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Michail  Lifšic

Michail Lifšic

di Michail Lifšic

«Belfagor» XLV, n. 5, 30 settembre 1990.


Caro «Belfagor», presentando nel numero di settembre 1990 certe pagine di Michail Lifšic su Lukács a Mosca, tradotte dalla rivista «Filosofskie nauki» (1988/12), avvertivo: «Sarebbero ciò che resta di una intervista concessa a non meglio identificati ‘amici ungheresi ’ a metà degli anni ’70. L’autore […] non avrebbe lasciato altra testimonianza sull’argomento. Non si sa d’altra parte se il testo è stato finora utilizzato più o meno integralmente fuori dell’URSS». Successivamente, per i buoni uffici di Giuseppe Prestipino, ho avuto da Budapest un volumetto di 216 pagine, nel quale è raccolto l’intero risultato degli incontri degli amici ungheresi di cui sopra, cioè di Sziklai László e Farkas János László, con Lifšic.
Sotto i nomi, come autori, di Lifšic e Sziklai, e il titolo Gli anni di Mosca di György Lukács. Conversazioni, ricordi (Gondolat, Budapest 1989), il volumetto comprende una Introduzione di Sziklai, sette conversazioni con Lifšic dello stesso Sziklai, datate rispettivamente 14 e 22 novembre, e 6, 12, 18, 23, 28 dicembre 1974, una intervista precedente, del 1971, di Farkas a Lifšic, e 97 note.
(Giovanni Mastroianni).


Michail Aleksandrovic Lifšic non è più in Italia il Carneade di cui Fausto Nicolini e Palmiro Togliatti discutevano accanitamente, purtroppo per sentito dire, una introduzione alla Scienza nuova. Vittorio Strada ne ha pubblicato presso Einaudi un saggio, Mito e poesia, «che attesta una mente filosofica originale e coltivata, in cui grandi problemi teorici si fondono con moderni interessi politici». Il particolare dello stretto rapporto di «questo singolare pensatore marxista» (come lo chiama Strada) con György Lukács è stato poi rimesso in questione dall’uscita, in un volume degli Editori Riuniti a cura di Alberto Scarponi, delle dichiarazioni in extremis dello stesso filosofo di Budapest. Lifšic «era uno dei maggiori talenti che vivessero in quel periodo, soprattutto sul piano puramente letterario». «Ma che cosa poteva fare in Russia? Appoggiò quella linea secondo la quale la letteratura moderna non sarebbe buona. La sua concezione è divenuta fino in fondo conservatrice. Non voglio dire che l’amicizia che c’era fra noi sia per questo cessata. Ma fatto sta che quelle cose oltre le quali egli fino a oggi ancora non è andato, io le ho lasciate molto dietro di me sul piano teorico».

