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di Mario Spinella

«l’Unità» 7 gennaio 1969


La «teoria critica della società» da Lukács a Marcuse

L’opera di un giovane studioso ricostruisce le linee del dibattito che la cultura marxista ha affrontato con slancio e rigore a partire dagli anni venti del nostro secolo – Lenin e l’Ottobre: il vero punto di partenza

La situazione attuale del movimento operaio, caratterizzata, a livello internazionale, da divergenze e contrasti anche profondi, rende più che mai necessaria l’esigenza di uno sviluppo teorico impetuoso del marxismo. E non vi è dubbio che un tale sviluppo esiga, tra l’altro, anche una approfondita conoscenza, e un ripensamento, della stessa storia del marxismo e della sua influenza sulla cultura contemporanea e sulla nostra immagine del mondo.

In questo quadro, anche i contributi che alla storia del marxismo provengono da ambiti che non coincidono, o non coincidono interamente, col movimento operaio, vanno valutati e apprezzati al loro giusto valore: per il loro impegno conoscitivo e critico, per l’atteggiamento aperto e appassionalo che talvolta – o forse spesso – li caratterizza. Tale è certo il caso del libro di un giovane studioso milanese, Gian Enrico Rusconi, La teoria critica della società (Bologna, Il Mulino, 1900, pagg. 304, L. 3000), dedicato allo svolgimento di quella vasta corrente culturale, fondamentalmente ispirata al marxismo, che va dal Lukács di Storia e coscienza di classe, e dal Karl Korsch di Marxismo e filosofia (l’una e l’altra opere del 1923-24), attraverso un ricchissimo dibattito filosofico e sociologico, sino ai recenti scritti di Herbert Marcuse, che tanta influenza sembrano avere nelle spinte intellettuali dei gruppi di avanguardia degli studenti in rivolta contro la società dei consumi e contro l’imperialismo americano.

Non solo Lukács e Korsch, ma anche altri esponenti di questo filone della cultura contemporanea, sono stati – più o meno a lungo – militanti attivi del movimento operaio o suoi simpatizzanti; e con le correnti ideologiche che nel movimento stesso hanno finito per dominare, si sono in vario modo scontrati. E tuttavia, nell’insieme, sarebbe giudizio superficiale attribuire solo a torti di questi intellettuali il difficile rapporto con la realtà del socialismo e del comunismo: vero è, semmai, che proprio non aver saputo sempre operare con l’intelligenza e la duttilità necessarie nei confronti di questa, o di altre, correnti di pensiero simpatetiche, almeno, nei confronti del marxismo, è uno di quei problemi di autocritica e di valutazione storica che si pongono forse come necessari per gli ulteriori sviluppi della teoria nel movimento operaio.

E resta comunque il fatto che l’itinerario culturale culminato in quella che si definisce la «Teoria critica della società», e che ha come più noti esponenti Horkheimer, Adorno, Marcuse, si è sempre posto, almeno come momento di autocoscienza dei suoi esponenti, contro la società capitalistico-borghese e per una rivoluzione radicale che riaprisse all’uomo – secondo le tesi di Marx – le prospettive di un enorme ampliamento della sua libertà e delle sue possibilità di espansione.

Questo itinerario culturale è seguito con estrema attenzione nel libro di Rusconi. La crisi politica e sociale della borghesia nel primo dopoguerra, le immense speranze suscitate dalla Rivoluzione di Ottobre, la decadenza teorica e pratica della socialdemocrazia, diedero, agli inizi degli anni venti del nostro secolo, un immenso slancio alla ricerca marxista. Il dibattito teorico e culturale raggiunse un grado altissimo, e, specialmente in Germania, influenzò alcune tra le più spiccate personalità intellettuali del momento – come Karl Mannheim, per esempio – e costituì il terreno di formazione del giovani studiosi più aperti al nuovo e più drammaticamente impegnati, con tutta la loro personalità, nella lotta contro le categorie del pensiero borghesi, figlie, a loro volta, della oppressione e della repressione del capitale.

Punto di partenza ideale, al livello della elaborazione teorica e concettuale, fu la battaglia leninista contro il marxismo della Seconda Internazionale. Questo non appare, in verità, dalla ricerca di Rusconi – ed è probabilmente il più serio appunto che potremmo muovergli: ma vero è che senza Lenin e senza l’Ottobre non si spiegherebbero quel Lukács, quel Korsch, e in genere quelle ricerche intorno al marxismo come teoria rivoluzionaria, e non solo come teoria immediata della rivoluzione politica, che così attentamente ed acutamente sono state ripercorse nel libro di Rusconi.

Momento chiave del nesso tra marxismo e «teoria critica» è certo – come bene individua l’Autore – la dialettica; e, più precisamente, la comprensione, che è propria della dialettica di Marx, che l’uomo conosce il mondo (e se stesso) sempre attraverso una mediazione specifica, che è di carattere socio-economico. («I fatti, che i sensi ci trasmettono, sono socialmente preformati in doppio senso: attraverso il carattere storico dell’oggetto percepito e il carattere storico dell’organo percettivo. Ambedue non sono meramente naturali ma formati attraverso l’attività umana», scrive Horkheimer nel 1937, riprendendo il Marx dei Manoscritti del ’44 e della Ideologia tedesca). Contro il positivismo, l’obbiettivismo, lo scientismo, il falso realismo, borghesi, la polemica è implacabile: e non è una polemica inutile se ancora oggi, e spesso tra i più avanzati teorici del marxismo contemporaneo (quale, ad esempio, Althusser in Francia) l’influenza del positivismo – nella sua odierna variante europea che è lo strutturalismo – appare non del tutto debellata.

Certo, privilegiare la dialettica, significa muoversi sempre su un filo di rasoio tra Hegel e Marx: e, a partire dal Lukács di Storia e coscienza di classe, questo ha voluto dire scivoloni e ricadute indietro, da Marx a Hegel. Ma oseremmo dire che questo è «un rischio calcolato»: al contrario del pensiero borghese, tronfio di sé e dei propri schemi, il pensiero rivoluzionario, come la prassi della rivoluzione, sceglie continuamente il rischio e l’insicurezza. È proprio della conservazione privilegiare la sicurezza, gli schemi formali apparentemente perfetti, la predeterminazione del futuro. Noi – aveva detto Marx – non siamo i cuochi della cucina dell’avvenire: sappiamo soltanto che il sistema borghese va distrutto, per impedire che esso distrugga l’uomo. Aver sempre tenuto ferma questa consapevolezza, davanti alle delusioni e alle sconfitte personali e ideali, non è il minor merito della scuola della «teoria critica della società». E va ringraziato un giovane studioso, quale è Rusconi, di aver ricostruito per noi con esattezza scientifica e rigore di metodo, questo drammatico ma vivente itinerario del pensiero moderno.

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