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di Giuliano Scabia

«l’Unità», 17 marzo 1964

 

Quale sia il significato delle «forme»: in che rapporto stia la vita con la «forma» e la «forma» col destino «regolatore delle cose» e necessità interna della vita: quale sia il compito del saggista, costituiscono alcuni dei problemi su cui verte la ricerca dell’opera giovanile del Lukács premarxista intitolata L’anima e le forme. Si tratta di dieci saggi (su Rudolf Kassner, Kierkegaard, Novalis, Storm, George Charles-Louis Philippe, Beer-Hofmann, Sterne, Paul Ernst), scritti fra il 1907 e il 1910 e pubblicati nel 1911, che svolgono un ideale sistema filosofico sub-specie saggistica, coagulato attorno alla tesi della «forma» intesa come ordine del caos della vita, momento intermedio fra vita e destino.

«Le forme recingono una materia che altrimenti si dissolverebbe nel tutto», afferma Lukács, e il loro compito è quello di operare una scelta, definendosi, al limite, come giudizio sul mondo. «La poesia – scrive ancora Lukács – rappresenta le relazioni fondamentali tra l’uomo, il destino e il mondo, ed è scaturita certamente da questa intuizione profonda». Il poeta riesce a osservare una vita con tanta intensità da farla diventare la vita: perchè è il destino che dà alla poesia la forma, e la forma deve sempre aderire all’esistenza. «Noi chiediamo ai poeti e ai critici – scrive Lukács – di darci i simboli della vita e di imprimere i contorni dei nostri problemi ai miti e alle leggende ancora vitali».

Non solo il poeta, dunque, ha questo compito di formare l’universale concreto, ma anche il critico, il saggista Saggista che ha un ruolo particolare da svolgere, secondo Lukács, autonomo e non di mero lettore. È nel saggio introduttivo il Saggio sul saggio, dove Lukács si pone il problema di dare una collocazione teorica alla forma del saggio: dove cioè egli si chiede «in che misura gli scritti veramente grandi, appartenenti alla categoria [dei saggi] hanno una loro forma e in che misura questa è una forma autonoma». A questa domanda Lukács risponde che anche il saggio è una rappresentazione formale e costituisce un genere artistico, in quanto ha un valore di mediazione verso la forma. Il saggio è però ben distinto dalla poesia, di cui assume, verso la vita, soltanto l’atteggiamento, e si trova in posizione intermedia fra poesia e filosofia. Il saggista moderno ha il compito di vedere l’essenziale e mostrarlo agli altri, vedere l’idea, come avviene negli scritti di Platone, che Lukács prende a modello. Non si può non pensare a quante di queste idee sono finite negli scritti di un altro saggisti famoso, Adorno.

L’anima e le forme è stato tradotto in Italia (e bene, a cura di Sergio Bologna, e con una breve introduzione di Franco Fortini, Sugar editore 1963) con cinquantanni di ritardo: molto gli ha nociuto, evidentemente, l’essere stato ripudiato dall’autore, e più, forse, un clima culturale italiano o troppo chiuso o troppo svagato. Perchè in questo libro, anche se in forma definibile, marxianamente, ideologica, sono affrontati i problemi centrali dell’operare sull’arte e nell’arte. Le questioni del rapporto fra verità del mondo e forma, fra forma e storia fra coscienza critica e totalità creativa, fra informalità e forma come organismo, che accanto a moltissime altre costituiscono la trama de L’anima e le forme, sono problemi di oggi: costituiscono gli aspetti in cui si frange il problema della visione del mondo e del rapporto fra presa di coscienza e storia.

Dall’impostazione di questo libro, come da quella di Teoria del romanzo, si possono dipartire strade critiche diverse, addirittura opposte. Ma è innegabile che il problema della coscienza di totalità (di destino, nella terminologia del giovane Lukács) presente nella forma, costituisce un passaggio obbligato ner qualunque tendenza della critica e dell’arte di oggi.

 

 

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