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di Ettore Camaschella

«La Rassegna Mensile di Israel», terza serie, vol. 29, No. 3/4 (Marzo-Aprile 1963), pp. 168-170

L’edizione originale tedesca (Aufbau-Verlag di Berlino) è del 1956. In Italia erano già apparse molte traduzioni del noto critico letterario marxista, tra cui i saggi sul Goethe, i dibattiti sulla fondazione di una nuova estetica materialistica coll’enunciazione dei canoni del «realismo», le varie teoriche dell’ideologia marxista in campo estetico, vari saggi minori ecc. generalmente pubblicati dall’editore Einaudi di Torino.

Il presente volume è composto di otto capitoli: una prefazione di carattere generale, un saggio sul Kleist, uno sull’Eichendorf, uno sul Büchner, uno sul Heine, uno sul Keller, uno sul Raabe ed uno sul Fontane. L’Autore è indubbiamente un profondo conoscitore della letteratura tedesca, anche se è evidente che l’angolo di visuale da cui si pone per interpretare e classificare il valore dell’opera esaminata è necessariamente unilaterale, implicitamente ed esplicitamente dedotto dai postulati marxisti, di cui sono peraltro numerose le sfumature originali (che hanno causato, tra l’altro, alcuni tentativi di scomunica per «revisionismo» ideologico del marxismo).

Noi accenneremo qui soltanto al saggio su «Heinrich Heine come poeta nazionale» (pp. 95-157), saggio che inizia con una curiosa confessione di insufficiente comprensione marxista dell’importanza che indubbiamente avrebbero le biografie dei grandi scrittori del periodo borghese.

Infatti (pag. 95), «nella maggior parte gli scrittori di valore che il destino ha situato fra i due estremi della miseria assoluta e della piena sicurezza economica sono soggetti a una quantità di circostanze sinistre e avvilenti, che impediscono e deformano il loro sviluppo». Heine vive in Germania nel periodo della formazione del moderno capitalismo, appartiene a famiglia povera, ma con parentele altolocate e finanziariamente importanti. In quel paese è già possibile per gli «scrittori produttivi e popolari» vivere del frutto del proprio lavoro, senza più bisogno di mecenatismo (anche se ancora praticato e spesso sollecitato). Altro fatto curioso: l’editore di Heine ricavò grandi profitti dalla vendita delle sue opere, mentre lo scrittore non fu mai in grado di vivere colle entrate delle sue pubblicazioni. Fu così che il poeta dovette subire l’umiliante «dipendenza» dai ricchi parenti amburghesi, dipendenza che, a dire del Lukács, non gli offriva del resto che modesti aiuti finanziari.

L’articolo si dilunga in particolari biografici, in aneddoti vari, allo scopo precipuo di cogliere l’addentellato economico-sociale dei fatti col significato artistico dell’opera, non nel senso, naturalmente, di un obiettivo valore estetico, bensì di un inquadramento storico come inserimento positivo nel moto di trasformazione della società in senso socialistico.

A dire il vero, il Lukács sembra talora confondere la situazione economica-finanziaria dell’autore colla posizione «storica» della sua opera letteraria, quasi a farne una determinante meccanicistica degli sviluppi e delle direzioni del contenuto artistico da essa assunto, a prescindere, naturalmente, dal fatto che rimane ancora da dimostrare il valore estetico, per lo meno nel senso goethiano di creazione «für ewig». È la nota questione dell’autonomia dell’arte dalle circostanze che essa idealmente esprime, autonomia che il Croce intendeva nel senso «formale» di intrinseco valore estetico, pur riconoscendo le necessarie connessioni di ordine storico e, quindi, biografico.

