Tag

, , ,


di Adriano Seroni

«l’Unità», 6 dicembre 1957

La recente traduzione italiana della nota conferenza sul «realismo critico», tenuta da György Lukács nelle principali università italiane nel 1956, pubblicata ora da Einaudi con scritti aggiuntivi ed una breve prefazione che l’autore ha dettato appositamente per la edizione italiana (Il significato attuale del realismo critico), gioverà a fornire nuovi elementi per la discussione in atto, nel campo della letteratura, del cinema e delle arti figurative, sulla cosiddetta «crisi del realismo». E va da sé che, in un campo come quello di una possibile definizione del «realismo», l’apporto di uno studioso come Lukács rappresenta un fatto di grande importanza (che meglio può essere valutato quando allo scritto specifico citato si aggiungano una recente raccolta di saggi pubblicata da Feltrinelli e, soprattutto, quei Prolegomeni a un’estetica marxista, or ora pubblicati dagli Editori Riuniti).

Ci sembra subito necessario fare avvertito il lettore che si interessi a questi scritti del filosofo e critico ungherese, che egli dovrà cercare gli elementi positivi non tanto nella tendenza, sempre pressante in Lukács, a definire e schematizzare, quanto nella varia e vasta esemplificazione e sperimentazione che il Lukács offre di pagina in pagina sul corpo vivo delle opere letterarie. La lettura degli scritti di Lukács è infatti stimolante soprattutto là dove si tende a chiarire la posizione storica degli scrittori e la loro attualità ricorrente o vivamente operante: dalla interpretazione di Goethe alla lezione dei grandi realisti dell’Ottocento (Balzac, in primo luogo), dal ripensamento dei valori del Romanticismo all’indagine sui maestri del «decadentismo» (da Proust a Kafka); una indagine che nei momenti migliori procede di pari passo con lo studio dello svolgimento del pensiero democratico degli elementi di fondo della grande filosofia borghese fino al prodursi e svolgersi della filosofia marxista.

In una indagine siffatta, Lukács non ha mai fatto concessioni a soluzioni provvisorie, né soprattutto ha mai seguito l’esempio dello struzzo, ignorando — come troppe volte, in questo campo, è avvenuto — le difficoltà, le ricorrenti contraddizioni, i punti poco chiari o appena espressi; vogliamo dire che egli non si è mai attaccato a formule anche felici (l’arte come riflesso della realtà — il concetto del tipico, e simili) ripetendole senza approfondirle o spiegarle; ha cercalo sempre, invece, di porre certe impostazioni teoriche nella loro giusta posizione storica e di sperimentarle coi fatti, nel nostro caso cioè coi prodotti letterari e artistici. Così, elementi di fondo, di fronte ai quali la critica idealistica aveva fornito indagini cospicue (si può citare, ad esempio, la questione della lingua e dei linguaggi poetici) non sono mai da Lukács ignorati, come a volte è avvenuto a critici meno provveduti i quali, tanto per citare un caso piuttosto clamoroso, opponendo ad una inesistente «letteratura di pura forma» una «letteratura di contenuto», finivano per rifugiarsi in una elementarità di concetti tale da ingenerar confusione (a una simile confusione e genericità risale, noi crediamo, in gran parte quella situazione che oggi sembra determinarsi nelle arti figurative, quando artisti che vogliono porre ordine nel loro «realismo» finiscono, in maniera gratuita e assurda, per gettarsi armi e bagagli all’astrattismo; e certi critici d’arte, purtroppo, sembrano seguirli su questa strana e illogica via). C’è. insomma, la figura di un Lukács sperimentatore, a dispetto delle sue stesse formule; così che, dopo l’indagine, anche quella che ci pare a prima vista una formula cessa d’esser tale, se la si guardi nella sua formazione. È il caso della felice formulazione di un «avanguardismo» letterario e artistico in cui sono sfociate tante crisi post-romantiche: un avanguardismo che (come nel caso dell’arte astratta), isolando le nuove tecniche moderne dalla base scientifica del pensiero che le aveva prodotte, finiva, operando su un terreno che poteva parere il non plus ultra della razionalità, per cadere nell’irrazionalismo. Quella della fine delle avanguardie letterarie artistiche, dunque, non è una formula astratta, ma la conseguenza di una approfondita indagine storica.

