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di Bruno Schacherl

«l’Unità», 9 settembre 1967


Un gesto altamente significativo

Una lettera del grande pensatore marxista all’Ufficio Politico del Partito operaio socialista ungherese • Uno straordinario e tormentato «curriculum» intellettuale e politico


BUDAPEST. 8 (a.g.p.) – György Lukács, il grande filosofo e pensatore marxista ungherese, ha rinnovato la sua adesione al Partito operaio socialista ungherese. La notizia non è stata ancora resa pubblica. Ma si è a conoscenza del fatto che nella lettera indirizzata all’Ufficio politico del POSU, György Lukács ha dichiarato di essere pienamente d’accordo con la linea politica del partito e abbracciarla liberamente e volontariamente.

Proprio in questi giorni apparirà nelle librerie italiane la prima traduzione nella nostra lingua di un libro quasi favoloso, quella Storia e coscienza di classe con cui l’ex commissario del popolo all’Istruzione del governo rivoluzionario ungherese del 1919 gettava nel crogiolo incandescente del dibattito marxista di quegli anni la sua passione ideologica e politica, prima e più ancora che la ricchezza culturale della sua formazione filosofica e dei suoi studi di grande intellettuale europeo.

A questa edizione italiana Lukács ha voluto premettere una amplissima introduzione (già anticipata integralmente nel numero 3 di Quindici) che non è solo di appassionante lettura per chi – come troppi tra noi – ha concentrato quasi tutto il suo interesse sulla immensa produzione critica del teorico ungherese, trascurandone (a parte i dati più noti e clamorosi) la complessa biografia politica e ideale; ma è anche, probabilmente, un testo rivelatore di quelle profonde motivazioni che lo hanno condotto a chiedere e a ottenere in questi mesi di riprendere l’onere e i doveri della milizia comunista.

Coinvolto nel 1956 nel dramma del suo popolo e del suo partito (aveva partecipato all’attività del circolo Petöfi e poi al governo Nagy, Lukács viveva da allora appartato a Budapest, nella sua casa piena di libri affacciata sul Danubio, meditando e scrivendo. Le sue opere antiche e nuove uscivano regolarmente in patria e all’estero, frequenti erano i colloqui e le interviste con visitatori stranieri, e non solo marxisti: ma, anche se non rifuggiva dall’affrontare i grandi temi ideologici di questi anni, il suo silenzio politico fu rotto forse per la prima volta dall’intervista che concesse all’Unità nell’estate dell’anno scorso. In questa, come i lettori ricorderanno, egli coglieva nel grande tema della riforma economica che il partito ungherese veniva ponendo al centro della sua prospettiva il nodo di un processo politico profondamente democratico, leva a sua volta di quell’indispensabile rinascimento del marxismo al quale da anni egli applicava la sua meditazione. Il fatto che ora – in un momento del resto tutt’altro che facile e lineare per il movimento operaio internazionale – il partito ungherese abbia saputo superare riserve e rancori, per raccogliere il valore generale dell’adesione di un grande intellettuale come Lukács alla sua nuora prospettiva politica, torna indubbiamente tutto a suo onore, e costituirà, ne siamo certi, un aiuto importante a quel discorso sui rapporti tra politica e cultura che oggi appare sempre più necessario e urgente.

Ma torniamo all’ultimo scritto di Lukács: ciò che in esso colpisce non è solo il carattere militante che il filosofo riesce a dare alla propria autobiografia ideale, lo strettissimo legame (che non è identificazione, ma costante integrazione dialettica) ch’egli cerca tra politica e ideologia, ma la straordinaria tensione di un pensiero impegnato a storicizzare se stesso. A qualcuno questa capacità – così rara nelle chiese intellettuali d’oggi – potrà apparire come la saggezza del vecchio che guarda dall’Olimpo dei suoi 82 anni ai fervori e agli errori e ai germi fecondi di una vita di battaglie; ed è invece il segno di un più grande impegno di oggi, di un rinascimento appunto di cui intravvede l’alba e per cui è disposto a spendere ancora le sue generose energie. Quel testo, nel quale sembrano sciogliersi in una superiore tensione di futuro anche gli schematismi in cui di volta in volta il pensiero del critico può essersi adagiato nella sua lunga storia, ci fornisce così la chiave per comprendere non solo il processo ideale di Lukács giovane, ma anche le sue successive battaglie culturali e politiche e la scelta di oggi. Egli parla, a un certo punto, delle «due anime» faustiane che albergavano nel suo petto di allora, quella hegeliana (o meglio, quella caratterizzata dalla vasta e complessa eredità della maggiore cultura borghese) e quella marxista, e coglie mirabilmente il segreto della loro coesistenza e del processo di sintesi avviato nel fuoco della lotta politica: «Non sempre la confusione è caos. In essa vi sono tendenze che possono certamente talora rafforzare temporaneamente le contraddizioni interne, ma che operano infine nel senso della loro esplicitazione. Così l’etica rappresentava uno stimolo in direzione della praxis, dell’azione e quindi della politica («l’anticapitalismo romantico» dell’idealismo, n.d.r.). E questa a sua volta in direzione dell’economia, cosa che condusse ad un approfondimento teorico, e quindi, in ultima analisi, alla filosofia del marxismo».

Naturalmente, e tutto il saggio di Lukács mette in guardia su questo, si tratta di un processo, anzi di un travaglio tutt’altro che semplice e riducibile a una formula. Ma questa che abbiamo citato ha, tuttavia, un valore illuminante per la figura di Lukács: questo tipico «grande intellettuale» europeo che come pochissimi ha saputo combattere nell’interno del suo pensiero vivente il dramma, le contraddizioni, la vita del processo rivoluzionario comunista.

Bruno Schacherl

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