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di Cesare Cases

«L’Espresso» 11 marzo 1984

La dottrina del realismo socialista instaurata nel 1934 al Primo Congresso degli scrittori sovietici aveva il grosso difetto di divenire ufficiale quando il terrore era già nato. Mi pare che sia Wieland Herzfelde, uno scrittore e editore comunista tedesco, a raccontare di avere abbandonato il congresso dopo un intervento in cui tra l’altro elogiava Joyce. Tornato verso sera, trovò i compagni terrorizzati che gli dissero che l’avrebbero certo fucilato perché nel frattempo Radek aveva pronunciato la condanna dello scrittore irlandese. Si precipitarono tutti alla redazione della “Pravda” per tentare di fermare la pubblicazione dell’intervento di Herzfelde. Ma il fatto incriminato era già stato tolto d’ufficio.

Su questo sfondo era difficile elaborare una teoria del realismo socialista che fosse qualcosa di più dell’esortazione a lodare l’esistente socialista, e quindi a trasfigurarlo perché da lodare c’era poco. Questo trasformava a priori il realismo in irrealismo. Accadeva che l’edificazione di un’industria o lo scavo di un canale ad opera del lavoro forzato diventassero sotto la penna degli scrittori il risultato dell’entusiasmo spontaneo della collettività. Dal 1934 ad oggi la teoria del realismo socialista ha quindi riempito volumi senza fare passi avanti. L’unico vero pensatore che, imperturbabile, si accinse a formularla già proprio nel 1934 con tutta la sua ricca strumentazione culturale, fu György Lukács. Il tentativo e il suo autore rimasero indisturbati finché Lukács viveva in Russia; quando dopo la guerra tornò in Ungheria ed assunse un ruolo importante arrivò la condanna del 1949, con relativa autocritica forzata.

Che cos’era il realismo secondo Lukács? All’ingrosso, il “rispecchiamento” di una realtà in movimento, che è poi quella della borghesia in ascesa. Perciò il realismo prospera in Occidente fino alla rivoluzione del 1848, quando si esaurisce il ruolo progressivo di questa classe, e in Russia fino a quella del 1905. La forma peculiare dei realismo borghese è il romanzo, che sostituisce il vecchio poema epico. Lukács ha caro soprattutto il realismo ottocentesco, che da Balzac a Tolstoj ci offre personaggi “tipici”, cioè insieme fortemente individualizzati e rappresentativi di un comportamento collettivo di fronte al divenire storico.

Invece l’esaurimento della funzione progressiva della borghesia e la sua “decadenza” distruggono i presupposti del realismo. Manca la “prospettiva”, il movimento si arresta, fatti e personaggi diventano esangui rivestimenti di idee astratte (nel simbolismo) oppure vengono descritti nella loro singolarità atipica (nel naturalismo). Ci possono essere eccezioni come Thomas Mann che riescono ad analizzare la decadenza della borghesia senza passare al socialismo ma anche senza accettarla in quanto guardano oltre verso una prospettiva utopica. E’ questo il “realismo critico”, ma la prospettiva giusta, e non utopica, la offre naturalmente il realismo socialista, che arride solo a chi crede nel futuro socialista, specie là dove è già iniziato. Se Lukács decanta in teoria le possibilità che si schiudono al realismo socialista in confronto a quello critico, sino al 1949 in pratica raccomanda solo il secondo, ignorando quasi del tutto i prodotti del primo, che casomai biasima trovandovi le tracce dei modi di scrivere dell’odiata “decadenza” borghese, dovute ai “residui del capitalismo”. Fino a che sia i burocrati staliniani che i loro critici (per esempio l’autore della “Mente prigioniera”, Czeslaw Milosz) si accorsero che questo teorico del realismo socialista immaginario era il peggiore avversario di quello esistente.

Un realismo socialista che gli andava a genio Lukács lo trovò solo in “Una giornata di Ivan Denisovic” di Solgenitzin, che parlava per la prima volta dei campi di concentramento, ma a quel punto l’uso del termine non aveva più senso perché era evidente che la forza del libro non stava in qualche tipo di scrittura ma nella capacità di dire, con questa scrittura, la verità. E forse il solo realismo possibile sta nel dare forma adeguata a verità che pochi hanno il coraggio di guardare in faccia per divieti esterni o per limiti interni.

Anche nel mondo capitalista il richiamo al realismo borghese e ai suoi personaggi a tutto tondo urtava contro il fatto che l’individuo era in crisi dappertutto, come sottolineava Brecht contro Lukács. Se realismo aveva da essere, doveva trattarsi di un orientamento di principio e non di una particolare tecnica compositiva. I comunisti italiani, influenzati da Gramsci e desiderosi di non urtare gli intellettuali con troppa precettistica, furono nel complesso più vicini a queste posizioni che a quelle di Lukács o a quelle ortodosse, purché non si discutesse la validità di queste ultime, cioè in pratica la superiorità aprioristica della letteratura dei paesi socialisti.

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