di questi partiti, perché erano molto lontani dalla sua formazione intellettuale e dalle sue frequentazioni, quindi, non aveva collegamento con nessun membro di questi partiti. Cominciava il gioco di chiedere: “per chi voteresti?”.

Contemporaneamente agli amici, iniziavano i primi contatti con le istituzioni culturali presso le quali avremmo lavorato io e la mia compagna brasiliana. Anche all’Archivio Lukács, notammo subito sensibili segni di cambiamento. La brasiliana fu accolta come un’apparizione e qualcuno cercò di farle capire che ormai Lukács non interessava a nessuno, neanche in Brasile, come se fino a quel momento a qualcuno dell’Archivio Lukács si fosse mai curato minimamente dei rapporti con l’America latina. Quando la mia compagna brasiliana cominciò a chiedere le lettere fra Lukács e i filosofi brasiliani, Konder e Coutinho, scoprì un carteggio di estremo interesse, che poi pubblicò in italiano. Nessuno dell’Archivio si era mai interessato al carteggio. Quando Tania chiese di pubblicare il carteggio, con mia grande sorpresa, il direttore dell’Archivio Lukács, László Sziklai, non oppose alcun divieto e concesse subito fotocopie e autorizzazione alla pubblicazione.

In passato normalmente aspettavo giorni e giorni, addirittura settimane, prima di essere ricevuto dal direttore, poi settimane e mesi prima di ricevere del materiale inedito da studiare. Così potevo fare esperienza diretta di cosa significasse in una situazione kafkiana. Con il tempo avevo fatto prevalere la mia natura mediterranea e levantina, avevo stretto amicizia con la segretaria dell’Archivio e con il bibliotecario, così qualcosa, soprattutto vecchi libri o riviste, riuscivo ad avere ma senza autorizzazione a fare delle fotocopie e potevo studiare anche la sera in casa, o meglio ancora in Italia. Adesso una brasiliana appena arrivata dall’America latina, otteneva immediatamente il permesso alla prima richiesta, fatta per giunta senza diretta comunicazione linguistica, perché non parlava tedesco e russo e tanto meno ungherese, e il direttore non parlava né inglese, né italiano e tantomeno portoghese o spagnolo. Era il primo segno che, oltre al fascino del carnevale e del calcio brasiliano, le cose in Ungheria stavano cambiando e anche profondamente.

Anche all’Istituto di Filosofia dell’Accademia Ungherese delle Scienze l’atmosfera era molto cambiata. Il direttore dell’Archivio Lukács, László Sziklai, era anche direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia e proprio in quei giorni lasciava la carica a favore di Tamás Gaspar, l’allievo prediletto di Agnés Heller. In generale era in corso una revisione delle cariche e delle carriere, nonché una valutazione dei curriculum, così qualcuno troppo impegnato a studiare Lenin o il materialismo dialettico si ritrovò da un giorno all’altro disoccupato.

Appena arrivato all’Istituto di Filosofia mi fu presentato Mihály Vajda, l’unico allievo di Lukács della famosa “Scuola di Budapest” che era rimasto in Ungheria durante tutti gli anni del kadarismo, a partire dalla loro espulsione dall’Accademia dal 1977. Non persi l’occasione di chiedergli un’intervista, che lui concesse subito: aveva molta voglia di parlare e soprattutto di parlare di sé. Combinammo che l’avrei intervistato nella sua casa qualche giorno dopo. I miei amici mi avvisarono che aveva perso da qualche giorno la sua compagna per una grave malattia e questa fu l’unica nota umana in un personaggio decisamente scontroso e antipatico.

Con la mia compagna brasiliana, ci recammo a visitare Vajda per l’intervista. La sua era una casa in periferia, un po’ più ampia di tante residenze di intellettuali legati al regime che avevo visitato. La costanza delle residenze dei “dissidenti” era il loro relativo lusso, relativo alla situazione ungherese, che permetteva case decisamente belle e ben situate rispetto a quella meravigliosa città che è Budapest, dove bellezza artistica e naturale si coniugano in una sintesi unica e irripetibile. Le case degli intellettuali del regime erano, invece, anonime, di solito appartamenti in palazzoni di stile stalinista, piene di libri e di speranza. Le case dei “dissidenti” denotavano, quindi, un qualche rapporto, anche economico, con la stampa occidentale, il che a dire il vero permetteva a costoro di approfittare di qualche lusso.

Vajda era stato espulso dall’Accademia nel 1977 insieme alla Heller, a Ferénc Fehér e a György Markus, i quattro che formavano la cosiddetta “Scuola di Budapest”. Era vissuto fino al 1989 traducendo libri dal tedesco in ungherese e usufruendo di borse di studio della Germania Occidentale, ma era sempre rimasto, eccetto i periodi di studio, in Ungheria. In quei giorni si godeva il suo ritorno meritato, dalla sua esistenza forzatamente appartata, alla cultura ufficiale e alla carriera accademica, unite anche la celebrità di avere tradotto Essere e Tempo di Heidegger, che veniva pubblicato proprio in quel periodo.

Lo avevo visto, qualche sera prima, in televisione sbranare letteralmente il povero István Fehèr, che era l’autore dell’introduzione al volume di Heidegger. Con poco senso dello stile e con poco senso della situazione, Fehér nella sua introduzione si era messo a sottolineare le sue divergenze dalla traduzione di Vajda. Naturalmente la discussione era scaduta nel politico e Vajda accusava, non senza qualche ragione, Fehér di essere stato un servo del regime. La difesa di Fehér consisteva nel sostenere che lui durante la dittatura aveva studiato, imparato cinque lingue, e che non si era mai interessato di politica. Non si poteva che essere d’accordo con Vajda, ma il suo tono e il suo argomentare serrato mi faceva capire cosa doveva essere accaduto in Ungheria nel 1948, quando i comunisti avevano preso il potere, infatti stavo assistendo ad una scena analoga, ma a ruoli rovesciati, adesso il “dissidente” non mostrava la minima pietà di fronte all’intellettuale di regime, il quale per altro era molto poco abile, perché non abituato, a difendersi o a trovare un qualche argomento a favore della propria ideologia.