Le pagine qui tradotte, simmetriche senza saperlo a un ricordo così poco generoso, e complementari in qualche punto al celebre ritratto di Lukács della Montagna incantata di Mann, sono comparse nelle «Filosofskie nauki» di Mosca (1988/12), con una presentazione di A. A. Visnevskij. Sarebbero ciò che resta di una intervista concessa a non meglio identificati «amici ungheresi» a metà degli anni ’70. L’autore, morto nel 1983 poco meno che ottantenne, non avrebbe lasciato altra testimonianza sull’argomento. Non si sa d’altra parte se il testo è stato finora utilizzato più o meno integralmente fuori dell’Urss.
Al lettore non specialista possono servire alcune notizie, sulle persone e i fatti citati, e qualche chiarimento puntuale. L’Istituto K. Marx e F. Engels era una delle principali istituzioni scientifiche sovietiche. Nel 1931 si fuse con l’Istituto Lenin nell’Istituto Marx-Engels-Lenin, diventato poco dopo Istituto Marx-Engels-Lenin-Stalin, e nel 1956 Istituto del marxismo-leninismo. Vale la pena di rilevare che il passaggio determinato dall’assunzione di Stalin al rango di quarto classico del marxismo è semplicemente ignorato dai repertori brezneviani. David Borisovič Rjazanov, benemerito editore di opere di Marx e Engels, fu espulso nel 1931 dal partito, e scomparve durante i grandi processi. Comintern, o Komintern, equivale a Internazionale comunista, 1919-43. Le tesi di Blum, redatte sotto questo pseudonimo da Lukács nel 1928, erano state condannate come socialdemocratiche e opportunistiche. Comune ungherese è la breve repubblica comunista di Bela Kun, 1919, nella quale Lukács aveva avuto il posto di commissario del popolo per l’istruzione.
La teoria leniniana del rispecchiamento, specie nella riesposizione hegelianeggiante dei Quaderni filosofici, non nega la creatività umana, ma la subordina al rispetto rigoroso delle leggi oggettive del mondo. Erano stati piuttosto i massimi esponenti della scuola di Francoforte, a subire il fascino di Storia e coscienza di classe. L’imperativo della rinunzia, alla felicità individuale e ad una cultura completa e disinteressata, nell’interesse del bene comune, è propriamente al centro degli Anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister. Sottotitolo del tardo romanzo di Goethe è appunto: Die Entsagenden, i rinunzianti. Gnosi, nel cristianesimo e fuori, è la conoscenza che salva. L’estremismo malattia infantile del comunismo è un’opera di Lenin, del 1920. Documento specifico della conversione di Tolstoj è Che cosa è l’arte?, del 1897. Il debito con Georg Simmel, per il carattere sociale dell’arte, e limitatamente al primo periodo del proprio pensiero, fu riconosciuto da Lukács. Le riserve della cultura sovietica verso Ernst Bloch, e a maggior ragione Karl Popper e Martin Heidegger, erano all’epoca dell’intervista assai forti. O sancta simplicitas! La leggenda vuole che Jan Hus scusasse così, quelli che aggiungevano legna al rogo su cui bruciava. «Esprit» era stata fondata dal cattolico, personalista, Emmanuel Mounier. Urerlebnis è l’esperienza primitiva, Bildungserlebnis l’esperienza che si acquista nel corso della formazione. Theodor Wiesengrund Adorno era emigrato dapprima in Gran Bretagna, poi negli Stati Uniti. Bertold Brecht si era trasferito anche lui in America in un secondo tempo, dopo un soggiorno proprio a Mosca. Lifšic preparava la raccolta di tutti i luoghi di Marx e di Engels sull’arte. Tanto più facile fu il coinvolgimento di Lukács nella stessa direzione di studi. Il critico di Lukács V. F. Pereverzen fu messo a suo tempo sotto accusa per sociologismo volgare. Il lavoro incompiuto di Vissarion Belinskij a cui Lukács si riallacciava secondo Lifšic, è quello su D. Fonvizin e M. Zagoskin, citato da Plechanov come ispirato ancora allo hegelismo.

Giovanni Mastroianni


Nel 1930 mi era stata affidata all’Istituto Marx ed Engels l’organizzazione di un nuovo gabinetto scientifico – di un gabinetto di filosofia della storia. Per esso era stata assegnata una grande camera a volta, al piano inferiore della vecchia casa signorile dove era installato l’Istituto. Io badavo ai fatti miei, in mezzo ai libri, quando un bel giorno la porta del gabinetto si apri, ed entrò il direttore dell’Istituto, Rjazanov, in compagnia di un uomo di non grande statura, evidentemente uno straniero, a giudicare dai calzoni alla zuava e dalle ghette, insoliti ai nostri occhi. Rjazanov con la sua voce di basso profondo ci presentò l’uno all’altro: «Questo è il compagno Lukács, egli lavorerà con voi nel gabinetto di filosofia della storia».

La comparsa del nuovo collaboratore non mi stupì. L’Istituto era allora un luogo dove si mandavano i funzionari del Comintern che per vari motivi non erano graditi nei loro partiti. Lukács si trovava all’Istituto dopo l’insuccesso delle sue ‘tesi di Blum’ del 1929, e doveva lasciare immediatamente l’attività politica, sostituendola col lavoro scientifico.

