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di Laura Boella

«Rinascita» 1, gennaio 1979


Un itinerario intellettuale del giovane Lukács negli studi della “scuola di Budapest”

Lo schema dualistico delle analisi dedicate all’argomento. L’approfondimento da parte dei suoi allievi. La scoperta di importantissimi inediti in una banca di Heidelberg. Il «tipo ideale» di socialismo da contrapporre all’alienazione capitalistica. Spirito umanistico e critica illuministica contro lo stalinismo


Fin dalla brillante intuizione di Goldmann di un «proto-esistenzialismo» lukacsiano, le analisi dedicate al Lukács premarxista hanno ricalcato uno schema dualistico. Dopo un iniziale interesse estetico e letterario e d’impronta metafisico-esistenziale — cui sono legati libri come L’anima e le forme e Teoria del romanzo — Lukács sarebbe passato con un vero e proprio «salto» all’indagine marxista della società e della storia. Raccogliendo i migliori accenni a una considerazione più unitaria dell’opera lukacsiana — basti ricordare gli spunti offerti, sia pure sotto diverse prospettive, da Meszáros, Asor Rosa, Vacatello e da un gruppo di giovani studiosi americani, vicini alla rivista Telos, tra cui Breines e Arato — la «Scuola di Budapest» ha invece ribaltato l’interpretazione tradizionale. La tesi che tra «giovane» e «vecchio» Lukács ci sia continuità, ma non «sviluppo» è stata esposta in una serie di saggi di Ferenc Fehér, Agnes Heller, György Márkus e Alexander Radnóti.

L’approfondimento analitico dell’opera di Lukács risale per gli allievi agli anni immediatamente successivi la morte del maestro: certamente dettato dalla volontà di continuare quella comunicazione e quel dialogo intellettuale che aveva caratterizzato il loro rapporto fino agli ultimi mesi della malattia di Lukács (anche Mihály Vajda scrive in questo periodo alcuni saggi sugli scritti politici del ’19 e su Storia e coscienza di classe, di prossima pubblicazione in italiano). Nel 1973 sopraggiunge il ritrovamento, in un baule giacente fin dal 1918 nella cassaforte di una banca di Heidelberg, di importantissimi inediti lukacsiani, tra cui: il diario 1910-11; numerosi quaderni di appunti e annotazioni del periodo 1907-12 e il carteggio con gli amici Irma Seidier e Leo Popper. Tra le carte di Lukács, sempre nello stesso periodo, vengono trovati altri manoscritti inediti: parte del testo dell’Estetica di Heidelberg che, come documenta György Márkus, si rivelerà costituita da due opere, una del 1912-14 e una del 1916-18, il progetto di un’opera su Dostojevskij, abbozzata negli anni intorno alla prima guerra mondiale.

I saggi della Scuola di Budapest, oggi raccolti in edizione italiana, ci offrono dunque un contributo alla conoscenza del giovane Lukács che arricchisce notevolmente il materiale finora disponibile in tedesco e in traduzioni inglesi e italiane. Con un vero e proprio lavoro di ricostruzione filologica di testi spesso quasi indecifrabili, i filosofi ungheresi ricompongono la figura del giovane Lukács in una forma per molti versi inedita.

Il giovane Lukács, dunque, non era assolutamente estraneo agli interessi storico-sociali, che del resto avevano svolto un ruolo importantissimo nella sua formazione come allievo di Simmel e di Weber e conoscitore approfondito delle opere dello storicismo tedesco, da Dilthey e Troeltsch a Windelband e Rickert. Non a caso, come afferma Fehér, la sua prima opera, Il dramma moderno (1911), rappresenta «sostanzialmente il lavoro più importante di storia della cultura del periodo della II Internazionale» (pagina 256). Un precoce orientamento antipositivistico e una forte ansia di rinnovamento pratico dell’esistente deviarono tuttavia il giovane Lukács dai binari, da un lato, dell’impegno politico nella socialdemocrazia, dall’altro, dal ruolo di intellettuale «critico della Kultur» sul modello dei suoi maestri. Percorrendo un cammino abbastanza isolato, accompagnato a tratti dall’amico Ernst Bloch. Lukács cerca una via d’uscita dai dilemmi della cultura della crisi e dell’«evoluzionismo» socialdemocratico. E questa ricerca segna appunto gli anni precedenti l’adesione al marxismo (avvenuta nel 1918) in cui assistiamo a un continuo mutamento di temi e di prospettive, a una sorta di «sperimentalismo» di soluzioni filosofiche, sociologiche, estetiche. La «via a Marx» del giovane Lukács si presenta così come una serie di variazioni nell’ambito dei grandi filosofi classici tedeschi. Kant-Fichte-Hegel, nonché delle posizioni delle avanguardie artistiche e letterarie e delle correnti filosofiche contemporanee, dalla Lebensphilosophie al neokantismo della scuola sud-occidentale. Ma attraverso questo cammino, che è tutto il contrario di una linea di tendenza univoca, si disegna anche «l’unico pensiero» di Lukács, il problema della «possibilità della cultura», che György Márkus riconosce e definisce come il problema centrale dell’intera vita e opera lukacsiana.