Tuttavia, non sempre Lukács sfugge alla formula come tale, o allo schema, in un tentativo troppo facile a volle di ricerca del rapporto fra strutture e sovrastrutture. È il caso, ci pare, della formulazione di «realismo critico» che sorgerebbe dalla considerazione che nella società attuale la direzione fondamentale di lotta della società è quella della lotta per la pace, la fine della guerra fredda, la costruzione della coesistenza pacifica. A questa direzione, a questo momento non corrisponderebbe né il vecchio realismo borghese (e tanto meno, si capisce, il «decadentismo» e le avanguardie letterarie e artistiche), né il «realismo socialista»; ma per l’appunto il «realismo critico»: espressione che sorge ancora dal lavoro degli intellettuali borghesi che sono portati dalla forza dei fatti ad elaborare, in cultura e in arte, una vera e propria critica della vecchia società (il tipico rappresentante di questo momento sarebbe, per Lukács, Thomas Mann).

Ora, ci sembra che una posizione del genere tenda, sul piano ideologico, a sostituire alla lotta capitalismo-socialismo (lolla di classi, cioè) il raggiungimento di una sorta di zona di quiete, che consisterebbe nel principio della coesistenza pacifica: vista, questa, quasi come una manifestazione spontanea dei popoli, anziché come un’azione delle forze del rinnovamento contro le strutture della vecchia società. A noi pare, insomma, che la teorizzazione di una troppo immediata relazione fra strutture e soprastrutture finisca, come nel caso citato, per condurre ad una formula solo apparentemente di portata generale.

L’osservazione ci sembra ancor più calzante, quando si esemplifichi coi fatti di casa nostra; per i quali ci soccorre l’impostazione gramsciana della distinzione fra «critica d’arte» e «critica politica» e la precisa definizione della «lotta per una nuova cultura» (cioè per un nuovo umanesimo), che non può mai tendere a confondersi col giudizio estetico, o addirittura presumere di commissionare le opere d’arte. In Gramsci, dunque, il rifiuto di una estetica normativa va d’accordo col rifiuto di ogni dommatismo politico.

Ma a Gramsci soccorreva l’esempio grande del De Sanctis; il quale, se, per necessità di lotta culturale, contrapponeva uno Zola a un Manzoni, non si sognava neppure di porre fra i due scrittori un rapporto di giudizio estetico: se mai, quel che veniva a concludere era che sulla strada dell’«ideale di convenzione» manzoniano sarebbe stato anche difficile, per gli scrittori nuovi, produrre opere d’arte valide.

Dalle vicende, per il nostro paese, di questo decennio, ci sembra di poter affermare che, mentre giusta era ed è l’esigenza di una lotta per una nuova cultura, fondata sulla ragione umana, libera da ogni involuzione mistica e irrazionalistica; errata è invece la confusione col giudizio estetico nella quale siamo spesso incorsi. A questa confusione dobbiamo quella inflazione di una narrativa neo-verista, cui abbiamo assistito: quel prendere gli aspetti parziali di una realtà complessa, quell’ignorare i contrasti e le contraddizioni di un periodo storico ricco di contraddizioni e di contrasti. Perciò ci sembra che la formula proposta da Lukács, di un «realismo critico», sia pericolosa, come qualcosa che tenda a vedere attenuati i contrasti e le contraddizioni nella lolla tra vecchio e nuovo; mentre ci sembra sempre più produttiva l’impostazione gramsciana, della esigenza di una lotta culturale per un nuovo umanesimo, realismo, razionalismo; alla quale, per quanto riguarda il nostro paese, molte e molteplici sono le forze che possono contribuire: pur che non si perda di vista la necessità accennata del «giudizio estetico», e non si diano troppo facili patenti d’arte a prodotti elementari o grezzi, rifiutandosi di riconoscere invece la validità di opere e di scrittori nati dalla vecchia cultura, il cui apporto, storicamente, ci appaia ancora positivo, o il cui lavoro si dimostri in progresso.

Annunci