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di Mauro Ponzi

«L’Unità», 24 luglio 1985

Nel centenario della nascita di Lukács, l’editoria pullula dl saggi, di articoli, di libri sul filosofo ungherese; tutti più o meno tesi a individuarne la grandezza, il «valore», l’«eredità» . Da questi si distingue nettamente il libro appena uscita da Einaudi (Su Lukács. Vicende di un’interpretazione) in cui Cesare Cases raccoglie i saggi scritti sul filosofo ungherese fra il 1956 e il 1985. Il volume nel suo complesso è un vero e proprio omaggio a Lukács (così s’intitola anche il primo saggio). In genere Ie apologie (e quelle su Lukács in particolare) sono patetiche o un po‘ noiose; questo libro di Cases invece è interessantissimo e si legge tutto d’un fiato. In primo luogo perché non è un apologia, in secondo luogo perché Cases fa sfoggio di tutta la sua ironia, così caustica da rasentare il sarcasmo, in terzo luogo perché contiene degli elementi autobiografici (e un interessantissimo carteggio can Lukács stesso) che fanno del volume nel contempo anche un «saggio su Cases».

Alla fine di maggio, a Weimar, si è tenuta la riunione generale della Goethe-Gesellschaft (il che avviene ogni due anni). Tra i vari gruppi di lavoro ce n’era uno (Lukács e Goethe) in cu Cases teneva la relazione introduttiva. È stato sorprendente vedere come fosse affollata l’aula della scuola di musica in cui si teneva la riunione (bisogna sempre ricordare che nei paesi dell’Est Lukács  è stato tollerato post mortem, ma viene sempre guardato con sospetto per i noti fatti dei ’56). È stato ancor più sorprendente vedere i vecchi professori della Rdt parlare di Lukács con ammirazione e nostalgia non tanto per le sue teorie sul realismo, quanto piuttosto per essere stato il modello di libertà e autonomia di pensiero negli anni cupi della stalinismo. Insomma Lukács, sia prima che dopo i fatti di Ungheria, è stato considerato dagli intellettuali dei paesi del socialismo reale un maestro di libertà. E, a pensarci bene, nel romanzo Conin della scrittore tedesco orientale Stefan Heym, si narra di un professore ungherese letteralmente «salvato» nel ’56 da una cerchia di intellettuali tedeschi che lo avrebbero prelevato da Budapest e «nascosto» a Berlino est in attesa che si calmassero le acque. Pare che alla operazione non fosse estraneo il ministro della Cultura J. H. Becker, amico di Lukács dagli anni 20. Nella stessa riunione di Weimar un giovane ricercatore di Berlino Ovest ha invece fatto la breve storia della ricezione di Lukács in Rft, dove nel dopoguerra è stato considerato il «marxista ufficiale». Allora Lukács era a Ovest l’antesignano dell’ortodossia comunista e a Est il rappresentante dell’autonomia di pensiero dell’individuo. Ovunque un personaggio «scomodo». Insomma nei corridoi della scuola di musica a Weimar affiora un aspetto dl Lukács da noi certamente sottovalutato e Cases, tra sorrisi, strette di mano e complimenti, racconta aneddoti con la sua solita aria ironica.

Già la prefazione al volume è un piccolo capolavoro di ironia: Cases polemizza contro coloro che arrivano da lui accusandolo di «aver introdotto Lukács in Italia, e quindi di aver provocato «gravi lesioni cerebrali negli intellettuali italiani». E le frecce che lancia contro i «postmoderni» sono avvelenate: «Ricordo che l’ideologia è sempre un rischio, che molti più importanti di loro ci hanno lasciato le penne, che anche Platone, Hegel e Marx non sono quasi più quotati sul mercato e che insomma se ci tenevano tanto alla sopravvivenza, avrebbero dovuto a suo tempo stipulare un contratto con la Società d’assicurazione contro i danni dall’ideologia (Sadi) il cui presidente onorario è sir Karl Popper. Cito i casi di taluni miei coetanei e amici che, grazie all’assicurazione, sono oggi completamente disideologizzati e scrivono sui Corriere della Sera; il loro pluralismo è a tutta prova, riescono a evitare la parola “totale” perfino nella dichiarazione delle imposte e a concepire qualche inclinazione per la religione, che essendo la più antica e consolidata delle ideologie non è quasi più considerata tale, né tanto meno totalitaria».