Vajda ci accolse in una sorta di salottino, il che faceva capire che la sua casa aveva almeno due stanze, ma con una rapida occhiata mi accorsi che godeva anche di un piccolo studiolo: un vero lusso. La foto della sua compagna ci ricordava la sua recente tragedia. Rimase un po’ male quando gli dissi che l’intervista sarebbe stata dedicata a Lukács, si vedeva che aveva voglia di parlare di sé, dei suoi progetti politici, della sua rivincita. Cercammo una lingua che potesse essere usata per l’intervista, in modo che Tania potesse seguire la nostra conversazione. Vajda capiva un po’ d’italiano, ma non lo parlava fluentemente, anche se sul tavolo a bella vista aveva i Quaderni del carcere di Gramsci nell’edizione critica di Valentino Gerratana. Anche con il francese non si sentiva a suo agio, spagnolo e portoghese non ne parliamo. Il mio tedesco valeva il suo italiano. Alla fine ci accordammo con l’inglese e iniziammo. Comunque parlava con un tono ufficiale, quasi a dare una dichiarazione, più che un’intervista. Ma ben presto l’intellettuale uscì fuori, cominciò ad accalorarsi, a criticare ferocemente Lukács, sostenendo l’argomento più comodo in quel momento: lui e gli altri membri della “Scuola di Budapest” aveva avuto ragione nel sostenere contro Lukács che il sistema comunista non era riformabile. Non mi piaceva di lui il modo di parlare e nemmeno il tono della voce: non ammetteva repliche e critiche. L’uomo non mancava, però, di qualche tocco di buona educazione, così tipica per altro degli ungheresi. Era molto informale e schietto, tutto sommato, rispetto agli insopportabili intellettuali italiani, a cui ero abituato, era anche un uomo semplice, quasi quasi poteva risultare anche simpatico.

L’intervista durò più del dovuto e lui si dimostrò anche disponibile ad un altro incontro. La seconda volta si fece trovare più preparato: con distacco mi diede un suo articolo in tedesco, che sarebbe stato pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung su Lukács e Heidegger, dove attaccava ferocemente il suo antico maestro a favore di Heidegger. Notai che mi dava una fotocopia di una redazione ancora piena di correzioni a mano e di cancellature. La sua arroganza poteva stare alla pari con quella dei suoi colleghi italiani. Riprendemmo l’intervista e, questa volta più decisamente che la prima, faceva cadere il discorso sul suo attuale lavoro intellettuale, con un vezzo da salotto, molto ricercato. Gli chiesi se riteneva importante il ruolo di Lukács nel mantenere una qualche forma di dibattito filosofico in Ungheria più che in qualsiasi altro paese comunista, proprio perché Lukács aveva preferito rimanere in Ungheria, durante la dittatura, e non fuggire in Occidente come, ad esempio, Ernst Bloch. Rispose, in maniera tranchant che Lukács non aveva avuto alcun ruolo e che l’Ungheria non era la Germania Orientale. Giusto, replicai, ma proprio perché Lukács era rimasto. Rispose inacidito che in Ungheria non c’era stata cultura anche durante la permanenza di Lukács. Replicai, a mia volta, ma questa volta deciso a non attaccare più per rispetto ai doveri di ospitalità e alla sua, in fondo, buona disponibilità, che certi filosofi ungheresi anche della cosiddetta cultura del regime non si potevano ritenere del tutto pari a zero. Liquidò tutto con una battutaccia sui suoi attuali colleghi, che era stati coloro che molto gentilmente me lo avevano presentato. Aggiunse poi che capiva il mio attaccamento a Lukács proveniva dal fatto che ero un comunista italiano, cioè lontano da quella realtà che lui aveva provato sulla propria pelle. Avevo deciso di non replicare e non lo feci, anche se ricordavo che se fossi stato a Palermo anche qualche mio professore cattolico, affiliato all’Opus Dei avrebbe detto la stessa cosa: i comunisti non possono capire cosa è in effetti la realtà. Ma Vajda forse sapeva cosa era l’Opus Dei solo di nome e altrettanto della mafia ne conosceva soltanto la leggendaria esistenza cinematografica. Le decine di sindacalisti, socialisti e comunisti, ammazzati non contavano nulla per lui di fronte alle migliaia di morti della rivolta ungherese del 1956. Trattenni a stento Tania, che stava partendo all’attacco e andammo via. Promisi che gli avrai fatto leggere il testo dell’intervista prima di pubblicarlo. Vajda disse che non era necessario, ma io insistetti: non volevo smentite a distanza.

Di Vajda non accettavo il mancato riconoscimento del ruolo di Lukács nella sua formazione personale. E’ vero che gli allievi finiscono sempre per criticare il maestro, ma in fondo qualche cenno di scherno se lo poteva, e ce lo poteva, anche risparmiare. In fondo essere stato allievo di Lukács qualche importanza nella sua esistenza doveva pur aver avuto. Ma Vajda era la dimostrazione della giustezza della teoria della tabula rasa di Descartes: l’Ungheria stava ripartendo da zero e non si volevano avere tradizioni da rispettare o meriti da riconoscere.

A casa mi arrivò la telefonata di Tibor Szabó, un caro amico professore a Szeged e traduttore in ungherese di Gramsci, che mi invitava ad un convegno nella sua università su Lukács da tenersi il 16 e 17 novembre. Mi veniva bene, perché il 15 avrei discusso la mia tesi di dottorato e, quindi, ero libero di andare al convegno. Feci presente che con me era una ricercatrice brasiliana e Tibor fu a dir poco entusiasta di presentare al convegno una brasiliana ricercatrice di Lukács – in ungherese come in tedesco e in inglese l’ordine del sostantivo e dell’aggettivo non si possono cambiare, prima l’aggettivo e poi il sostantivo, ma Tibor parlava troppo bene l’italiano per non sapere che nelle lingue latine la sua inversione era significativa. Altri partecipanti al convegno sarebbero stati Vajda e altri allievi di Lukács, ma della cultura ufficiale come Zoltai e Tökei. Il convegno prometteva di essere interessante. Fra l’altro Zoltai era la mia guida scientifica, grande esperto di estetica musicale, uno dei pochi allievi che Lukács riconosce come tale in una sua opera (nella sua autobriografia Pensiero vissuto).

