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di P.S.

«l’Unità», 5 luglio 1964.

«Oggi il problema centrale del realismo socialista è l’elaborazione critica dell’età staliniana». Se il realismo socialista, che a causa del periodo staliniano è diventato talvolta un termine offensivo e dispregiativo, anche nei paesi socialisti, vuole risalire all’altezza che aveva raggiunto negli anni venti, esso deve ritrovare la strada della rappresentazione dell’uomo contemporaneo. Ma questa strada deve passare inevitabilmente attraverso una fedele descrizione dei decenni staliniani, con tutti i loro aspetti disumani».

Cosi scrive Georgy Lukács in un ampio saggio preparato per Belfagor n. 3 su Solzenitzyn e la sua opera ormai famosa.

Lo studio del Lukács appare uno dei più impegnati in un discorso ideale di prospettiva. «Oggi il mondo socialista – aggiunge l’autore ad esempio – è alla vigilia di una rinascita del marxismo, che non solo è chiamata a restaurarne i metodi deformati da Stalin, ma soprattutto tenderà ad afferrare adeguatamente i nuovi fatti della realtà col metodo antico e nuovo del marxismo autentico». E per illustrare ancora meglio il suo pensiero, Lukács fa un paragone tra gli scrittori degli anni venti e una nuova letteratura socialista osservando che questa non può esserne una continuazione diretta, ma deve rispecchiare piuttosto una diversa drammaticità, come sta avvenendo in Solzenitzyn e in altri scrittori sovietici.

«Ciò che interessa – insiste appunto il grande critico – è vedere con quale rapidità e fino a che profondità questi uomini riconoscono il pericolo del periodo staliniano, come reagiscono ad esso e in che modo le esperienze così accumulate, le prove superate con successo o con la sconfitta, la loro fermezza, il loro crollo o il loro adattamento, la loro capitolazione, influiscano sul loro modo di agire attuale. Ed è chiaro che la soluzione più giusta consiste nel rifiutare le deformazioni staliniane per consolidare la certezza realmente marxista, realmente socialista, approfondita e in pari tempo aprirla a nuovi problemi».

Lukács osserva anche che «nessuno può ancora sapere come riuscirà questo deciso avvio alla decifrazione del presente attraverso la chiarificazione dell’età staliniana», ma, dopo aver insistito sulla sostanza antinaturalistica della narrativa di Solzenitzyn, riconduce il tema alle sue dimensioni più generali, alla strada che indica un racconto come Una giornata di Ivan Denisovic: «Solzenitzyn non ha conquistato alla letteratura, come repertorio di temi, la vita nei campi di concentramento. Il suo modo di esporre, orientato verso la vita di ogni giorno nell’età staliniana e le sue alternative umane, indica una reale terra vergine nel problemi umani del successo e del fallimento; il campo di concentramento come simbolo della vita di ogni giorno nell’età staliniana permetterà in futuro di ridurre proprio questa vita di Lager a un mero episodio nell’universalità della nuova letteratura che ora si annunzia, in una universalità in cui tutto ciò che ha importanza per la prassi individuale e sociale del presente deve prendere forma come una sua preistoria individuale ».

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