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Benedetto Croce

Benedetto Croce

di Benedetto Croce

«Quaderni della Critica», n. 14, luglio 1949.

Per cominciare, ho voluto vedere che cosa in questo libro si dicesse della Gretchen-Tragödie, della tragedia di Margherita, alla quale è assegnato uno speciale capitolo (pp. 176-90). Il signor Lukács, naturalmente, da insigne ripetitore, qual è, del Marx, la riconduce senz’altro alla polemica e critica «sociale», non passandogli neppur per la mente che, oltre le faccende e i contatti sociali, c’è qualcosa al mondo che si chiama poesia. E la polemica e la critica, nel caso di Margherita, sarebbe stata quella che la borghesia conduceva, nella seconda metà del settecento, contro il decadente feudalismo, per le seduzioni e poi l’abbandono che i suoi rappresentanti usavano verso le ragazze della sua classe; il che prese torma di opere letterarie e in ispecie di drammi, tra i quali celebri l’Emilia Galotti del Lessing e il Kabale und Liebe dello Schiller. Ora, ammettiamo pure che in queste due famigerate ma mediocri e impoetiche tragedie ci sia una polemica di quella sorta esplicita o implicita; ma nella tragedia di Margherita non c’è. È risaputo che la materia ossia l’occasione ne venne al Goethe dal tema, che altri scrittori allora trattarono, delle ragazze infanticide le quali venivano condannate a morte e giustiziate, e che a lui aveva suggerito l’argomento di una tesi per il dottorato in giurisprudenza. Non richiamerò particolari ben noti; ma aggiungo che il Beutel, direttore della Casa di Goethe di Frankfurt (la guerra distrusse poi anche questa casa), mi mandò nel 1940 un suo volume di saggi goethiani, nel quale c’è il racconto del minuto cerimoniale della esecuzione capitale di una di codeste infanticide, che ebbe luogo proprio in Frankfurt, nel 1772, e nel quale figurarono amici e parenti del Goethe. La frequenza di queste esecuzioni commosse, impietosì e rese pensoso il giovane poeta. Né l’antitesi di classe qui aveva alcun luogo, ma forse quella che un tedesco mi definì in mia gioventù la maggiore «ingenuità» e «innocenza» delle fanciulle tedesche rispetto a quelle italiane, riflessive e avvedute, onde erano facilmente sedotte; ma altri mi fece poi osservare che la «Lebensfreude» della ragazza tedesca è più esuberante che non sia quella delle italiane. Come che sia, il signor Lukács, dopo aver confermato che nel Goethe c’era il momento della critica contro i don Giovanni dell’estremo feudalismo, e dopo aver notato che questo momento è certamente importante ma è un momento, vuole che il Goethe, sebbene non si ribellasse direttamente al capitalismo, penetrasse a fondo la situazione che all’amore è assegnata nella società borghese, precorrendo su ciò la dottrina di Federico Engels: che il «capitalismo» impedisce la «fusione delle anime nell’amore», perché l’individuo deve rispondere alla domanda se amore e matrimonio siano proficui o dannosi alla sua «carriera», il che porta a un conflitto che va dal più brutale e materiale tornaconto fino all’egoismo basso ed angusto e di tragica conseguenza. Solo negli strati plebei – come dimostrava l’Engels, – e particolarmente nel proletariato, il problema si pone altrimenti; e, sparite le classi, l’unione e la vera armonia si attueranno da sé, spontaneamente. E il Goethe – tanto grande era il suo genio – anticipò questa soluzione proletaria e avveniristica. Dove? si domanderà. Ma nella conclusione del Faust, nell’ultima scena della seconda parte, nella quale la forma è romantico-cattolica e reazionaria, ma nel contenuto di pensiero non si tratta già di una soluzione trascendente e paradisiaca, sì invece della fede saldissima in uno svolgimento storico-sociale del genere umano. Con quella conclusione egli rinunziò veramente al suo aristocraticismo spirituale e fece omaggio all’elemento plebeo, nel quale soltanto vide attuata la spontanea armonia delle facoltà; e perciò aveva cercato a preferenza le creature della sua poesia negli strati plebei. Non importa al signor Lukács che il Goethe non abbia mai parlato di «plebeo», e abbia spiegato l’interessamento, a lui rimproverato per la «cattiva società», dicendo che questa gli forniva la drammaticità che egli non trovava nella buona e insipida società regolare; né che la chiusa del Faust sia una confessione, fatta a mezza voce e quasi con ironia verso sé stesso, di quella sorta di misticismo erotico che più volte si affacciò al suo animo e al quale di recente egli aveva dato espressione nella elegia di Marienbad.
Dopo di che, ho rinunziato a leggere il libro intero del signor Lukács, che è uno dei soliti nei quali ora si rinnova indefessamente l’attentato di istupidire il lettore, recitandogli monotonamente sempre le stesse formole e raccontandogli fatti che non sono mai accaduti; forse si spera così, non potendo convincere le menti e infervorare gli animi, di vincerli meccanicamente. E con meccanica industria i neoscolari di Marx ed Engels e Lafargue nelle cose e nella critica dell’arte e della poesia, che si sono annunziati ora in Italia, si accingono a gettarsi pesantemente sulla storia della poesia e dell’arte e a farne governo a lor modo. Pure, se non ci facessero troppo aspettare la pienezza dello spettacolo promesso ma non ancora attuato, darebbero a noi diletto, e forse a sé stessi procurerebbero un salutare rapido disebriamento.

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