Intanto si avvicinava il 6 ottobre il momento più significativo della caduta del comunismo in Ungheria. Per quel giorno era fissata la chiusura del Magyar Szocialista Munka Párt (Partito Operaio Socialista Ungherese) e ci sarebbero state grosse novità. Giusto la sera del 6 ottobre, che era un sabato, il mio amico Giovanni Cataluccio, che lavorava all’Istituto Italiano di Cultura, ci invitò a cena. Lui viveva proprio di fronte al Novohotel, dove si teneva il congresso del partito. Giovanni accese la televisione, che trasmetteva in diretta i lavori del congresso, e fece da interprete a Tania di quello che stava accadendo. Era incredibile vedere la teoria dei congressisti salire sul podio a fare una pubblica autocritica di tutta la politica di quei 41 anni di comunismo e chiedere la dissoluzione del partito. Tra di loro vidi salire anche il direttore dell’Archivio Lukács, Sziklai, che molto imbarazzato fece una delle più violente autocritiche, anche lui chiedendo la dissoluzione del partito. In quel momento ricordavo irritato le settimane e i mesi che quel difensore dell’ortodossia mi aveva fatto trascorrere prima di concedermi di leggere le carte inedite di Lukács e adesso lo stesso uomo spiegava imbarazzato a milioni di ungheresi che c’era stata una serie di errori lunga 41 anni e che lui personalmente si sbagliava da almeno 30 anni.

Giovanni e Andrea, sua moglie, era sbalorditi di quanto stava avvenendo. Io e Tania eravamo sbalorditi di quanto non stava avvenendo. Credevamo che almeno qualcuno dei congressisti si alzasse, andasse al microfono e ricordasse ai presenti che il comunismo era stato anche lavoro a tutti, miglioramento delle possibilità di vita rispetto a quelle della nascita per milioni di cittadini, un progetto di vita che era stato concesso ai figli di operai e di contadini. Zoltai mi aveva sempre detto che lui, figlio di contadini, non sarebbe mai arrivato ad essere il vice-direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia Ungherese delle Scienze e professore di Estetica all’Università di Budapest senza il comunismo. Ma Zoltai non era membro del partito, forse proprio perché credeva ancora nel comunismo. Nessuno dei congressisti fece tutto questo, né ricordò che in Ungheria il comunismo era stato qualcosa di diverso che in Unione Sovietica o in Germania Orientale o in Romania. Il congresso del partito sembrava la riunione di una banda di ladri che si stessero spartendo il bottino, per poi pentirsi del furto e tenersi una parte della refurtiva.

Fu così decisa la dissoluzione del partito, il che significava praticamente la fine del regime comunista, il che apriva un enorme vuoto costituzionale, visto che il partito era il perno non soltanto della società ungherese, ma anche del sistema politico e legale del paese. In pratica bisognava non soltanto convocare un’Assemblea Costituente, ma da quel momento non esisteva più nessun partito. Era una vera e propria rivoluzione e tutto ciò avveniva dall’altra parte della strada. Ci precipitammo fuori per vedere con i nostri occhi e non più attraverso la televisione cosa stesse avvenendo. Non accadeva assolutamente nulla! I congressisti uscivano in auto e tornavano alle loro case, come avevano fatto nei congressi precedenti: era accaduto tutto e per loro non era accaduto nulla. Ma ero stupito che non ci fosse gente ad accogliergli con grida di protesta o di vendetta. Niente di quanto avrei visto nel 1992 a Roma, durante il periodo di “Mani pulite”, quando la folla inferocita aggredì Craxi e complici, lanciandoli monetine e invettive. In Ungheria il comunismo finì come una semplice riunione di condomini.

Il giorno dopo i giornali risaltarono la notizia e nei giorni successivi il Parlamento, che era rimasto l’unico centro di potere decisionale, cominciò a preparare le necessarie elezioni attraverso la legalizzazione dell’esistenza di partiti non comunisti. Con questa legalizzazione la vita politica tornò, per la prima volta dopo 41 anni, nel suo luogo naturale, cioè nelle strade, nei caffè, nelle riunioni, nelle assemblee, laddove si riunissero esseri umani che volevano incontrarsi per scambiare idee, discutere, progettare il futuro. Questa era la vera rivoluzione. E tutto si svolgeva con una calma, una civiltà e una maturità impressionante, come se gli ungheresi fossero abituati da 40 anni alla vita politica democratica. Nessuno chiedeva vendetta, mascherandola di giustizia, piuttosto tutti erano impegnati nel progettare la transizione. Si dibatteva molto, ma con poca passione, piuttosto emergeva qualche preoccupazione sul che fare. Appariva a prima vista che i più sorpresi erano propri i cittadini, tutte le loro, anche più rosee, previsioni erano superate dagli avvenimenti interni e internazionali.