Nel primo giorno stesso del nostro incontro cominciammo a conversare, da principio cautamente, poi sempre più con passione, e non ci accorgemmo che era passato l’intero giorno. Comprendemmo subito che concordavamo in molto o ci completavamo l’un l’altro, e presto sentimmo una grande reciproca simpatia. Cominciò il periodo dei nostri ‘colloqui moscoviti’, che durarono un intero decennio. Di che non parlavamo con lui! Non enumererò i temi dei nostri colloqui. Essi non toccavano solo la filosofia, c’erano anche problemi riguardanti la storia lontana e vicina, ce n’erano altri social-politici. Peccato che questi dialoghi siano rimasti senza registrazione. Ad entrambi rincresceva di questo, ed entrambi li ricordavamo con un sentimento di malinconia per il tempo passato. In seguito Lukács mi diceva, che nella ‘cantina a volta di Rjazanov ’ aveva passato i giorni migliori della sua vita.

Intorno a quel tempo egli si era già in misura notevole liberato dei residui della sua posizione intermedia sulla strada del marxismo. La sua evoluzione era stata organica, era stata preparata dalla sua esperienza precedente (lavoro nel Comintern, partecipazione alla Comune ungherese, e anche prima — posizione internazionalistica all’epoca della prima guerra mondiale). Di me stesso si può dire che in un certo senso lo iniziai agli studi della teoria del rispecchiamento di Lenin. In quegli anni furono pubblicati per la prima volta iQuaderni filosofici di Lenin, i suoi compendi delle opere di Hegel, che permettevano di capire più profondamente il legame della tradizione filosofica classica col leninismo. Il concetto del rispecchiamento nel senso leniniano, il legame di questa teoria dialettica della conoscenza con la politica, con l’esperienza del bolscevismo — tutto questo era l’oggetto costante delle nostre conversazioni.

Io ero testimone di come profondamente Lukács assimilasse la dialettica della verità relativa e assoluta nella applicazione alla letteratura e all’arte e con essa fecondasse la sua creazione scientifica. La svolta nella sua concezione del mondo si manifestò già nel 1930, quando arrivò la prima volta da noi. Ma dopo il ritorno nel 1933 da un viaggio in Germania, dove aveva rotto definitivamente con la scuola di Francoforte e valutato di nuovo criticamente le sue precedenti posizioni filosofiche, egli diventò pienamente il ‘Lukács moscovita ’ che conosciamo…

A me si chiede non di rado in che cosa consistesse, secondo le mie impressioni, il ‘pathos’, per così dire, della personalità di György Lukács. Quando penso a questo, arrivo alla convinzione che la carica storica iniziale, la ‘emozione primaria’ della sua creazione spirituale, fosse l’opposizione alla vecchia, sazia, ingrassata Europa che aveva vissuto al principio del secolo la sua belle époque, il disgusto per l’opportunismo e il parlamentarismo della socialdemocrazia. Lo stato d’animo di Lukács relativamente ai tempi precedenti la prima guerra mondiale, come ben ricordo dai suoi propri discorsi intorno ai giorni della gioventù e come è facile stabilire in base alle sue prime produzioni, si era espresso in una rivolta letterario-estetica (con una certa coloritura romantica) contro la civiltà borghese, che come ho già detto includeva un rifiuto dell’ortodossia dommatica della seconda Internazionale, generatrice di varie forme anarco-decadenti di resistenza e di protesta.

Si può dire che anche in Lukács questa opposizione letterario-estetica contro la forma dominante della vita (a lui ben nota, poiché egli stesso era uscito dall’ambiente borghese) aveva la coloritura moderata e generosa dell’avanguardia di quei tempi. Ma la critica della cultura borghese si era trasformata in lui in un convinto e devoto idealismo comunista. La trasformazione era incominciata già dal tempo della prima guerra mondiale, quando egli aveva preso una posizione internazionalistica, rompendo col circolo di Max Weber. Il suo convinto e devoto comunismo – sottolineo questa formula — aveva una certa coloritura di sacrificio, di quella che nella lingua goethiana si chiama Entsagung.