Appunto su questo terreno avviene l’incontro tra gli allievi e il giovane Lukács. Il problema della Kultur viene formulato dalla Heller come problema dell’etica: se l’uscita dal vicolo cieco dell’«individuo problematico» e della cultura moderna viene sempre vista da Lukács nella prospettiva della comunità, dell’unione, il nucleo permanente e vitale del suo pensiero diventa allora il costante sforzo di elaborare forme nuove di vita, fondate su una «condotta morale» di cui sia protagonista l’uomo intero, sviluppato in tutte le sue facoltà. Ma è qui, dove sembra che i filosofi della Scuola di Budapest accettino fino in fondo la struttura del discorso lukacsiano, che ha inizio un confronto teorico, una vera e propria discussione paritaria tra gli allievi e il maestro. Il libro sul giovane Lukács si presenta in questa luce non più soltanto come un pregevole contributo di storia delle idee, ma come uno sviluppo dei temi, tipicamente helleriani, del rapporto tra vita quotidiana e oggettivazioni fino ad estendersi a storia ideologico-sociale dell’intellighenzia borghese nell’Europa prerivoluzionaria (dispiace che nell’edizione italiana manchi il saggio di Ferene Fehér, Il sodalizio di György Lukács e Béla Bálász fino alla rivoluzione ungherese del 1918, incluso invece nell’analoga raccolta Die Seele und das Leben, Studien zum frühen Lukács, Suhrkamp 1977, che avrebbe ottimamente completato il quadro fornito dal saggio Al bivio dell’anticapitalismo romantico).

Attraverso la figura del «giovane Lukács esce dal libro una serrata, discussione sull’idea di socialismo. Il peculiare intreccio di etica, estetica, antropologia e filosofia della storia che caratterizza la prima attività intellettuale lukacsiana è visto infatti come l’elaborazione delle categorie fondamentali di una forma di vita e di pensiero, di una concezione del soggetto, alternative, rispetto all’alienazione capitalistica. In definitiva — e sempre alla luce di una continuità che non significa «sviluppo» — i filosofi della Scuola di Budapest mirano a ricostruire le basi di quel «tipo ideale» di socialismo che Lukács contrapporrà, dagli anni trenta in poi, alla «deviazione» staliniana. L’ideale di una «democrazia etica» non-autoritaria e pluralistica, fondata su uno spirito umanistico e illuministico, verrà appunto mobilitato da Lukács negli anni dello stalinismo con l’intento critico di trasformare la «crudezza» e di rompere la «crosta barbarica» di quel socialismo «reale» che pure si sentiva in dovere di accettare. Ma allora quali sono i contenuti di quest’idea di socialismo, quali le scelte che in essa si incarnano, quanto di quel razionalismo e «classicismo» che porterà il Lukács maturo a un atteggiamento soggettivamente rigoroso, ma politicamente e ideologicamente ambiguo, è già presente nella tormentata opera premarxista? Questi interrogativi animano le pagine del libro, in una resa dei conti con l’intera figura di Lukács che non è mai impersonale e distaccata. Biografia intellettuale dei singoli e storia della formazione della Scuola di Budapest si intrecciano in una mediazione concreta con i tempi più originali elaborali dal gruppo — innanzitutto la teoria dei bisogni e il rapporto politico-ideologico con le vicende del socialismo «reale» in Ungheria, dal 1956 in poi.

Il quotidiano nella vita di Lukács: il rapporto con Irma Seidler. Due «individui problematici», due intellettuali nell’«epoca della compiuta peccaminosità» che non riescono più a vivere un rapporto intersoggettivo ricco di solidarietà e di partecipazione umana. La solidità dei riferimenti convenzionali e istituzionali — la famiglia, il matrimonio — è ormai svanita ai loro occhi di individui critici. D’altra parte, per entrambi la vita non è solo quotidianità o dimensione «privata»: attraverso l’«opera», l’attività intellettuale, l’oggettivazione, cercano di costruire, contro la lacerazione del mondo capitalistico alienato, una nuova forma di esistenza e di rapporto interpersonale. Quella che sembrerebbe una tragedia dai toni kierkegaardiani e spesso metafisici viene rovesciata, nel saggio di Agnes Heller, Quando la vita si schianta nella forma, in una tenace discussione — rivolta anche contro Lukács — sulla «bellezza», «serenità» e «serietà» di una forma di vita che muove, sì, dal pessimismo assistenziale, dall’impossibilità di «vita» e rapporti autentici nel capitalismo, ma rifiuta di farne un pessimismo antropologico. Il coraggio etico di vivere l’alienazione, senza imbellettarla con false mitologie immediatistiche, non porta alla tragedia, al rifiuto della vita — attraverso la morte, come per Irma, o attraverso la dedizione ascetica all’opera, come per György — bensì a una forma di vita fondata su un’intersoggettività rispettosa dei limiti posti dall’atomizzazione e dalla solitudine dell’individualità borghese, ma proprio per questo tanto più solidale e alla ricerca di spazi collettivi di rapporto e di azione comune.