La mia attività all’Archivio Lukács cambiò a partire dal 8 ottobre, il lunedì successivo alla scioglimento del partito. Cominciai a chiedere e ad ottenere tutto quello che mi era stato o negato o reso difficile da vedere negli anni passati e soprattutto lo potevo fotocopiavo. Il clima, adesso, era quello di un normale centro di ricerca, dove i ricercatori vengono qualche giorno in visita, il tempo di vedere cosa c’è a disposizione, lo analizzano per qualche ora, lo fotocopiano e vanno via. Soltanto che adesso avevo a disposizione ancora un mese e mezzo di borsa di studio, quindi potevo studiare molto più di quanto avevo fatto nei precedenti due anni. I ricercatori e il direttore mi trattavano come un povero idiota che perdeva il suo tempo a studiare un filosofo ormai definitivamente sepolto. Da parte mia ero sorpreso della banalità del materiale che avevano conservato per anni, lettere o interviste di Lukács nelle quali spesso il filosofo ungherese ripeteva quanto aveva già pubblicato. Non c’era tutto quel materiale eccezionale che avevo favoleggiato negli anni precedenti, ma come accade normalmente con tutti i grandi intellettuali il materiale inedito confermava quanto era già noto, semmai permetteva di comprendere la genesi di certi concetti o di alcune prese di posizione e poteva al più rendere noto qualche giudizio molto secondario.

Intanto anche gli altri paesi comunisti cominciavano a traballare sotto la pressione interna e davanti all’esempio della Polonia e dell’Ungheria e soprattutto di fronte all’immobilità sovietica. Così tra la metà e la fine di ottobre anche Cecoslovacchia e Bulgaria cominciarono a dare segni di radicale cambiamento. Le notizie di questi avvenimenti erano offerte dalla televisione ungherese con ampiezza di servizi e non c’era sostanziale differenza con quanto ne scrivevano i giornali italiani, che invece erano nettamente meno informati. Il mondo diventava sempre più eguale.

Il 20 ottobre ci fu un altro appuntamento con la Storia in Ungheria. Quel giorno il Parlamento decise che la denominazione del paese cambiava da “Repubblica Popolare Ungherese” in “Repubblica Ungherese”, il che significava che il comunismo era finito anche nella definizione della forma dello Stato. Adesso l’Ungheria era una semplice repubblica come un altro centinaio nel mondo. La seduta fu trasmessa alla radio, che ascoltai nell’Archivio Lukács. I ricercatori dell’Archivio ascoltavano entusiasti la trasmissione e volevano che anch’io fossi entusiasta come loro. Mi dicevano che era una giornata storica e vollero che festeggiassi con loro, cosa che feci rapidamente e alla svelta. Ricordavo che fino a qualche anno prima, quelle stesse persone, inneggianti adesso alla democrazia e alla libertà, rispondevano con il silenzio o con negazioni alle mie richieste di aiuto di darmi i libri di Lukács, che magari stavano soltanto in una stanza contigua a quella da loro occupata. Adesso eravamo pari, loro erano cittadini liberi nella “Repubblica Ungherese”, come lo ero anch’io nella mia democratica “Repubblica Italiana”, loro avevano un lavoro, io ero un disoccupato, ma finalmente libero di leggere quello che volevo. La democratizzazione era iniziata anche per me e, quindi, finalmente potevo lavorare. Mi rallegrai soltanto con Bela Bacsó, che negli anni del regime era stato espulso dall’Accademia Ungherese delle Scienze, perché era un dissidente e da un anno era stato reintegrato nel suo lavoro di ricercatore dell’Archivio Lukács: lui quel giorno se lo era meritato.

Quattro giorni dopo, il 24 ottobre, cadeva il 33° anniversario dell’inizio della Rivoluzione del 1956. Solitamente non si festeggia il 33° anniversario, piuttosto si festeggiano anniversari con cifra tonda, ma quello era un anniversario speciale, perché era il primo che si poteva festeggiare pubblicamente. Ero stato in Ungheria per il 30° anniversario e già allora si era tentato di non criminalizzare la parte sconfitta, cioè i dissidenti anti-comunisti. Adesso speravo che accadesse lo stesso, seppure adesso i ruoli erano rovesciati e così fu.

Tutto cominciò, anche questa volta, dall’Archivio Lukács, nel primo pomeriggio. Si sapeva che la sera ci sarebbe stata una grande manifestazione nella piazza del Parlamento e così ero già armato di macchina fotografica. Mentre stavo accanto alla fotocopiatrice e mi lasciavo cullare dal suo ritmo sonnacchioso, la segretaria dell’Archivio mi avvisa che la polizia sta recuperando un cadavere dal Danubio, che scorre proprio sotto le finestre dell’Archivio Lukács. Pensai che fosse accaduto il peggio: scontri con la polizia e già i primi morti, insomma una vera rivoluzione. Con l’aiuto dello zoom fotografico mi accorsi invece che si doveva trattare del solito suicida -in Ungheria c’era allora il più alto numero di suicidi d’Europa e tra i più alti del mondo. La polizia stava recuperando il corpo senza fretta e senza scomporsi.

Proprio in quel momento dalla parte opposta del fiume, stava passando una manifestazione con tanto di bandiere e striscioni. Era la prima manifestazione aperta e autorizzata dopo 33 anni. Con Tania lasciai l’Archivio e corsi ad assistere a questo storico avvenimento. All’inizio erano poche centinaia, ma mano a mano che la manifestazione si avvicinava alla piazza del Parlamento andava ingrossandosi. La gente scendeva dalle case e si univa festosamente al corteo, che era aperto da una bellissima e altissima ragazza bionda, che spingeva al fianco la sua bicicletta, segno evidente che anche lei era stata coinvolta per strada dall’entusiasmo della novità. I bambini seguivano il corteo come se fosse diretto allo zoo o alla giostra. I genitori o i nonni facevano fatica a seguirli. La televisione italiana trasmetteva un servizio vicino al corteo, il reporter raccontava gli avvenimenti dalla sua ottica e non capiva il significato delle scritte in ungherese, anteponendo la sua ricostruzione ai fatti. Ma a causa della sua lingua ermetica l’Ungheria è vista dagli occidentali secondo quanto loro vi vogliono vedere. Rispetto alle mie esperienze italiane, sembrava più una processione paesana che una manifestazione politica, soprattutto perché non c’era l’ombra di un poliziotto.

