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di Francesco Jovine

«l’Unità», 3 novembre 1949


 

intuni49INCONTRI AL COMITATO DEI PARTIGIANI DELLA PACE

Intervista con Giorgio Lukács

L’equivoco della pseudo filosofia esistenzialista – L’eredità di Benedetto Croce – Il rapporto tra l’individuo, l’arte e la società

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Con Giorgio Lukács avevamo incominciato a discorrere dell’individuo astratto degli esistenzialisti nell’atrio del teatro delle Arti. C’eravamo messi in un angolo al riparo di una innocente siepe di curiosi che assistevano al passaggio delle personalità illustri partecipanti alla riunione dei «Partigiani della pace». Il lampo delle macchine fotografiche sopravanzava di tanto in tanto le teste, e illuminava il magro arguto viso del filosofo ungherese. Il nome Lukács, Lukács, nato come un appello perentorio in qualche parte della sala ci arrivava con la tenuità del bisbiglio Qualcuno cercava Lukács: e il filosofo ebbe forse quattro volte la tentazione di seguire quel richiamo che vagava nella sala: ma si decise a continuare il discorso.

Gli dico:

Quali sono le ragioni del suo recente interesse per la filosofia esistenzialista?

— È una giusta domanda — mi dice. — L’avere scritto un libro intitolato: Esistenzialismo o marxismo, può sembrare in contraddizione con il mio giudizio negativo. Ma a mio modo di vedere c’era un equivoco da dissipare. L’esistenzialismo è tornato di moda in questi ultimi anni per merito della grande forza di propubblicistica francese; questa voga ha potuto far credere agli ignari che si trattasse di una filosofia nuova, rivoluzionaria, antiborghese. Ho voluto invece dimostrare che si tratta della punta estrema dell’idealismo decadente. Il tentativo di mettere in rapporto l’esistenzialismo con il marxismo è una delle tante manovre borghesi per limitare o annullare il valore delle più grandi idee rivoluzionarie dei tempi moderni stemperandole in una equivoca letteratura ricca di pseudoproblemi.

La « libertà » crociana

Non è senza significato — osservo io — che il numero maggiore di seguaci Sartre lo recluti, tra la gente «angosciata» dall’ozio, che fa naufragio in un mare di delizie.

Il fatto di credere — aggiunge ridendo Lukács — che l’esistenzialismo abbia risolto in modo così gradevole ed accettabile i problemi del marxismo è uno dei tanti comodi alibi della società borghese. In Italia per esempio per conseguire lo stesso scopo si trovò molti anni fa un altro alibi: l’idolatria di alcune generazioni di studiosi per Benedetto Croce. Il «maestro» aveva scritto un libro, a loro modo di vedere definitivo, con il suo Materialismo storico ed economia marxistica. Non valeva perciò più la pena di occuparsi di problemi già eliminati da un giudizio inappellabile. Mi è sempre parsa strana — aggiunge Lukács — l’importanza che gli italiani danno a Benedetto Croce; mi sembra veramente sproporzionata al significato attuale del suo pensiero. Si può dire che tutta l’umanità abbia ormai archiviato il suo concetto della libertà che e così strettamente legato, con i suoi angusti caratteri, alle rivoluzioni borghesi del secolo passato.

— Ricordo a Lukács che la sua osservazione coincide con quella latta da Denis Saraut durante la seduta di chiusura del congresso del «Pen», in settembre a Venezia. Saraut aveva detto dopo aver ascoltato tutti gli interventi dei critici italiani, di essersi fatta l’opinione che in Italia, fare della critica sia l’arte di parlare di Benedetto Croce. Ma aggiungo, a discolpa dei miei connazionali, che quando si dice italiani si dà un significato troppo estensivo al termine; gli scolari di Croce sono ormai in Italia un manipolo che dà l’impressione di essere numerosissimo, solo perché ha in mano i più grandi organi di informazione.

