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di Sergio Segre

«l’Unità», 13 aprile 1957

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Nella sua casa a Budapest

BUDAPEST, 12 — Il professor Giorgio Lukács ci ha ricevuti questo pomeriggio nella sua abitazione, al quinto piano del numero 2 del Belgrad Kakpart, uno dei viali che costeggiano il Danubio. Era con noi il dottor Klaus Kroeber, di radio Berlino, e sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stato pressoché impossibile ottenere un’intervista. L’interprete a cui ci eravamo rivolti perché ci organizzasse un incontro con Lukács ci aveva detto, ancora nella tarda mattinata, che non era nemmeno possibile vederlo, «poiché il professore non intende, per il momento, ricevere nessuno, specie se si tratta di giornalisti». Per questo incontro l’interprete aveva telefonato due ore di seguito ai più diversi uffici, dimenticando, evidentemente, che la via più breve è sempre quella diretta. Bastava, infatti, dare un’occhiata alla guida del telefono per avere numero e indirizzo dell’illustre filosofo.

A mezzogiorno, quando gli telefonammo, c’era in casa soltanto la sua segretaria. «Il professore è andato a passeggiare — fu la risposta. Ritornerà alle 14 per la colazione, e allora gli potrete telefonare». Alle 14, naturalmente, anziché usare il telefono, ci servimmo dell’ascensore del palazzo dove Lukács abita, tutt’altro che sicuri, peraltro, di poterlo vedere. Quando la cameriera ci introdusse nel suo studio, trovammo — per così dire – un altro Lukács, profondamente diverso da quello che avevamo visto l’ultima volta un anno fa, a Berlino, al congresso degli scrittori tedeschi.

Allora era pallido, magro, con un volto sofferente, quasi malato: adesso, sembrava lo specchio della salute: abbronzato, con i lineamenti non più tirati, «in forma» come mai lo avevamo visto. La sua prima frase fu disastrosa, almeno dal punto di vista professionale: «Siccome siete giornalisti, voglio subito premettere che non vi rilascerò nessuna intervista». A questo punto, però, anziché un’intervista cominciò una conversazione. Dapprima Lukács chiese notizie di Cesare Cases e di altri suoi amici italiani, e poi ci disse, brevemente,
quali sono i suoi piani attuali: «Adesso voglio consacrarmi interamente ai miei lavori. Per circa otto o dieci mesi, avrò da fare per portare a termine la prima parte di un’opera in tre volumi sull’estetica. Il primo libro è già scritto a metà e interamente costruito. Prima degli avvenimenti d’ottobre avevo già ultimato anche il progetto dell’intera opera».

Gli chiediamo se intende, in un prossimo futuro, compiere dei viaggi all’estero. La risposta è negativa. L’ultimo viaggio, in condizioni normali, lo aveva fatto a Roma: «Un bel viaggio, piacevole, interessante, ma mi ha impegnato per sei settimane. Ora, invece, dovrò lavorare».

La cosa che più gli dispiace, di quel viaggio, fu di non poter incontrare Alberto Moravia, che in quello stesso periodo era a Mosca. Incontrò però Carlo Levi, Carocci, e molti altri amici che ci nomina a uno a uno, ed Elsa Morante, di cui ha letto uno dei libri proprio in questi ultimi tempi.

Probabilmente si tratta del libro che lo ha impressionalo di più in questi mesi «Sehr begabte, sehr begabte», molto ingegnosa e dotata, ripete due o tre volte. Gli chiediamo, a questo punto, se ha avuto modo di leggere gli articoli comparsi in questi mesi sul Contemporaneo e su altri giornali italiani, quotidiani e settimanali. La risposta è nuovamente negativa: «Non ho avuto sempre la possibilità materiale di seguire tutti i giornali. In questi tempi movimentati, la posta non poteva naturalmente funzionare sempre in modo regolare. Le informazioni che mancano sono però il meno. Le si può sempre recuperare».

Il collega tedesco Kroeber gli chiede, ora, di poterlo fotografare. E glielo chiede con un lungo discorso. («Tutto il mondo parla di lei. Probabilmente si tratta delle sue prime fotografie dopo il ritorno a Budapest e noi giornalisti, lei sa come è, siamo sempre a caccia di fotografie private delle personalità interessanti»). Lukács risponde con un discorso altrettanto lungo: «Io non credo che filosofi e scienziati siano personalità interessanti. Se le loro opere sono interessanti, allora lo sono anch’essi, ma se le loro opere non lo sono, allora l’interesse viene completamente a cadere. Io non riesco a comprendere, ad esempio, quel tipo di giornalismo che si basa su domande di questo genere: qual è il vostro hobby? Questo può anche andar bene con una attrice, ma non certo con dei professori o dei politici».

Nondimeno Lukács si lascia fotografare, seduto alla scrivania, con alle spalle scaffali di libri che salgono fino al soffitto. Gli chiediamo ancora se risponda a verità la voce, che circola a Budapest, sulla possibilità di una sua dichiarazione di carattere politico. Lukács smentisce, ma poi aggiunge che, naturalmente, non è che non voglia più parlare di politica. Per ora, però, intende dedicarsi al suo saggio sull’estetica e, prima di tutto, mettere in ordine questa «Schweinestall», questa «stalla da maiali», come definisce con scherzosa severità il suo studio e la sua scrivania, in cui si ammucchiano nuovi libri usciti in questi mesi, pacchi di giornali, dal Contemporaneo alla Frankfurter Allgemeine, riviste tra cui Les Temps Modernes di Sartre, e poi un gran numero di lettere e di telegrammi che devono essere arrivati proprio in queste ore.

Ancora una domanda, per questa che non deve essere un’intervista, sulle sue condizioni di salute. Gli ricordiamo il suo ultimo viaggio a Berlino, e l’aspetto quasi malato che aveva allora. «In quei tempi — risponde — avevo lavorato molto. Invece adesso mi sono riposato. Ho sempre fatto delle lunghe passeggiale e ho coltivato l’arte della cucina. Non credo, infatti, di essere mai stato così grasso». Gli diciamo infine che Nekrassov è in Italia, si è già incontrato con Moravia e Carlo Levi e sta ora viaggiando la penisola. «Quando torna a Roma, mi saluti tutti gli amici», e ne nomina alcuni con una pronuncia italiana non meno perfetta della sua pronuncia tedesca. Noi non vogliamo fare torlo a nessuno. Non potendo pubblicare una così lunga sfilza di nomi, li tralasciamo tutti. E ci scusiamo con Giorgio Lukács, da queste colonne, se queste brevi note possono rassomigliare a una intervista, quell’intervista che non ci ha voluto concedere e che noi, dal canto nostro, non abbiamo fatto alcuno sforzo per strappargli.

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