La posizione «tattica» di Heine nella battaglia politica che si svolgeva in Germania e altrove (ma principalmente nei suoi riflessi germanici) giustifica le contraddizioni, secondo il Lukács, in cui si trovò avvolto il poeta, sino a cadere in un prolungato isolamento e in una desolante solitudine spirituale, nonostante i successi popolari della sua opera letteraria. Le ragioni non andrebbero viste nella contraddizione fra il suo latente ebraismo e la formale conversione al protestantesimo. Dice il Lukács: (pag. 102) «La causa di questa solitudine e della diplomazia che necessariamente ne seguiva non va ricercata nelle personali qualità psicologiche di Heine, e meno che mai nel fatto che egli era ebreo, fatto al quale i suol critici antisemiti e i suoi difensori sionisti attribuiscono sempre tanta importanza. Noi crediamo, contro queste due tendenze, che come poeta e pensatore Heine sia profondamente legato allo sviluppo della Germania, che il suo isolamento non abbia a che fare con la sua origine ebraica; il problema dell’isolamento, infatti, non si presenta né in Börne né in Marx. La ragione sta appunto nel fatto che Börne era intimamente legato al movimento della piccola borghesia radicale tedesca, e Marx a quello del proletariato tedesco, così che entrambi hanno preso parte, in modo diverso, alla vita e allo sviluppo di una classe. Heine invece non era legato ad alcuna classe, ad alcun partito della Germania».

L’aver compreso l’importanza della funzione storica del proletariato, senza peraltro essere un «vero rivoluzionario proletario», ecco le ragioni della contraddizione che è causa dell’isolamento spirituale del poeta, a dire del nostro critico. Tale posizione contraddittoria sembra paradossalmente costituire motivo di efficacia espressiva dell’arte di Heine, poiché in tutto quel tempo «non troviamo neppure uno scrittore che si sia elevato all’altezza contraddittoria di Heine» (pag. 106). Forse in questa frase la chiave per comprendere l’importanza dell’opera letteraria del poeta: la capacità di tradurre le contraddizioni storiche (intese nel sento marxista di conflitti economico-sociali, di cui le forze politiche sono le espressioni della sovrastruttura ideologica) in efficaci risultati artistici. Rimane, a mio avviso, il problema fondamentale: in che cosa consiste, SUL PIANO ARTISTICO, il valore dell’opera del Heine?

Molto bene è messo in luce dal Lukács il motivo dell’amore-dolore-odio per la «tedescheria», motivo di origine goethiana, ma pateticamente sfociante in drammatiche espressioni e contraddittori motivi di nostalgia, evidente in Deutschland, ein Wintermärchen e nel Buch der Lieder.

E così, il motivo del contrasto cielo-terra (che potrebbe forse richiamarsi al proteismo e alla stessa Toràh, che SU QUESTA TERRA vogliono edificare un mondo migliore) è sarcasticamente dipinto dal poeta come contrasto (almeno secondo il Lukács, idealismo-materialismo, ovvero ideologia borghese e ideologia proletaria). Per il nostro critico si tratterebbe di «entusiasmo Incondizionato al socialismo». Citiamo i noti versi del coro dei tessitori:

Ein neues Lied, ein besseres Lied,
O Freunde, will ich euch dichten!
Wir wollen hier auf Erden schon
Das Himmelreich errichten.
Wir wollen auf Erden glücklich sein
Und wollen nicht mehr darben;
Verschlemmen soll nicht der faule Bauch,
Was fleissige Hände erwarben.
Es wächst hienieden Brot genug
Für alle Menschenkinder,
Auch Rosen und Myrten und Schönheit und Lust,
Und Zuckererbsen nicht minder.
Ja, Zuckererbsen für jedermann,
Sobald die Schoten platzen!
Den Himmel überlassen wir
Den Engeln und den Spatzen.

Ma vari problemi rimangono aperti: è proprio secondaria la contraddizione «cristiano-ebraica» della vita del poeta rispetto alla contraddizione «social-capitalistica»? Delle varie opere del grande poeta e scrittore, quali hanno, artisticamente, maggiore importanza «für ewig»?
Nonostante queste lari»rie, il saggio del Lukács è di grande interesse: dobbiamo essere grati al critico di aver, sia pure con prospettiva discutibile, rivendicato al grande poeta ebreo tedesco una posizione di primo piano nella storia della letteratura europea.

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