Quest’ultimo tratto si conservò mutatis mutandis in Lukács per sempre. Esso è particolarmente manifesto nello sviluppo del suo stile: dal ricercato saggismo dell’epoca prebellica a quella specie di ‘gnosi’ rivoluzionaria dei tempi della sua ‘malattia infantile dell’estremismo’ e della sua prima produzione filosofica Storia e coscienza di classe, fino al sacrificio stilistico, proprio una specie di sacrificio, che si esprimeva nella sua ultima maniera di dettare le sue produzioni, e come egli mi diceva una volta, in una certa anche indifferenza per come le cose erano dette, purché fossero dette. Io vedo in questo proprio il sacrificio di una natura fine, generosa, colta, che conseguentemente e anche con ebbrezza rigetta la sua propria finezza, come accadde con Lev Tolstoj, quando rinunziò alle sue produzioni artistiche, ma s’intende, in un altro senso. Ricordo con quale contraddittorio sentimento Lukács mi raccontava della sua residenza heidelberghese, piena di libri preziosi e produzioni artistiche. Egli aveva lasciato senza pensarci sopra tutto questo genere di vita ricercato, perfetto, spiritualmente fine, aveva dedicato tutto al partito comunista, diventando un semplice soldato della rivoluzione.

Lukács rinunziò conseguentemente e fino in fondo a tutte le precedenti possibilità, benché a differenza di molti, fra cui molti suoi persecutori, avesse da sacrificare e da perdere. Nella sua persona, mi sembra, l’intellettualità europea di sinistra del principio del secolo, dei tempi di Simmel e del suo circolo, fece il massimo di tutto quello che poteva fare. Egli ruppe con l’orizzonte limitato sotto il rapporto morale-politico che fece, diciamo, di Bloch — Bloch, di Popper — Popper e di Heidegger — Heidegger. A Lukács non sarebbe stato difficile combinare una qualche particolare posa intellettuale e attenersi ad essa tutta la vita in vari aspetti, cambiando in modo diverso (come gli artisti-modernisti contemporanei, inaugurata per sé una qualche maniera, la ripetono costantemente in vari modi). Egli avrebbe potuto farlo senza fatica, ma preferí rompere con tutto l’ambiente e unirsi al nuovo mondo, da principio come neofita-iconoclasta, poi come pensatore che si era elevato al livello della comprensione del leninismo.

Non so se sarà abbastanza conveniente un tale paragone, ma ai miei occhi il mio compianto amico era per così dire un romano colto che aveva aderito al movimento dei popoli, sapendo in anticipo che gli sarebbe toccato di dire più volte, come un eroe storico di altra epoca: «O santa semplicità!». Egli sapeva che cosa vuol dire essere un professore borghese, egli appunto era un professore borghese, ma per motivi morali puramente interni preferí ogni genere di prove da questa parte della soglia storica, ad ogni prospettiva di diventare di nuovo un professore borghese o qualcosa di questo genere.

Ricordando tutto il suo carattere personale a me caro, mi permetto di dire che i rimproveri rivolti di solito all’indirizzo dei marxismo, di mancare di profondità metafisica (come a volte mi è capitato di leggere, per esempio, nella rivista francese «Esprit»), o di una qualche interna coscienza morale nello spirito del cristianesimo primitivo — tali rimproveri sono per lo meno ingenui (questa è l’espressione più cortese, per definire tale genere di critica del marxismo). Se vi servono effettivamente dei cristiani primitivi del XX sec., cercateli fra le persone di fede marxista. Io conosco molte di tali persone e potrei raccontare qualcosa della loro vita, delle prove da loro sopportate e dello stoicismo che si conservò in loro fino in fondo.