Nella piazza del Parlamento, invece, la polizia c’era. Aveva circondato l’intera piazza, ma lasciava che i manifestanti entrassero nella piazza attraverso le sue file e raggiungessero il grande assembramento al centro della piazza. Tutti erano con bandiere ungheresi, ma nelle bandiere vi era un buco nel mezzo della striscia centrale bianca: avevano tagliato via il la stella a cinque punte del comunismo. Qualcuno aveva già colmato lo spazio vuoto con la corona di Santo Stefano l’antico simbolo della monarchia ungherese, come è tuttoggi. Scattai centinaia di fotografie. Ricordo un gigante, sventolante un’altrettanta gigantesca bandiera in mano, che poi il mio amico András riconobbe come uno dei rifondatori del Partito dei Piccoli Proprietari del paesino dove viveva. E poi un bambino di appena un paio di anni sulle spalle del padre con la sua minuscola bandierina con il foro al centro. E tanta gente felice e poi decine di bambini. I padri li avevano portati in piazza, noncuranti della spartana educazione familiare ungherese, per farli partecipare ad un avvenimento che era storico e festoso allo stesso tempo. L’entusiasmo della gente era a dir il vero commovente. Finalmente si poteva vedere cosa fosse preziosa la libertà per chi non l’aveva mai conosciuta e praticata.

Tutti guardavano in alto verso la cupola del Parlamento, come in attesa di un discorso di qualcuno. Chiesi, pertanto, chi aspettassero e mi risposero sorridendo “Imre Nagy”. Perplesso chiesi di nuovo e mi risposero di nuovo e ironicamente “Imre Nagy”. Chiesi altre spiegazioni e sempre molto divertiti risposero che tra poco, alla stessa ora di 33 anni prima, sarebbe stato ritrasmesso il discorso tenuto da Imre Nagy, il capo del governo rivoluzionario del 1956. E così fu. Tutti rimasero in silenzio e si tolsero i cappelli, nonostante il freddo vento della notte. Le parole di Nagy caddero su quelle teste scoperte come pioggia. Il discorso parlava di momenti difficili e di speranze, proprio come adesso, ma adesso sicuramente non ci sarebbe stata nessuna tragedia. Quando terminò il discorso, si alzò un lungo applauso, forte e sentito. L’Ungheria aveva voltato un’altra pagina della sua storia millenaria.

Da quel giorno e per tutto il mese restante che rimasi in Ungheria i discorsi con i miei amici riguardavano il futuro. La campagna elettorale impegnava tutti nella misura in cui rappresentava una scelta tra progetti di sviluppo del paese. Nessuno si immaginava che l’integrazione dell’economia ungherese in quella mondiale sarebbe stata facile. E’ vero che l’Ungheria già da un ventennio si era impegnata in un’opera lenta e costante di apertura all’economia occidentale, ma adesso si doveva iniziare un’opera di accumulazione del capitale e si presentavano due possibilità: una sorta di comunismo riformato che, pur mantenendo la proprietà pubblica delle grandi fabbriche, aumentasse la presenza della piccola produzione privata, soprattutto nell’indotto, oppure la capitalizzazione da parte del capitalismo straniero. In quasi tutti gli amici che erano in gran parte intellettuali, quali filosofi, storici, economisti, sociologi e politologi, si presentava una preoccupazione: fare presto, il più presto possibile. Davano l’impressione di avere la voglia di recuperare in pochi mesi i 40 anni perduti fino a quel momento. Non avevano paura di una reazione dell’Unione Sovietica che diventava sempre più improbabile mano a mano che cadevano anche gli altri paesi comunisti -si ricordi che il 6 novembre crollava il Muro di Berlino-, quanto manifestavano la voglia di arrivare primi in questa assurda corsa alla capitalizzazione del paese. Non discutevano più di diritti umani o diritti politici, quale tipo di Stato si sarebbero data, ma soltanto quale industria vendere e fino a qual punto delle azioni di una grande fabbrica cedere.

Mentre gli intellettuali discutevano se cedere il 49% o il 51% delle azioni delle grandi fabbriche di Stato, il capitale straniero cominciava a fare pressioni sull’economia nazionale. Soprattutto il capitale europeo premeva alle porte della fatiscente economia ungherese. Infatti la possibilità di mantenere la grande industria nelle mani dello Stato si rivelò impossibile, perché le attrezzature industriali ungheresi, quasi tutte di fabbricazione sovietica, si rivelarono presto incapaci a reggere alle commissioni occidentali e al ritmo di lavoro imposto da queste commissioni. Dietro alle attrezzature c’era il lavoro umano e, quindi, anche la classe operaia ungherese si trovò di fronte al dilemma o adeguarsi alla modernizzazione o cambiare lavoro. Le fabbriche furono vendute prima al 49%, poi al 51%, infine al 100% al capitale straniero, che cambiò attrezzature e produzione. Iniziarono di conseguenza i licenziamenti.

Il grande manovratore di questa occulta politica di smembramento dell’economia statale e della sua cessione al capitale straniero era George Soros, il miliardario statunitense di origine ungherese, che avevo conosciuto nel 1986, una sera, all’Hilton di Budapest. Quella sera ero in compagnia di un mio amico, il vicedirettore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia Ungherese delle Scienze e direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Università di Budapest, János Kelemen. János, o meglio Jimmy, come preferisce farsi chiamare, aveva voglia di bere un whisky e l’unico posto di Budapest dove si potesse trovare un buon scotch whisky era l’Hilton. Il fatto che io fossi italiano offriva la possibilità di entrare all’Hilton, dove un ungherese da solo non poteva entrare, mentre un occidentale poteva invitare quanti ungheresi volesse. Andammo all’Hilton e ci accomodammo nel bar. Jimmy si godeva il suo whisky e io la mia palinka ungherese. Un signore al tavolo vicino al nostro ascoltava con attenzione la nostra conversazione in italiano, fin quando decise di intervenire in buon italiano, chiedendo a Jimmy se fosse il professore Kelemen. Ricevuta risposta positiva, si presentò come George Soros. Jimmy rimase sbalordito e i due iniziarono a parlare in ungherese sulla fondazione culturale che a Soros stava a cuore in quel periodo e che era un caso unico nei paesi comunisti: una fondazione privata che finanziava le attività culturali delle istituzioni statali ungheresi. Così nacquero diversi progetti di convegni internazionali di filosofia e diversi allievi di Jimmy si recarono con borse di studio in Europa Occidentale e negli Stati Uniti. Naturalmente Soros, grazie alla cultura, cominciò a presentarsi al governo ungherese e al partito comunista come un interlocutore privilegiato, fino a divenire al momento opportuno il grande manovratore della riconversione industriale ungherese da statale a privata. Il nome di Soros era una garanzia per i comunisti ungheresi e per i capitalisti occidentali, ma non era difficile immaginare da quale parte propendesse la simpatia di Soros.