Il nostro primo colloquio aveva avuto termine; io avevo molte domande ancora da porre a Lukács; ma c’era la seduta del congresso che era ben più importante dei miei quesiti. Lukács mi aveva promesso però di riprendere la conversazione; e l’abbiamo ripresa, in due tempi, nei locali della C.G.I.L.

Gli chiedo se abbia in programma libri nuovi. Mi risponde che in questi ultimi tempi sta preparando il libro forse più interessante della sua vita occupandosi febbrilmente dell’organizzazione della scuola e della cultura del suo paese.

Ho rapporti quotidiani con migliaia di individui concreti — mi dice sottolineando la parola — individui che hanno l’ardentissima aspirazione di migliorarsi per contribuire al bene comune. È una esperienza insostituibile che, più tardi, darà certamente anche i suoi frutti teorici. Bisogna entrare nel vivo del lavoro e della lotta degli uomini per conoscerne le esigenze ed esprimerle. Solo quando si sentono queste esigenze e si ha la ferma volontà di contribuire a realizzarle si è veramente liberi, si fa lavoro veramente valido.

Lei parla, immagino, anche del lavoro di creazione artistica — gli dico.

Ma naturalmente; capisco che lei ha voglia di pormi il quesito che in genere mi viene posto con ammirevole insistenza. « I contenuti che una società in movimento propone all’artista non sono un limite alla libertà del tuo lavoro inventivo?» Non sono un limite; lo sarebbero solo se questa società fosse considerata estranea o addirittura ostile alla mente del poeta, del romanziere o del pittore. Ma questa ostilità, se esiste, priva addirittura della possibilità non dico di creare opere d’arte, ma addirittura di comprendere il proprio tempo. Tutte le grandi epoche dell’umanità hanno avuto artisti che esprimevano gli ideali dominanti e li facevano attivamente progredire.

Oggi noi, ideologicamente, siamo senz’altro più progrediti; abbiamo la consapevolezza di questo rapporto necessario tra arte e società, che dà un carattere più decisamente volontario all’opera dell’artista. Il quale ha piena coscienza della lotta che conduce con i suoi mezzi particolari, con le sue opere.

Arte e società

A questo punto mi piace di porgli un’ultima domanda.

Non le pare che questo legame intrinseco, necessario con la società nella quale l’artista vive, tolga alla opera d’arte il suo valore eterno? Non esiste il rischio che l’umanità si adatti a considerare l’arte come fatto mutevole e transitorio, come prodotto dell’attività mentale che cada fatalmente con i motivi che l’hanno ispirata o determinata?

L’arte, la vera arte è senza dubbio eterna — mi risponde; — ma eterna con misura umana, non religiosa e trascendente. La società è un processo dialettico e il processo conserva tutto quello che di veramente vitale è stato prodotto nel passato. Tutti gli uomini escono dall’infanzia; e i problemi caratteristici dell’infanzia decadono fatalmente nell’uomo adulto. Ma c’è nell’infanzia qualcosa di perenne che l’uomo porta in sé fino all’ultimo respiro. La società attuale conserva del passato tutto quello che è necessario alla sua vita mentale; in questa memoria multipla nulla si perde che abbia un valore che aiuti l’uomo a comprendere se stesso e a farsi sempre più profondamente umano. Solo, in questo senso, si può parlare di valore eterno dell’arte; la sua eternità è la sua attualità. Nessuna opera d’arte che gli uomini che assistettero alla sua nascita proclamarono bella in senso assoluto, ha nessuna possibilità di sopravvivenza fuori delle esigenze presenti degli uomini che vivono in questo nostro tempo. Come vede si tratta di una eternità affidata alla memoria; e la memoria ha una sua segreta saggezza. Siamo, dunque, rispettosi del passato, quando il passato merita questo rispetto; ma abbiamo lo sguardo rivolto in avanti: siamo decisamente innamorati del futuro!

 

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