L’altra faccia di questa ricerca sui temi dell’etica come forma di vita, costruzione di una personalità unitaria che veda riconosciuti e soddisfatti i propri bisogni e aspirazioni, è rappresentata dalla figura di Lukács come intellettuale «al bivio dell’anticapitalismo romantico». Recuperando il termine, contro l’uso negativo e spesso liquidatorio prediletto dallo stesso Lukács, Ferenc Fehér torna a saggiare le valenze critiche dell’aristocratismo, antidemocratismo, mitologia storico-sociologica che costituiscono i connotati tipici dell’anticapitalismo romantico. Il «bivio», il punto di discrimine coincide con la «verità» del suo contenuto anticapitalistico. E questa «verità» si manifesta per Lukács come per Ernst Bloch, Paul Ernst e Thomas Mann — i cui destini vengono seguiti in parallelo, per evidenziare le differenze e le possibili alternative — al momento della «tragedia tedesca», della guerra. Qui appunto le vie degli intellettuali «tedeschi», o che pretendono di esserlo, si biforcano. Thomas Mann e Paul Ernst scelgono l’esaltazione della guerra e dello Stato come nuova «comunità» offerta al critico della Kultur che nell’impero bismarckiano era costretto a popolare la sua solitudine coi successi o insuccessi letterari. Lukács, su una via in parte affine a quella di Bloch — come mette in luce anche Alexander Radnóti — elabora nell’abbozzo, mai portato a termine, del libro su Dostojevskij, l’«idea russa».

Attraverso questa utopia, carica di un’attesa ormai vicina ad essere realizzata dalla rivoluzione del 1917, si esprime, non tanto la contrapposizione dell’oscurantismo al «secolo della scienza», quanto piuttosto la mistica ricerca della comunità come oggettivazione antitetica allo Stato di diritto, un’idea di rivoluzione come superamento di tutte le istituzioni. È qui che Fehér scorge il germe dell’idea di democrazia etica come comunità reale, pratica, unificazione della sfera (trasformata) delle istituzioni con quella dei rapporti collettivi personali fondati sulla realizzazione della personalità unitaria. Per il Lukács di questa tormentata fase, tale prospettiva è ancora decisamente antinomica rispetto all’accettazione deterministica dell’esistente e alla fuga mistico-religiosa nell’esperienza dei rapporti di «pure anime». Solo decenni di milizia e di lotte socialiste avrebbero sciolto questo dilemma.

Già allora, negli anni giovanili, per Lukács era tuttavia impossibile una pace separata con l’esistente, ossia con il capitalismo. In questo tenace odio anticapitalistico risiede, per i filosofi della Scuola di Budapest, la legittimazione più profonda dell’etica lukacsiana, quell’etica che, come rileva Agnes Heller, finisce per ridurre a episodio ogni evento negativo della storia, si tratti della guerra mondiale e del fascismo, dello stalinismo e del moderno way of life americano. Credere che l’etica tragga la sua legittimazione dall’aspirazione indistruttibile dell’uomo a una «condotta di vita morale», dal fatto che «migliaia e migliaia di persone cercano di attuarla “come se” vivessero già in una democrazia costituita da libere personalità morali» (pag. 75), significa farne lo sforzo soggettivo e quotidiano dell’umanità nella lotta contro l’alienazione e contro il capitalismo, significa dunque farne una parte, una forma della vita. In questa assunzione della concezione ideal-tipica di socialismo — sia pure entro un deciso superamento dei suoi limiti storici e filosofici — ci sembra tuttavia risiedere la parziale ambiguità dell’interpretazione di Lukács offerta dalla Scuola di Budapest. La tematica etica finisce per diventare una metafora troppo vasta dei contenuti politici e ideologici dell’opera lukacsiana. Non è un caso che essa venga riferita in particolare alla fase prerivoluzionaria di indefinita aspettativa di un rinnovamento e alla fase dello stalinismo, ossia a due periodi in cui Lukács era particolarmente influenzato da quella che gli appariva una sostanziale opacità del reale. Ben diverso è il tono di un’opera come Storia e coscienza di classe, ove lo sforzo teorico e i limiti del pensiero lukacsiano si giocano nell’intento di decifrare, con gli strumenti di un marxismo rinnovato e aperto, le linee di tendenza di una realtà in trasformazione. Questo contenuto teorico-politico non può essere globalmente tradotto nei termini di un progetto etico di socialismo. In caso contrario, anche il presente e i suoi problemi di crisi e di trasformazione, ai quali tendono a rivolgere una costante attenzione i filosofi della Scuola di Budapest, rischiano di non essere più suscettibili, né di una proposta politica, né di un’effettiva analisi.

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