Dietro a Soros, già nei primi giorni di novembre, cominciarono a calare su Budapest delegazioni e gruppi di imprenditori occidentali, soprattutto austriaci, tedeschi e italiani. Questi ultimi venivano per piccoli affari, per comprarsi fabbrichette grandi come un’officina, attratti dal basso costo della manodopera ungherese e dalla facilità di conoscenze femminili, con le quali trascorrere le noiose e fredde notti sul Danubio. Inglese e francesi si concentrarono soprattutto nell’acquisto di grandi complessi industriali. I pezzi più pregiati erano le acciaierie della Ganz Magav a Budapest o la fabbrica di camion di Raba Eto e Györ. La Philips olandese comprò la Tungsram, un’ottima fabbrica di lampadine, e l’industriale italiano Dreher riebbe indietro la fabbrica di birra di Köbanya Kispest che gli era stata requisita nel 1948.

Quanto accadeva cominciava a farmi nascere l’impressione che l’economia ungherese più che in un capitalismo di Stato, avanzato e moderno, si stesse trasformando in quella di un paese latinoamericano. Il basso costo del lavoro, la massiccia presenza del capitale straniero, che avrebbe cercato prima o poi di tornare da dove era venuto, la legislazione decisamente svantaggiosa per sindacati e operai, mi rafforzavano questa impressione. Inoltre vedevo scucirsi e disperdersi il tessuto sociale come se il collante che teneva insieme la società e i rapporti umani si fosse improvvisamente allentato e iniziasse un processo di dispersione centrifuga. Con il passare dei giorni i miei amici intellettuali, che prima erano molto fiduciosi nella possibilità di edificare una società ungherese finalmente democratica e con una ampia giustizia sociale, cominciarono ad esserlo sempre meno. Stavano sognando la Svezia e, invece, si stava costruendo il Brasile. Ne parlavo con loro, ma seppure quello che stava accadendo non gli piacesse, non capivano bene cosa fosse una società latinoamericana e così gli sfuggiva il senso del confronto. Unanimemente nessuno di loro tracciava un seppur minimo bilancio positivo del comunismo, nessuno trovava positivo il livellamento sociale di quei 40 anni di comunismo oppure il fatto che la miseria e la povertà della vecchia Ungheria pre-comunista erano stati debellati. Era molto strano se ponevo un confronto tra quanto mi raccontavano i miei genitori sul fascismo italiano, del quale ricordavano qualche elemento positivo. Sembrava che per i miei amici intellettuali, quindi persone ben informate, il comunismo fosse stato soltanto un lungo errore, una specie di buco nero del quale dimenticarsi alla svelta.

La loro fiducia diminuiva nella stessa misura in cui aumentava la crescita di un dibattito politico sempre più lontano dalla questioni concrete della vita quotidiana. Si cominciava a chiedere la restituzione delle vecchie proprietà sequestrate 40 anni prima dallo Stato e naturalmente si chiedevano congrui risarcimenti. I partiti di centro cavalcavano queste richieste, mentre i neonati partiti di destra cominciavano ad avanzare richieste territoriali: prima di tutto la Transilvania rumena, dove vive una numerosa minoranza ungherese, poi i villaggi ungheresi in Slovacchia, le regioni più orientali in Moldavia, dove vi è una scarsa presenza ungherese, e la Voivodina jugoslava, anch’essa abitata da ungheresi, ma nessuno che parlasse dei pochi villaggi ungheresi in Austria. La irrazionalizzazione della vita politica, seppure in un mese, arrivò presto a livelli tangibili anche nella vita quotidiana. E’ chiaro che i due fenomeni erano collegati: quanto più irrazionale diveniva la vita politica, tanto più era distratta l’attenzione pubblica dal destino della struttura industriale del paese, la quale veniva ceduta già dal vecchio partito comunista ancora al potere al capitale straniero.

Il vecchio Partito Operaio Socialista Ungherese non esisteva più dal 6 ottobre, eppure i suoi uomini rimanevano al potere e ricevevano delegazioni capitalistiche straniere a cui vendevano pezzi dell’economia statale. I congressisti, che avevo visto autocriticarsi in televisione, si trasformarono velocemente in manager di industrie vendute al capitale straniero, o nei proprietari di piccole industrie. Rinacquero due partiti di sinistra: il Partito Socialista, che era il più grosso, e il Partito Comunista, più piccolo che si ispirava all’ormai defunta esperienza dell’eurocomunismo. Si spartirono senza troppo litigi l’enorme eredità di proprietà del vecchio POSU, divenendo così i due più grandi proprietari privati dell’Ungheria. Tutto questo avveniva senza il minimo controllo da parte dei cittadini, che erano distratti dalle novità occidentali.

