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Elio Matassi

Elio Matassi

di Elio Matassi

«Gli argomenti umani», 10, 2010

 

Il 1968 è una data discrimine per la ricezione di György Lukács nella cultura italiana, una data che attraversa più in particolare l’esperienza estetica del giovane Lukács premarxista – in particolare su questo aspetto molto belli i saggi di Alberto Asor Rosa, Il giovane Lukács teorico dell’arte borghese [1] e di Tito Perlini, Utopia e prospettiva in Lukács [2]–, e quella, invece, del periodo così detto estremistico, cui hanno dedicato studi di ampio respiro Luciano Amodio e Marzio Vacatello [3].

Nel primo caso è stata tematizzata l’esperienza saggistica, il saggismo di cui è stata fornita un’interpretazione finalmente corretta. Il saggismo era stato erroneamente identificato a partire dal suo aspetto più estrinseco, dall’essere contraddistinto dall’apparente assenza di un’unità tematica centrale, un metodo intrinsecamente perché estrinsecamente frammentario. In tal modo si era progressivamente oscurato proprio l’aspetto più originale del saggismo di Lukács, che Alberto Asor Rosa e Tito Perlini hanno, invece, ben messo in evidenza: il fatto di essere costruito intenzionalmente su pretesti estetico-letterari, la cui occasionalità stabilisce e fonda nel contempo la specificità dell’approccio saggistico. Il singolo pretesto scopre e manifesta indirettamente, perché solo indirettamente, attraverso la mediazione dei pretesti-forme lo spirito saggistico esercita le proprie finalità, ossia sempre da un’angolazione specifica, lo spazio teorico privilegiato, la forma-saggio, lo specchio per eccellenza. Il procedimento conoscitivo postulato da Lukács, in modo particolare nel saggio L’anima e le forme, lo scrivere e il pensare «bei Gelegenheit von» stabiliscono in ultima analisi il legame sottile eppure evidente che esiste tra la molteplicità delle forme trattate, ognuna delle quali è essenziale, ovviamente con la sua pregnanza storico-concettuale, allo ‘specchio’ che tutte dovrà rifrangerle, perché solo in questa complessa irradiazione esso potrà sussistere per quello che è intrinsecamente, ossia specchio. Senza le forme, senza quelle forme determinate neppure lo specchio saggistico potrebbe esistere. Alberto Asor Rosa e Tito Perlini hanno compiuto proprio nel 1968 un’operazione intellettuale analoga a quella dei primi recensori del saggio L’anima e le forme, Emma von Ritook e Franz Baumgarten [4].

Emma von Ritook, per esempio, nella sua penetrante recensione aveva colto fin dall’inizio il centro su cui è costruita l’unità problematica del libro, che a una lettura estrinseca può apparire sfuggente se non addirittura inesistente: il problema autentico era quello della forma, non tanto come pura astrazione, quanto come forma letteraria, un aspetto che riusciva penetrare il problematicismo specifico del saggismo; un rapporto problematico che si legittima attraverso due membri e il secondo è sempre la forma, mentre il primo è variabile e può avere molti nomi, uomo, mondo, vita, destino, natura, spirito. Il saggismo si prospetta come una sorta di ‘rapporto al quadrato’, come Verhalten di un Verhalten, ossia esasperazione di un problematicismo connesso al relazionismo formale. La natura intrinsecamente saggistica dell’opera lukacsiana giovanile è al centro dell’attenzione anche nella recensione di Franz Baumgarten; viene in modo particolare ben colta la duplicità dell’esperienza saggistica, il fatto che nel pensiero del giovane Lukács il movimento dalla vita all’arte e dall’arte alla vita si svolga sempre contemporaneamente in ambedue le direzioni. Quello che in particolare Alberto Asor Rosa riesce a cogliere è il nuovo ordine formale prospettato dal giovane Lukács con il suo statuto e la sua articolazione. Le due estremità concernenti il saggismo, la forma saggistica e quella tragica sono egualmente fondate sulla stessa anima, ne scandiscono per così dire la duplicità intrinseca, caratterizzantesi non come verità doppia e alternativa, l’una escludente radicalmente l’altra, ma come estrema proiezione di una forma di verità che suole presentarsi nella sua veste affermativa e in quella negativa.