Lukács è anche sotto questo rapporto un chiaro esempio di fermezza, la fermezza più profonda e ‘metafisica ’ — se vi piace questa espressione — nella lotta col male, esterno ed interno, giacché la scelta di un’altra via era per lui tanto infinitamente facile, e gli era abbastanza possibile, com’è noto, sentendosi offeso, voltare le spalle all’elevazione storica delle masse. Nei nostri scambi moscoviti egli scoprì con gioia, che la sua appartenenza alla cultura europea più raffinatamente sviluppata artisticamente non era un ostacolo, qualcosa di superfluo per il movimento storico al quale aveva aderito.

Per ciò che riguarda me, i miei compagni e tutto il nostro circolo moscovita degli anni ’30, di noi si potrebbe dire che procedevamo piuttosto verso il livello più alto della vita spirituale dal movimento di massa della nostra epoca, benché noi pure (ad eccezione di pochi) appartenessimo alla intellettualità. Lukács invece presso di noi a Mosca rinunziava ormai alla sua rinunzia. Era la negazione della precedente Entsagung nello spirito dello ‘gnosticismo’ marxista dei tempi del suo Storia e coscienza di classe.

Per raggiungere questo livello, Lukács era dovuto passare attraverso l’esperienza della rivoluzione ungherese, attraverso il lavoro comunista degli anni ’20, ed era arrivato a Mosca come alla sua Mecca. Qui in lui si compì il definitivo passaggio dialettico nella sua vera forma, egli trovò se stesso. Da qui è fra l’altro chiara la limitatezza della posizione della scuola diltheiana (che si ripeteva in sostanza in altro modo sia nel freudismo, sia nel neofreudismo, sia nelle diverse varianti dello strutturalismo), e propriamente la limitatezza dell’idea che una specie di potenziale spirituale costitutivo della personalità si sviluppi automaticamente dall’interno spontaneo dei principio attivo che si schiude principalmente negli anni giovanili. Non c’è, s’intende, fra Urerlebnis e Bildungserlebnis un rapporto dialettico che vada molto oltre. E se è giusto che le impressioni dell’inizio della vita — come già ben capivano i materialisti del XVIII sec. — hanno un enorme significato per l’uomo, d’altra parte le impressioni acquistate in conseguenza dello sviluppo, quelle che procedono non dal basso ma dall’alto, non dall’interno ma dall’esterno, si fissano a loro volta in senso opposto alla nostra natura, si trasformano in qualcosa di primordiale, e per così dire, la fine diventa principio. Hegel lo aveva capito, forse, meglio degli attuali rappresentanti dei diversi tipi di psicoanalisi. Il Bildungserlebnis può diventare Urerlebnis. Il fenomeno che si è formato in conseguenza dello sviluppo diventa per l’uomo retrospettivo, definitivamente primario, diventa il sottofondo della sua vita creativa nell’insieme.

Se si prende quello che Lukács scriveva prima del 1930, e si paragona con quello che egli scrisse negli anni ’30 e che in seguito entrò nel giro del pensiero marxista in Occidente, ogni ricercatore onesto dirà che, anche non essendo privo di interesse, lo sviluppo precedente era stato tuttavia per Lukács solo una preistoria. E parlando di un rivolgimento moscovita della concezione del mondo, egli aveva in questo senso completamente ragione. Effettivamente, Mosca, il movimento delle menti moscovita degli anni ’30, produsse nella sua attività spirituale una trasformazione radicalmente rivoluzionaria. C’è una specie di linea chiara, che distingue il Lukács degli anni ’20 dal nuovo Lukács, che a mio vedere è l’unico e il definitivo.