La presenza di merci occidentali nei negozi, seppure in un solo mese, divenne ancora più evidente e massiccia di quello che era già negli ultimi anni del regime di Kádár, il vecchio leader comunista che aveva governato in Ungheria dal 1956 al 1986, l’anno precedente alla sua morte. E poi la presenza della liberalizzazione era anche agli angoli della strada: sorgevano come funghi piccole case editrici che pubblicavano di tutto, dalla letteratura pornografica alle memorie dei sopravvissuti del 1956, dalla letteratura, alla filosofia, alla storia tutte riscritte in un’altra versione, quella post-moderna. Questi libri venivano venduti agli angoli delle strade da poveri handicappati, come era costume anche negli anni del regime. Potevo così acquistare opere un tempo assolutamente introvabili, se non nei samizdat. Anche questo era un piccolo segno del cambiamento dei tempo, adesso la storia d’Ungheria era leggibile anche per gli ungheresi.

In quei giorni tornai ad incontrare Vajda. Gli volevo far vedere il testo dell’intervista. Aveva detto che poteva leggere in italiano e, infatti, quando ci incontrammo aveva già letto il testo previamente consegnatogli e aveva emendato alcune risposte, ma insieme ad esse anche una domanda. Gli feci presente che la domanda era mia e che non poteva tagliare le mie parole, rispose con un’alzata di spalle e praticamente tagliò di netto quasi tutta la risposta, lasciando soltanto un secco “No”. La domanda era se si riteneva ancora un marxista. Nell’occasione gli comunicai che avevo trovato una collocazione all’intervista: l’edizione italiana di “Lettera internazionale” -l’intervista fu pubblicata nel n°. 23 del 1990- che dedicava un dossier a Lukács. La collocazione della sua intervista gli parve opportuna e degna del suo rango. Prima di lasciarci, tentò di comunicare direttamente con Tania, ma il suo italiano non era sufficiente per lo sforzo di fare omaggio ad una concittadina di Pelé. Con il mio aiuto di traduttore si informò sull’argomento delle ricerche di Tania all’Archivio Lukács e ai nomi di Coutinho e Konder alzò le spalle, commentando che a quei tempi Lukács era molto famoso e scrivevano in tanti e da molti posti del pianeta. E poi tra gli allievi di Lukács l’incaricato di leggere le lettere in lingue neolatine era Ferénc Fehér, il quale seppi anni dopo capiva soltanto un po’ d’italiano, ma nulla di portoghese o spagnolo. Il suo interesse umano finì lì.

Il 15 novembre discussi la mia tesi di dottorato e il giorno dopo, di buonora, partimmo per Szeged, dove iniziava il convegno internazionale su Lukács, finanziato dalla Fondazione Soros. A Szeged fummo ospitati nel pensionato dell’Università, ci fu assegnata una giovane studentessa d’italiano come interprete e ci precipitammo al convegno. La mattina parlavano Tökei e Zoltai, gli allievi di Lukács, che erano rimasti entro le istituzioni statali, il pomeriggio Vajda. Io e Tania avremmo parlato la mattina del giorno dopo. Tökei e Zoltai non furono molto incisivi e si limitarono a due relazioni scientificamente valide, ma troppo accademiche. Nessun dibattito serio e poi tutti a pranzo, dove gli ungheresi confermarono di avere qualche radice mediterranea, perché come è loro abitudine gradirono la convivialità dell’incontro e lo stesso Vajda, davanti alla calda umanità di Zoltai si sciolse iniziando anche a scherzare, accettò anche qualche mia battuta e, insieme a Tökei e con l’aiuto della figlia di costui, che parlava un perfetto italiano, iniziò a fare domande a Tania sul Brasile e sull’America latina. Facemmo anche tardi a tavola e al ritorno al convegno la sala, che la mattina era rimasta quasi deserta, era piena fino all’inverosimile. Gente in piedi e tutti giovani studenti. Si vedeva che c’era attesa per ascoltare finalmente e dopo tanti anni un dissidente che adesso si proponeva come il nuovo leader della cultura accademica ungherese.

Vajda fu all’altezza della situazione, lesse una relazione che era praticamente il testo che sarebbe stato pubblicato qualche giorno dopo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dove demoliva Lukács a favore di Heidegger. Dato che conoscevo già quel testo in tedesco sapevo dove fossero i suoi punti deboli. Alla fine fu sepolto dagli applausi e mentre si allungavano i convenevoli in attesa di iniziare il dibattito, ebbi il tempo di scambiare un paio di battute con Zoltai sulla conferenza di Vajda. Zoltai mi disse che non aveva intenzione di intervenire. A quel punto presi l’iniziativa e non appena fu chiesto se ci fossero domande, fui il primo a parlare.

Iniziai riconoscendo a Vajda tutti i meriti che era guadagnato opponendosi al regime comunista, rimanendo in Ungheria seppure isolato dalla cultura accademica, ma data la nuova situazione politica e la mia veste di ospite straniero mi sentivo in grado di muovergli alcune critiche. Il gelo scese sulla sala e mi attirai subito l’ostilità di quasi tutti i presenti. Gli ribattei che considerare positiva la demolizione dell’ontologia da parte di Heidegger, come aveva appena finito di fare lui, significava andar contro ad una tradizione della filosofia che era, fin dal suo inizio indirizzata alla ricerca e alla definizione di concetti e valori forti, come la libertà. Gli ricordai che Aristotele proprio nella Metafisica aveva definito la metafisica la scienza libera per eccellenza, perché non può essere asservita a nessuno scopo. E poi come italiano sentivo il dovere di ricordare che un mio grande concittadino come Campanella aveva scritto in carcere un libro in sei volumi dal titolo Metafisica per difendere il valore della libertà di pensiero contro l’intolleranza religiosa. Sostenni anche che ritenere la metafisica una forma di pensiero totalitario significava, pertanto, sconoscere questa tradizione della filosofia classica e abbandonare la filosofia alla vacuità di un pensiero “debole”, come si stava facendo in quei tempi in Italia, o peggio alla annichilazione dei valori, come aveva fatto Heidegger. Finì per ricordargli che il suo maestro Lukács nel terminare la sua produzione filosofica, scrivendo l’Ontologia dell’essere sociale, aveva voluto indicare che la dittatura comunista andava combattuta con una democratizzazione della vita quotidiana, argomento che avrei trattato il giorno dopo più ampiamente. Quando mi sedetti, ero convinto di aver fatto scoppiare un incidente diplomatico o una rivolta contro di me, ma erano due mesi che avevo voglia di dire quello che pensavo.