Nel commentario al periodo estremistico del giovane Lukács di Luciano Amodio vengono messi in evidenza due nuclei: in primo luogo il passaggio da una concezione ancora etica, una responsabilità declinabile in termini esclusivamente individuali a una visione comunitaria che presume l’acquisizione di una Weltgeschichte di stampo hegelianeggiante con la presa di distanza da ogni forma, diretta o surrettizia, di costruzione eticizzante alla stregua di August von Cieszkowskji e di Moses Hess. Mediante la progressiva valorizzazione del presente, Lukács si allontana in maniera definitiva dal soggetto astratto dell’etica, una scelta che con il Moses Hess und die Probleme der idealistischen Dialektik, diventerà irreversibile. Dal punto di vista speculativo il passaggio può essere schematizzabile come una transizione da una forte vocazione per i postulati etici (con un’allusione trasparente a un modello di responsabilità pregiudizialmente alternativo a ogni disegno comunitario) a una prossimità all’etica dialettica, ossia un’etica inquadrabile alla luce del prospettivismo storico che supera, trascendendole, le tragedie individuali per prospettarle in un progetto di più ampio respiro. Svolta documentabile nei celebri saggi della maturità, le Faust-Studien e Der junge Hegel, quando attraverso Goethe ed Hegel, i due massimi esempi di etica dialettica, Lukács scopre il valore del prospettivismo storico, prendendo definitivamente le distanze dall’eredità neokantiana e dall’estetismo intrinseco alle sue prese di posizione giovanili.

Per quanto concerne il secondo nucleo, il dibattito riguarda i punti cardine attorno a cui ruota tutta la polemica su Storia e coscienza di classe: la critica alla dialettica engelsiana alla natura e il concetto di coscienza imputata.

In un’annotazione di Storia e coscienza di classe, Lukács aveva stabilito che il metodo dialettico doveva essere limitato alla conoscenza della realtà storico-sociale, in quanto nella conoscenza della natura non sono presenti le determinazioni decisive della dialettica, l’interazione tra soggetto e oggetto, l’unità di teoria e prassi, la modificazione storica del sostrato categoriale come base della loro modificazione del pensiero. Deborin e Rudas interpretano queste e analoghe affermazioni di Lukács nel senso di una negazione della dialettica nella natura, come se la natura procedesse secondo leggi che nulla hanno a che fare con la storia umana. Di qui le accuse di dualismo rivolte contro Lukács, anche se Lukács parlava esplicitamente di una differenza fondamentale nella conoscenza e non nell’oggetto e si era semplicemente limitato a dire che la dialettica assume nella storia e nella natura due forme diverse. Il secondo motivo di polemica è la teoria della coscienza imputata: con questa espressione Lukács definisce il livello di coscienza che il proletariato può oggettivamente raggiungere in un dato momento storico, ma che non sempre di fatto raggiunge. È compito e responsabilità dell’avanguardia fare in modo che la classe si elevi quanto più possibile a livello di coscienza storicamente raggiungibile. Rudas in particolare criticherà questa tesi, argomentando che essa sostituisce alla coscienza di classe reale (ossia empiricamente, statisticamente data) una costruzione astratta e mitologica cui non corrisponde nulla di concreto, senza comprendere che la mediazione tra la coscienza di classe data e quella possibile non è operata hegelianamente, come egli scriveva in maniera sarcastica, dalla Signora Storia, bensì dal partito rivoluzionario. È questo il vero nodo della controversia che non venne compreso dai critici di Storia e coscienza di classe e che rese ancor più amara e grottesca la sentenza che si abbatté su Lukács e che venne, invece, contestualizzata pienamente nel 1968 in Italia.

[1]    Alberto Asor Rosa, Il giovane Lukács teorico dell’arte borghese, in «Contropiano», I, 1968, pp.59-104.

[2]    Tito Perlini, Utopia e prospettiva in Lukács, Dedalo, Bari, 1978.

[3]    Luciano Amodio, Commentario al periodo estremistico di G. Lukács, 1919-1921, in «Il corpo», II, 1967, n. 5, pp. 361-431; Marzio Vacatello, Lukács. Da «Storia e coscienza di classe» al giudizio sulla cultura borghese, La Nuova Italia, Firenze, 1968.

[4]    Emma von Ritook, Rezension, in «Zeitschrift für Ästhetik und Allgemeine Kunstwissenschaft», VII, Stuttgart, 1911, p. 324; Franz Baumgarten, Rezension, in «Logos», 1912, p. 249.

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