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di Luciano Gruppi

«L’Unità», 11 giugno 1971


Il marxismo di Lukács

La nozione di totalità – La classe operaia come categoria filosofica – Un confronto con Gramsci


Vi è in Lukács un elemento di ricchezza che è, al tempo stesso, contraddizione ed ambiguità. Si tratta del fatto che egli serba, pur nel tumulto delle vicende politiche in cui fu coinvolto ed impegnato, sempre il volto del «filosofo», la cui riflessione critica non si immedesima mai completamente nella vicenda politica, mentre al tempo stesso egli non abbandona, proprio perché filosofo, l’impegno politico. Se si considera la sua ampia e complessa vicenda, si può vedere come mai egli rinunzi ad un dato essenziale della sua vita: quando le sue posizioni di sinistra vengono criticate e vinte negli anni ’20, e quando i risultati della sua ricerca teorica vengono duramente respinti (al V Congresso della Terza internazionale), e quando ancora si abbatte su di lui, con le vicende del ’56, l’esilio e l‘esclusione dal partito, egli conserva la volontà di essere sempre un militante, di riconquistare la propria tessera di iscritto al partito.

Qui Lukács si distingue dall’intellettuale, dal filosofo tradizionale. Ma al tempo stesso, in tutta la sua vita, la polarità tra il filosofo e il politico non appare mai completamente superata e sempre egli resta, per certi aspetti, un intellettuale dei tempi weimariani; un uomo della nuova Ungheria e insieme un esponente di quella cultura relativamente svincolata dal rapporto con la nazione, immersa nella «germanicità» -, che caratterizzò gli intellettuali, anche progressivi, delle nazionalità non tedesche, formatisi al tempo dell’impero austro-ungarico. Vi é probabilmente un nesso tra la sua difficoltà a fondere il filosofo e il politico e quella di immedesimare la propria formazione con l’emergere della cultura nazionale ungherese.

Tutto ciò lascia un segno sul suo profilo dipensatore, anzi, si rivela proprio nel suo pensiero. Vi è infatti tra il Lukács di Storia e coscienza di classe — l’opera con cui si affermò nel campo del marxismo — e quello successivo certamente una rottura; una rottura dovuta non soltanto alla ferma decisione di «restare» nel partito e quindi di accettare la critica (che fu sempre in lui decisione non pragmatica ma obbedienza ad una concezione del mondo), bensì il risultato di un effettivo corso del suo pensiero, rivolto a recuperare il dato dell’oggetività. Ma, al tempo stesso, vi è una continuità, che si coglie nel fatto che sempre, in lui, il momento di negazione, presenta nel rapporto di Marx con Hegel, si attenua e quasi si annulla nel momento della continuità; che alla contrapposizione schematica tra materialismo e idealismo, nella storia della filosofia, egli sostituisce una contrapposizione altrettanto schematica tra razionalismo ed irrazionalismo ipostatizzando, ancora una volta hegelìanamente, la ragione; che la sua estetica colloca pur sempre l’arte nel quadro delle categorie hegeliane.

I nessi

Qui si può utilizzare un confronto con Gramsci, anche se in realtà le due personalità sono incomparabili, proprio per il modo diverso in cui Gramsci colloca il proprio pensiero in rapporto all’obiettivo rivoluzionario e allo sforzo di costruire il partito. L’uno e l’altro infatti vissero in una temperie politica e culturale in cui urgeva, per la lotta rivoluzionaria, superare il determinismo meccanico e l’evoluzionismo della Seconda internazionale in cui urgeva riaffermare il dato leniniano del soggetto rivoluzionario e della prassi (la lettura che Lukács conduce di Lenin è infatti molto vicina a quella di Gramsci).

Anche Gramsci smarrì, almeno nel momento delle formulazioni filosofiche più generali, il dato deIl’oggettività. Ma qui interviene la differenza. Ed è che Gramsci calò gli strumenti di indagine e la teoria del marxismo nel processo reale della storia e della realtà nazionale e sostanziò la propria ricerca, la polemica contro lo storicismo speculativo e relativistico, contro la crociana storia etico-politica, di un preciso contenuto malerialistico, di una precisa analisi dei rapporti e dei processi di classe. Ecco allora Gramsci proteso, sulla scorta di Labriola, alla piena conquista della coscienza della totalità sociale, attraverso la nozione di egemonia e di blocco storico, ma sempre volto a conquistare la visione della totalità individuando le articolazioni sociali e il preciso nesso tra base economica e superstrutture politico-culturali.

L’egemonia

Ecco invece Lukács dirci: «Non è il prevalere dei motivi economici nella spiegazione della storia che distingue in modo decisivo il marxismo dalla scienza borghese, è il punto di vista della totalità». Dopo di che, messo in ombra il rapporto tra base economica e superstruttura, la totalità diventa un tutto indistinto e la definizione marxiana di essa non si distingue più da quella hegeliana; il tributo che viene pagato a Weber (oltre che ad Hegel) appare anche troppo evidente.

Così posta la totalità, la classe operaia si presenta, in modo immediato, essa stessa come totalità, in quanto capace di «porsi, prodursi e riprodursi» da se medesima; in quanto capace di pensare l’oggetto come totalità, nel momento in cui pensa come totalità se stessa. Ciò significa che la classe operaia è, in quanto tale, risolutiva delle contraddizioni sociali, per il solo fatto che esiste. La classe operaia non si distingue più dall’idea, dal soggetto hegeliano che contiene in sè la soluzione delle contraddizioni. La classe operaia si presenta allora come una categoria filosofica, collocata nel quadro di una dialettica di tipo hegeliano, di una hegeliana filosofia della storia. E ciò viene operato col semplice elevare, hegelianamente, una realtà sociale al suo concetto. Questo di cui parlo è certo il primo Lukács, ma si deve dire che egli non superò mai veramente questo modo di procedere per categorie speculative.

La classe operaia è invece una realtà sociale, sottoposta ad un continuo divenire e mutare, chiamata innumerevoli volte a ricomporre, a nuovi livelli, la coscienza di se stessa, a conquistare duramente, nella lotta politica, la coscienza della totalità sociale e quindi della propria capacità di superare le contraddizioni della società capitalistica. Qui appunto ci soccorrere il concetto gramsciano di egemonia, che ci addita il difficile rischioso processo attraverso cui la classe operaia, per mezzo del partito, conquista la coscienza di sè. Qui abbiamo uno strumento critico che ci consente di meglio cogliere i limiti speculativi che impacciano iì pensiero e l’insegnamento, pur così ricco, del marxista ungherese.

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