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di Mario Spinella

«l’Unità», 7 dicembre 1968


«Il marxismo nella coesistenza»: quattro scritti di György Lukács

La costante tensione a comprendere difficoltà e ritardi dello sviluppo economico e culturale è un momento centrale della riflessione del filosofo

Sotto titolo di uno di essi, Il marxismo nella coesistenza, gli Editori Riunti hanno recentemente raccolto, nella collana Il punto, quattro scritti del filosofo e critico comunista ungherese György Lukács. Si tratta di interventi che, pur soffermandosi su taluni aspetti dei problemi di sviluppo della letteratura nei paesi socialisti e in quelli capitalistici, hanno essenzialmente un contenuto politico immediato, come, del resto, gran parte della produzione intellettuale di Lukács, anche quando l’orizzonte entro il quale egli si colloca è quello della critica letteraria o dell’estetica.

Il momento centrale della riflessione di Lukács in questi articoli e interviste è una costante tensione per comprendere le difficoltà o i ritardi dello sviluppo economico e culturale nel mondo socialista, al fine di superarli in vista della realizzazione (come egli intitola uno del testi raccolti nel volumetto) di «nuovi modelli umani». Per ottenere questo risultato, e per andare così incontro alle esigenze e alle spinte che dai giovani e da tante altre parti oggi premono, Lukács ritiene indispensabile un superamento dello stalinismo nella teoria e nella prassi. Dal punto di vista teorico – e qui le posizioni del filosofo ungherese appaiono particolarmente stimolanti – è anzitutto necessario rendersi conto di quanto Stalin si fosse allontanato dal marxismo e dalla sua metodologia politica: l’uno e l’altra essenziali per far vivere e agire in tutto il loro potenziale rivoluzionarlo, le idee fondamentali che sono alla base di una lotta vittoriosa del proletariato.

Secondo Lukács, Stalin operò un vero e proprio rovesciamento negativo del metodo del marxismo: in luogo di partire dal principi, per procedere, attraverso una spregiudicata e approfondita analisi scientifica della realtà, a grandi scelte strategiche, entro cui inquadrare i vari momenti tattici e le decisioni che ne scaturiscono volta a volta, Stalin avrebbe assunto la tattica come luogo di riferimento degli stessi principi teorici, nonché della strategia. In tal modo, con questa radicale subordinazione della teoria alla pratica immediata, non solo si è arrestato ogni reale progresso del marxismo, ma si è condannata la stessa società sovietica ad uno sviluppo anchilosato e deformato, le cui conseguenze non sono state ancora superate, né in Unione Sovietica, né negli altri paesi socialisti europei.

Ciò comporta – come osserva Bruno Schacherl nella sua prefazione – una tensione permanente verso la elaborazione di una nuova strategia a livello internazionale; mentre, per quanto concerne la dinamica interna del paesi socialisti devono essere viste come elementi positivi del quadro tutte quelle misure di trasformazione della gestione dell’economia che tendono a sottrarla al potere esterno o centralizzato della burocrazia. È questa una delle vie essenziali dello sviluppo di una democrazia socialista, in cui il cittadino del nuovo Stato possa sentirsi in ogni momento compartecipe sino in fondo dello scelte decisive per se stesso e per la collettività.

Sotto questo profilo, al di là di eventi che potrebbero apparire come controtendenze, cioè come ritorni al metodi di direzione staliniani, Lukács guarda al presente delle società socialiste con un certo ottimismo; ottimismo che deriva in lui dalla consapevolezza che, in ultima analisi, saranno le stesse esigenze dello sviluppo economico a porre come necessaria l’alternativa di un decentramento e di una sburocratizzazione non solo dell’apparato produttivo, ma di tutte le istituzioni sociali.

In questo quadro anche la vita della cultura potrà avere una ripresa, e il mondo socialista potrà riacquisire quella egemonia culturale (e persino artistica) che aveva cominciato a profilarsi subito dopo la Rivoluzione di Ottobre. Anche a questo proposito Lukács considera come indizi largamente positivi i tentativi di taluni scrittori sovietici – e in primo luogo di Soltsenitsyn – di rivivere criticamente il momento dello stalinismo, quale passaggio necessario per costruire, attraverso questa profonda autocritica sociale, il «nuovo modello umano» del socialismo. Ma Lukács non nasconde – e non si nasconde – come un tale approfondimento critico operato attraverso la letteratura non potrà non incontrare la resistenza conservatrice del burocrati, sempre pronti ad obbiettare «che non bisogna rimestare il passato».

Un bilancio – come si vede – che intravede possibilità positive entro un quadro ancora largamente bloccato dal permanere di modi di comportamento legati al passato: ma un bilancio sempre condotto dal punto di vista di un militante comunista rivoluzionario, il quale sa bene – secondo una netta presa di posizione di Lukács stesso – che «anche il peggiore socialismo è meglio del migliore capitalismo». È proprio in quanto muove da questo atteggiamento, che è «critico» e «di principio» insieme, che l’analisi di Lukács appare, in tutta la sua estensione e persino nelle punte più aguzze della sua polemica ideale, come un contributo a quella discussione su passato e presento del socialismo e del movimento operaio al la quale è merito non ultimo dei comunisti italiani di far sempre esplicito riferimento nel fuoco della loro dichiarata e coerente posizione anticapitalista e antimperialista.

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