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Da Dem Dichter des Friedens Johannes R. Becher zum 60. Geburtstag (Al pota della pace Johannes R. Becher per il 60° compleanno), Berlino, Aufbau Verlag, 1951.

Il testo qui presentato si trova in G. L., Arte e società, Roma, Editori Riuniti, pp. 41-44.


Nella elaborazione teorica della dottrina marxista-leninista del rispecchiamento la lirica è stata fino a oggi imperdonabilmente trascurata. Anzi, sotto l’influenza di un marxista inglese dotato e intelligente, Caudwell, è sorta addirittura la tendenza ad applicare il teoria del rispecchiamento soltanto all’epica e alla drammaturgia, e a vedere invece nella lirica
una autorappresentazione della interiorità soggettiva, le cui radici risalirebbero agli atteggiamenti magici della società primitiva.

Pur non essendo in grado qui di affrontare, anche solo in modo schematico, i problemi che sorgono a questo punto, né tantomeno di risolverli, dobbiamo affermare che la lirica – nel senso dell’estetica generale marxista – è un rispecchiamento della realtà oggettiva esistente indipendentemente dalla nostra coscienza, tanto quanto l’epica e la drammaturgia. Questa identità generica non sopprime ovviamente le differenze – teoricamente e praticamente – fondamentali. Soprattutto non va trascurato il fatto che nella lirica il processo del rispecchiamento, la qualità soggettiva dello «specchio del mondo» (Heine a proposito di Goethe) acquista una importanza che dà a tale momento una funzione qualitativamente diversa rispetto all’epica e alla drammaturgia.

Non bisogna dimenticare naturalmente che questi momenti non mancano neppure nella drammaturgia e in particolare nell’epica. Persino nel dramma, dove le leggi della forma escludono dall’opera l’autore, tutta l’atmosfera dell’avvenimento, i suoi tempi, il suo ritmo – pur nell’ambito di un rispecchiamento fedele, – sono permeati dalla soggettività del poeta; come anche il mondo interiore e il mondo circostante di ogni personaggio, l’ambiente – come dicono i pittori – in cui ciascuno di essi si presenta davanti a noi, e inoltre la legge che lo fa comparire. D’altra parte è universalmente noto quanto fortemente ogni creazione epica sia determinata dalla soggettività del poeta come soggetto del narrare. È un pregiudizio moderno – l’autoillusione di Flaubert – che la creazione epica tanto più è veritiera, tanto più fedelmente rispecchia la realtà, quanto più si spinge nello sfondo questa soggettività, anzi quanto più sembra sparire.

Tutto ciò è e resta giusto. Né alcuno potrà negare che questi fatti, non solo rendono geneticamente comprensibili talune evoluzioni, ma inoltre danno consistenza a importanti e autonome forme di trapasso fra l’epica e la lirica (l’elegia, l’idillio). Ciò nondimeno – senza che vi sia contraddizione con quanto abbiamo accennato finora – nella lirica la soggettività del poeta continua ad avere un significato specifico, che è il fondamento di questo genere artistico. Innanzi tutto, anche nella lirica apparentemente più oggettiva, essa è ciò che si percepisce immediatamente e quindi è il centro sensibilmente poetico dell’opera. La differenza qualitativa nei confronti degli altri generi artistici è costituita non dall’aperto emergere della soggettività formatrice, dello specchio del rispecchiamento, ma invece dalla sua specifica, visibile, attività, dal suo specifico modo d’esistenza, dal suo ruolo dinamico nella forma stessa dell’opera.

Il tentativo di cogliere in modo preciso concettualmente la dottrina dialettica della contraddizione, provoca qui difficoltà linguistiche non indifferenti. Non sono pochi coloro i quali, pur ammettendo questa attività del soggetto creatore, – e tale netta ammissione è inevitabile non solo per la teoria della lirica, ma per l’intera estetica marxista-leninista, – contro l’immagine dello specchio sollevano l’obiezione di fondo che la sua funzione sembra essere puramente passiva, meccanica.

Costoro hanno torto. L’immagine dello specchio è inevitabile, perché solo con il suo aiuto noi possiamo comprendere il dato fondamentale dell’arte sul piano della concezione del mondo, e cioè che essa è un rispecchiamento sui generis della realtà che esiste indipendentemente dalla nostra coscienza. Tener fermo sul punto della realtà indipendente e del suo rispecchiamento è decisivo non solo sul piano gnoseologico, – come necessario elemento di distinzione fra idealismo e materialismo, – ma anche sul piano poetico-pratico. Negli ultimi decenni abbiamo potuto toccare con mano quale caos, quale distruzione di ogni forma, hanno finito per provocare quei poeti che hanno tentato di liberarsi da questo vincolo con la realtà esistente indipendentemente da loro. La soggettività del poeta liberata in tal modo, apparentemente resa autonoma, divenuta eccessiva, si trova ineluttabilmente ad operare nel vuoto, precipita nell’abisso del nulla e quindi si dissolve, anche come soggettività.

Perciò, quando noi insistiamo a definire il poeta lirico «specchio del mondo», accettiamo tale contraddizione linguistica in quanto si tratta, non di una contraddizione logico-formale, in cui si ponga un aut-aut tra vero e falso, ma di una feconda, attivizzante contraddizione della vita stessa: il comportamento del poeta lirico è – contemporaneamente, inscindibilmente – attivo e passivo, creante e rispecchiante. Infatti il cammino dal fenomeno all’essenza, dalla superficie alla legge, può essere percorso solo in modo attivo. Ma questa attività non sopprime in nessun modo il carattere fondamentale di tutto il processo come rispecchiamento della realtà oggettiva. Al contrario. Ne è la forma più profonda, più autentica. Anche se solamente quando si tenga sempre ben fermo che l’essenza e la legge sono realtà oggettiva tanto quanto il fenomeno e la superficie: che la totalità del reale può essere afferrata (gradualmente) da noi solo quando la dialettica oggettiva di fenomeno ed essenza e la dialettica soggettiva del nostro penetrare verso l’essenza siano concepite come inscindibilmente collegate luna con l’altra.

All’interno di un tale contesto estetico generale, lo specifico della forma lirica – tralasciando qui le forme di trapasso – consiste dunque nel fatto che in essa questo processo emerge come processo anche sul piano artistico; la realtà rappresentata si svolge in certo modo davanti a noi in statu nascendo mentre le forme dell’epica e della drammaturgia – anch’esse sulla base dell’azione della dialettica soggettiva – nella realtà poeticamente rispecchiata rappresentano semplicemente la dialettica oggettiva di fenomeno ed essenza. Ciò che nell’epica e nella drammaturgia viene svolto come natura naturata nella sua mobilità oggettivamente dialettica, nella lirica nasce davanti a noi come natura naturans.

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