Passarono alcuni minuti alla ricerca di altre domande e, allora, chiesi a Vajda di rispondere. Il presidente della seduta, nascondendo a stento il suo imbarazzo e la sua stizza, mi disse di aspettare. Finalmente qualcun altro dei più allineati a Vajda tra i quali notai anche un ricercatore dell’Archivio Lukács, Mezei, intervenne a porre domande tecniche su Essere e tempo e il dibattito scivolò su temi accademici. Vajda rispose a tutti più o meno aggressivamente, ma alla fine non aveva risposto alla mia domanda. Concluse con una sola battuta, dicendo che come italiano non potevo capire bene quello che Lukács intendeva dire nell’Ontologia dell’essere sociale, non fece menzione di Aristotele o Campanella. Ancora una volta essere italiano significava portare un handicap intellettuale. Dopo di Vajda avrebbe parlato un professore dell’Università di Szeged, l’università ospitante, strenuo sostenitore di Lukács, ma Vajda con un senso tutto personale dell’ospitalità, si alzò e se ne andò non senza lanciarmi un’occhiata terribile. Con lui se ne andarono tutti i giovani studenti e in totale il 90% dei presenti. E così finì il dibattito.

Il giorno dopo, un po’ per il mio intervento su Vajda del giorno prima e un po’ per la presenza della brasiliana, la sala era piena a metà. Tenni la mia relazione in ungherese, a fianco di Mezei, poi iniziò il dibattito che Mezei seppellì presto sotto i suoi accademismi. Ad un certo punto un signore di mezza età mi fece una domanda riguardo proprio all’intervento del giorno prima e mi offrì la possibilità di riprenderne qualche argomento. Non mi feci sfuggire l’occasione e dissi che per me il socialismo era stata la possibilità concreta, alla maniera di Lukács, di trasformare in meglio la società nella quale ero nato, cioè la Sicilia, di liberarla dal cancro della mafia e di offrire a tutti la possibilità di sviluppare un progetto di vita personale e autonomo. Dichiarai che mi rendevo conto che in alcune situazione come in Ungheria il socialismo si era trasformato in una gabbia, seppure dorata, ma pur sempre una gabbia, il che mostrava la bontà di alcune osservazioni di Marx sullo sviluppo ineguale: le idee politiche o le strutture economiche, seppure progressiste, se vengono realizzate in situazioni di arretratezza finiscono per produrre un effettivo peggioramento della situazione. Avere realizzato il socialismo in Ungheria nel 1948, quando il paese era appena uscito dalla guerra e ancora aveva una struttura contadina, con una concentrazione industriale soltanto attorno a Budapest, era stato un grave errore, reso ancora più grave dal modo in cui era stato preso il potere dai comunisti, cioè con un colpo di Stato. Un regime antidemocratico e illiberale aveva impedito anche la possibilità di un ulteriore sviluppo, quando si presentò la possibilità di realizzare una rivoluzione comunista contro il comunismo, come fu il 1956, In quell’occasione si abbatté sull’Ungheria la repressione sovietica in collusione con l’interesse occidentale di impedire la nascita di un’esperienza di un comunismo dal volto umano. Anche in questo caso nessuno provò a dibattere con me, soltanto quel signore di mezza età, annuì d’accordo.

Il convegno si concluse con la relazione di Tania su “Lukács in Brasile”, dove ritornarono i temi forti della crescita di una cultura di sinistra, della ripresa di alcune idee lukacsiane nell’analisi della società brasiliana, nel tentativo di sviluppare una possibilità concreta di costruire una società più libera e più giusta. Poi Tania, con l’aiuto dell’interprete, lesse la lettera di Coutinho a Lukács sulla repressione militare a seguito del golpe in Brasile del 1964. In quella lettera l’allora giovane intellettuale brasiliano, raccontava al vecchio filosofo ungherese che i militari avevano bruciato i libri del pericoloso rivoluzionario russo Dostoevskij, che decine di suoi amici erano stati arrestati e torturati, che in generale tutto il paese e la cultura in particolare avevano fatto un salto indietro di decenni. Il solito signore, a quel punto, intervenne e commentò soltanto che il comunismo in Ungheria non era mai arrivato a quel punto. Poi, mentre Tania si trasformava nella star del convegno con interviste radiofoniche e giornalistiche, quel signore mi si avvicinò e si presentò: era il nuovo segretario cittadino del partito comunista ungherese. Mi ringraziò perché avevo esposto correttamente quello che era il giudizio del nuovo partito sui fatti d’Ungheria e sul significato del socialismo. Gli risposi che forse avrebbe fatto bene a interloquire di più con me e non a lasciarmi solo. Si giustificò con una frase farfugliata e andò via. Così mi ritrovai solo a combattere una battaglia già perduta e che per giunta non era neanche la mia battaglia.

Proprio il senso di inanità è l’impressione più forte che ancora conservo di quella esperienza; nessuno, né tra gli intellettuali più intelligenti, né tra i beneficiari del regime, quelli che poco tempo dopo erano già ritornati tra i “dannati della Terra”, cioè operai, contadini, lavoratori, giovani, donne, intervenne a difendere almeno le conquiste sociali del regime comunista, che c’erano indubbiamente state; nessuno difese quello che il vecchio Lukács continuava insistentemente a dire: il socialismo deve essere la difesa della democratizzazione della vita quotidiana. Il lavoro demolitore nei suoi confronti sia della cultura ufficiale sia dei suoi stessi allievi era stato ben fatto: nessuno che usasse l’intellettuale più rappresentativo della cultura ungherese di sempre o per indicare un possibile futuro sviluppo, o per difendere quello che con tutte le sofferenze e le difficoltà e le contraddizioni era stato conquistato in 40 anni. Così anche le sofferenze erano diventate inutili.

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