Con questo, s’intende, io non voglio gettare ombra su quello che era stato fatto da lui negli anni ’20, perché sia gli articoli politici, sia diverse ricerche, per esempio il lavoro su Moses Hess, sia lo stesso libro Storia e coscienza di classe (con tutti i suoi difetti, diventati a lui del tutto evidenti già nel 1930), sono tuttavia gradi di sviluppo di una forte mente. Ciò nonostante, resta vero che per Lukács il trasferimento a Mosca diventò un rivolgimento radicale di tutta la sua creazione spirituale…

Quando per la prima volta mi incontrai con lui nel 1930, la sua emigrazione non era ancora una fuga dal fascismo, ma era una collocazione provvisoria a Mosca in base alle istruzioni delle istanze di partito da cui dipendeva, le quali trovavano necessario che egli lavorasse per qualche tempo all’Istituto Marx ed Engels. In seguito, dopo un anno, si recò in Germania, e nel periodo che precedette la presa del potere da parte di Hitler, svolse com’è noto un grande lavoro social-politico, partecipando attivamente all’azione del Partito comunista di Germania e dell’Unione degli scrittori proletari a Berlino. In questa ora difficile fece molto per la conquista degli intellettuali alla parte del comunismo. Ma come vedo dalle lettere che mi scriveva da Berlino, e come ricordo semplicemente per impressione generale, già recandosi a lavorare a Berlino aveva abbandonato Mosca solo per qualche tempo. Egli si sentiva parte dell’oasi marxista moscovita, più che di qualunque altro possibile punto di impiego delle sue forze spirituali. Per questo, quando le circostanze terribili del 1933 lo costrinsero a lasciare la Germania, non diresse i suoi passi, diciamo, verso gli Stati Uniti, come fecero persone come Adorno e anche Brecht, Eisler e altri, non elesse a suo rifugio la Svizzera o il Messico, ma ritornò in quella nuova patria, che era diventata per lui la Russia. Su questo terreno storico le nostre vie si incontrarono.

Nel 1930 io avevo 25 anni, e Lukács, mi pare, 46. A mio vedere, al giorno d’oggi anche questi sono sempre anni giovanili. Ma la differenza era tuttavia abbastanza. E se io risultai pronto a serie conversazioni con lui su temi assai vari, sia politici, sia filosofici, questo non derivava evidentemente dalle qualità personali, ma dalla posizione che io avevo semplicemente in forza del fatto della mia nascita in Russia. Era un privilegio che mi aveva dato la sorte. Nei miei 25 anni secondo la legge di un’epoca rivoluzionaria io avevo già in me una certa spirituale, pratica esperienza. Intorno al 1930 la mia esperienza e la conoscenza del marxismo erano maturate al punto che la versione plechanoviana del marxismo non mi sembrava accettabile o almeno definitiva, e come mi pare, ero già al livello di una concezione della dialettica marxista che mi permetteva di assimilare il contenuto dei Quaderni filosofici di Lenin…

Se è possibile esprimersi così, io ‘contagiai’ Lukács con l’interesse per l’estetica di Marx e Engels. Il suo primo lavoro su questo tema — l’articolo sul carteggio di Marx e Engels con Lassalle a proposito della sua tragedia Franz von Sickingen — è un ottimo lavoro marxista, una delle migliori produzioni di Lukács. Esso dà per la prima volta un chiarimento profondo, benché ancora bisognoso di ulteriore sviluppo, del problema del rapporto di Marx e Engels con Shakespeare sullo sfondo della loro concezione sociale-storica del mondo e dell’analisi dell’esperienza rivoluzionaria della Germania. È importante al massimo grado, che l’analisi di Lukács legasse i problemi dell’estetica marxista con la concezione leniniana del contenuto e delle forze motrici della rivoluzione borghese-democratica, a differenza di quanto avviene nelle concezioni mensceviche, trockiste e di altre simili correnti. Quell’articolo fu allora un modello di partiticità comunista in letteratura. La sua concezione derivava rigorosamente dal leninismo, ma la sua applicazione all’estetica è merito di Lukács. Poco dopo, nel 1934, mi toccò di difendere l’articolo di Lukács dall’accusa di ‘trockismo’. E mi riuscì di respingere questi attacchi, di dimostrare che il pregio di questo lavoro è proprio che esso è partecipe del leninismo.