In una lettera a Lukács del 1964 Cases scrive: «Purtroppo sono fatto in modo che posso scrivere solo se mi eccito contro qualcuno» (p.177); e questa sua vena polemica, se gli ha impedito di scrivere quel libro sulla letteratura italiana nella direzione indicata dal filosofo ungherese, è finita per affiorare nel carteggio stesso. Dopo anni di amicizia e di rapporti epistolari ed editoriali (Cases non avrà introdotto Lukács in Italia, come dice lui, però ha curato, promosso e pubblicizzato tutte le opere di Lukács pubblicate da Einaudi) affiora il dissenso tra i due intellettuali ed è un dissenso che riguarda le prospettive politiche.
Anche sul letterario Cases prende le distanze dal maestro ungherese: «La teoria di Lukács non rispondeva alla realtà non tanto per motivi “formalistici”, classico-idealistici, ma perché i suoi presupposti non andavano. Se le prospettive politiche di Lukács fossero state giuste, saremmo stati sommersi di realismo critico e di realismo socialista. (p.89). Lukács viene criticato con la più lukacsiana delle argomentazioni, che presuppone un rapporto stretto tra prospettiva politica e teoria letteraria. Come si vede Cases non riesce a non polemizzare con l’oggetto del suo studio, ma si ha il sospetto che questa polemica sia un impasto di amore-odio.

L’autore ironizza nei confronti dei critici che definisce «brechtocentrici», coloro cioè che utilizzano le argomentazioni di Brecht nella polemica con Lukács. Il filosofo ungherese è attento all’oggetto della letteratura (una volta si diceva al contenuto), mentre Brecht (e con lui Kafka, le avanguardie e persino Anna Seghers) fanno attenzione al soggetto, all’individuo. Anche in un’epoca come la nostra in cui ll soggettivismo (e l’edonismo) trionfa, possiamo tuttavia affermare che il «peccato originale» di Lukács stia tutto nei sua idealismo, nel considerare l’opera d’arte come un valore in sé, assolutizzato in quanta «oggetto» nella volontà dl metterlo in rapporto al sociale, me dimenticando di metterlo in rapporto ai mezzi di comunicazione, alle strutture comunicative. In questo senso tutto il pensiero di Lukács è «ottocentesco», ovvero legato a una situazione culturale anteriore all’avvento dei mass media. Questo l’avevano capito — sin dagli anni 20 — Brecht e Benjamin (tanto per fare due nomi), che non a caso parlavano di «rapporti di produzione» intendendo con questo non solo i rapporti di produzione industriale, ma anche i rapporti di produzione dell’industria della comunicazione (da qui i saggi sul cinema, sulla radio, sulla fotografia).

Cases, non solo per amor di polemica, intuisce la «gigantesca ottusità» del pensiero di Lukács – la definizione è di Brecht — ma la proietta tutta sul politico, in quanto è affascinato dal personaggio, dalla sua grandezza intellettuale, dalla sua capacità di proporre modelli intellettuali. Me forse non riesce a liberarsi di Lukács perché nella biografia e nel pensiero del filosofo ungherese c’è anche tanta parte delle speranze,  delle delusioni, delle polemiche e della avventura intellettuale di Cases stesso. Nella prefazione troviamo ancora una volta un indizio rivelatore: il ricordo del primo libro di Lukács, letto in esilio a Zurigo nel 1944/1945, è associato all’immagine di una bella ragazza jugoslava che aveva reclamato la restituzione del libro preso in prestito alla biblioteca. L’utopia lukacsiana è per Cases un po‘ come quelle bella jugoslava di Zurigo, sempre più bella col passare del tempo ma sempre più astratta, sempre più lontana. Ma proprio perché fa parte del «vissuto», proprio perché è la storia stessa del divenire di Cases, è anche nel contempo un elemento irrinunciabile della memoria, della polemica e in fondo dell’apparato critico dell’Autore.

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