L’ambiente moscovita in cui Lukács era capitato giocò un ruolo importante nel suo sviluppo. Ma certo egli non solo trasse profitto dai cambiamenti che avvenivano nella vita spirituale dell’Unione Sovietica, ma portò in essa anche il suo contributo, quello che potevano dare la sua larga cultura, la sua profonda conoscenza della storia della cultura, la sua esperienza personale, la grande maturità teorica da lui raggiunta…

Fra i lavori migliori di Lukács io annovero le sue ricerche delle forme di genere, della ‘struttura’ stessa dell’arte come specchio della vita sociale storica. Tali sono i suoi articoli sul romanzo storico, che sviluppano la teoria hegeliana del romanzo come epopea dell’epoca borghese. Da noi già Belinskij si era servito dell’idea hegeliana in un lavoro incompiuto, che contiene l’analisi dei generi e modi dell’arte. Seguendo Hegel egli vedeva nel romanzo il riflesso di una società nella quale il personaggio principale è l’uomo particolare, allo stesso modo in cui l’epos eroico era il riflesso della situazione mondiale generale dei tempi in cui personaggi erano i popoli e gli eroi che incarnavano le loro aspirazioni. In tal modo, in Russia esisteva già la tradizione del passaggio dal sistema astratto, scolastico, formale dei generi, a quello storico, sociale-storico. Belinskij era il profeta di questo indirizzo. I critici di Lukács (fra loro Perevercev) lo accusavano di un ‘ritorno a Belinskij’. Ai loro occhi questo era qualcosa di tanto antiquato, di tanto arretrato, che sembrava confutarsi da sé.

Effettivamente, un certo ritorno al punto di vista di Hegel e di Belinskij c’era, con la differenza che Lukács va al di là delle loro geniali supposizioni, secondo cui il romanzo come forma letteraria è legato all’arrivo di un’epoca della civiltà, e vede già l’inevitabilità dello sviluppo dei rapporti borghesi, il contenuto economico di questo sviluppo, la logica della società borghese, che si nascondeva nelle viscere di tutta la civiltà di classe e acquistava pieno sviluppo nell’epoca capitalistica. In Lukács la visione storica di Hegel e di Belinskij prende forme scientifiche più reali e chiaramente delineate. Egli ha mostrato, che se la forma del romanzo sorge storicamente, da questo non segue affatto che essa come forma non possa servire di base per una molteplicità di trasformazioni nella storia ulteriore dell’umanità, e non entri a far parte, come pensavano i suoi critici, dei concetti formali dell’estetica.

La veduta presentata nel lavoro di Lukács ha un rapporto non solo col romanzo, ma anche con le altre categorie formali. Queste categorie formali di genere, nella sapienza estetica scolastica sono prese per astoriche completamente. La storia si preoccupa che queste forme trovino un qualche materiale; esso come piombo fuso solidifica in queste forme e viene fuori la tragedia di Sofocle, di Shakespeare o di Racine. In realtà la stessa matrice appartiene alla storia, è prodotta da essa, riflette certe parti formali più generali di periodi storici determinati…

Io ricordo molto bene, che gli articoli di Lukács nel nostro periodico godevano di una grande influenza, si leggevano con interesse dalla gioventù nelle istituzioni scientifiche superiori. In generale ogni lavoro era accolto con entusiasmo, destava una scintilla di simpatia, era utile. Ricordo che Lukács nei suoi lavori sottolineava assai, come dire, la prospettiva storica elaborata, cioè non la solita opinione che la storia è creata dai contemporanei, ma l’altra, più profonda e vera veduta, che la storia è la preistoria della contemporaneità; la contemporaneità trova perciò nella storia i suoi auspicia. Questo, certo, è vero e profondo.

Nei lavori scritti nell’Unione Sovietica, Lukács come pensatore-filosofo e estetico si modificò, io direi che in una certa misura si ‘russificò’, diventò più laconico, più chiaro, concreto, coglieva assai felicemente le situazioni dalle quali derivano determinate conclusioni teoriche. Si liberò della patina delle tradizioni elitistiche della letteratura scientifica, filosofica tedesca, i suoi articoli presero i tratti della pubblicistica rivoluzionaria. Come pensatore si distingueva per la sorprendente produttività. In circostanze favorevoli continuava la sua misurata maniera di vita, senza venir meno al ritmo continuo stabilito delle sue occupazioni. Lavorava assai e seguiva, ripeto, la maniera di vita fissata, che solo gli impegni dell’emigrazione ostacolavano. È noto che nell’emigrazione accade sempre molto di troppo. Lukács aveva a che fare, sia con l’emigrazione tedesca, sia con l’ungherese. Scherzava a volte, che aveva sul collo due beghe: ‘die deutsche bega und die ungarische bega’. E benché questi impegni assorbissero in parte il suo tempo, con l’anima era tutto nella nostra vita sociale e letteraria.

Non del tutto felice risultò allora la sorte della grande ricerca sul giovane Hegel, che egli scriveva a Mosca. Questo libro vide la luce solo dopo la guerra. La pubblicazione alla fine degli anni ’30 di tale complessa, fondamentale opera era poco probabile. Il libro aveva carattere puramente filosofico, storico-filosofico, richiedeva la difficile comprensione dei ragionamenti quasi teologici del giovane Hegel. È evidente che nelle condizioni di quegli anni il libro di Lukács non poteva uscire alla luce, e come ricordo, lui stesso non aveva allora un attivo desiderio di pubblicarlo. Proprio quando esso fu compiuto, cominciò subito la guerra, e il massimo che Lukács poteva ottenere da noi per il suo libro, fu che nel 1943 per questo libro gli fosse assegnato nell’Istituto di filosofia il titolo di dottore in scienze filosofiche.

Ma tutto questo avvenne più tardi. Nella prima metà degli anni ’30 Lukács acquistò notorietà per i suoi interventi nelle riviste. Così, l’allora fondato «Literaturnyj kritik» pubblicò l’eccellente articolo di Lukács sulla Grandezza e decadenza dell’espressionismo. Le sue idee sui movimenti spirituali all’estero — rivoluzione, controrivoluzione, liberalismo, fascismo — erano attinte dalla viva esperienza, e non dai libri, Lukács aveva potuto osservare l’espressionismo immediatamente, per lui esso si incarnava in determinate persone, era chiaro il suo legame con le battaglie filosofiche dei movimenti di sinistra in Occidente. Per questo la sua critica non era una critica dall’esterno, come il rozzo colpo di un settario, all’oscuro delle sofferenze che portano a volte agli errori. Era una critica immanente, interna, nascente dal fatto che alcune sfumature del pensiero e della creazione nelle correnti modernistiche, fra cui l’espressionismo, possono essere capite e giustificate come fenomeni del tempo solo fino ad un certo limite, ma più in là si trasformano già da errore storico in errore personale e anche in colpa, contro cui doveva essere indirizzata del tutto naturalmente una giusta e appassionata polemica.

Nell’articolo di Lukács c’erano alcune espressioni assai acute a proposito della natura sociale dell’evoluzione dell’ideologia borghese, esteriormente progressiva, d’avanguardia, ma in sostanza retrograda e regressiva. Il movimento antidemocratico controrivoluzionario, che inizialmente si era compiuto nei limiti del liberalismo, nel corso degli eventi si era trasformato in attivamente controrivoluzionario, fascista. Noi scambiavamo spesso opinioni con Lukács a questo proposito, e questo era per noi un pensiero assai importante.

Io finora mi attengo alla veduta che il fascismo non può essere in alcun modo considerato come un semplice ritorno alla reazione di vecchio tipo, che questa reazione è nera, nerissima, ma su uno sfondo rosso, cioè con una enorme dose di demagogia sociale, e ciò che è specialmente importante, di un certo ‘spirito innovatore’ che lega il fascismo con tutte le correnti modernistiche, con ogni tipo di decadentismo nietzschiano, con l’irrazionalismo e il mitologismo del XX secolo…

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