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di  F.O.

«l’Unità»,15 maggio 1968.


La ragione materialistico-storica di Galvano della Volpe — L’ultraottantenne Lukács continua la sua «lotta per un marxismo autentico»

Leggere il Capitale: l’opera realizzata dal gruppo di filosofi marxisti riunito intorno ad Althusser e pubblicata nel ’65 viene presentata ora in traduzione italiana (Louis Althusser-Etienne Balibar, Leggere il Capitale, Feltrinelli 1968, pp. 336. L. 3.500).

«Leggere il Capitale» è qualcosa di più che il titolo di un seminario di studi sull’opera marxiana (Althusser e i suoi col leghi lo realizzarono all’Ecole Normale di Parigi nei primi mesi del ‘65): è un invito a riprendere la riflessione sul testo-chiave della nuova scienza proletaria. li movimento di «ritorno» al Capitale dopo la riflessione sull’antropologia filosofica sollecitata da un particolare tipo di lettura delle opere giovanili di Marx, dopo la definizione di quel momento nevralgico della produzione di conoscenza rivoluzionaria che è la critica della ideologia come forma organica della falsa coscienza, è di una importanza straordinaria, soprattutto nei paesi di capitalismo matura Non per nulla tale movimento ha sempre contraddistinto fasi decisive per la fondazione di una pratica rivoluzionaria. Basti pensare al momento centrale della polemica condotta da Lenin contro i populisti russi e il cosiddetto «marxismo legale».

Lo stesso Althusser, del resto, ama definire la «funzione maestra» della pratica filosofica emergente dalla sua riflessione sul Capitale con la parola d’ordine leninista «tracciare una linea di demarcazione» teorica, fra «le idee vere» (la scienza, n.d.r.) e le «idee false» (l’ideologia) e politica. Un compito, questo tanto più vitale in un momento in cui la società capitalistica si caratterizza per le sue elevatissime capacità di controllare le crisi cicliche e di riassorbire o erodere le opposizioni politiche.

Dall’antropologia teorica (quel tipo di riflessione, cioè, che ha di mira l’essenza dell’uomo in rapporto alla natura e alla società) si passa dunque, per Althusser, attraverso il Capitale a una definizione della totalità sociale (capitalistica) come struttura e struttura di strutture, nella quale «i veri soggetti che definiscono e distribuiscono sono i rapporti di produzione (e i rapporti sociali politici e ideologici)», non riducibili a semplici rapporti fra uomini.

Sui caratteri della totalità strutturata marxiana, sulla sua sostanziale differenza da quella hegeliana, sulla «rottura epistemologica» (relativa cioè ai fondamenti stessi della concezione del sapere e della scienza) che essa implica a proposito della dialettica nei confronti della filosofia classica tedesca (da Hegel a Feuerbach), Althusser è tornato più volte anche nella raccolta di saggi Pour Marx (Per Marx. pp. 226. Editori Riuniti, 1967, L. 1.500) già ampiamente recensita su queste colonne.

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Significato e articolazione della dialettica come struttura del processo storico, il rapporto Marx Hegel, critica della ideologia come «corpo di idee aspiranti alla universalità e verità la più lata e astratta ma rappresentative soltanto – sebbene inconsapevolmente e dogmaticamente – di interessi storici parziali o di una data classe sociale»: questi i temi della critica dell’Ideologia contemporanea di Galvano Della Volpe (Ed. Riuniti 1967. pagg. 155. L 1800).

Da più di un ventennio ormai la ricerca di Della Volpe si colloca con un timbro particolare nell’orizzonte della moderna cultura marxista: ne sono testimonianza opere come la Logica come scienza positiva, Rousseau e Marx, Critica del gusto, ecc.. di cui questa Critica dell’ideologia si presenta come conseguente messa a punto polemica in relazione a talune recentissime questioni logiche, politiche, sociologiche, estetiche.

La ragione moderna, dice Della Volpe precisando la sua nozione di dialettica come metodo logico-storico di astrazioni determinate, è «materialistico-storica». Essa intende «razionalizzare la storia e regolarne il movimento», partendo dalla analisi delle contraddizioni del presente come presente storico. Tale analisi è «produttiva di storia». La sua determinatezza, infatti, «la rende realmente operativa ossia adeguata alla prassi che repugna massimamente all’indeterminato: onde si tratta di un “conoscere” che è in grado (non retoricamente) di “mutare” il mondo, di rivoluzionarlo, senza fine».

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La vecchiezza di György Lukács non è disarmata e stanca. Il filosofo ungherese continua a impegnarsi in quella «lotta del presente per un marxismo autentico» che, nella prefazione per l’edizione italiana di Storia e coscienza di classe (Sugar, 1967), ha indicato come un compito vitale per il pensiero moderno, oltre che coma l’obbiettivo permanente della sua ricerca.

Nato a Budapest nel 1885, Lukács, la cui biografia è intrecciata ad alcuni momenti chiave della storia della rivoluzione socialista in Europa, ha sempre accompagnato alla milizia politica e di partito una riflessione filosofica volta a definire il nucleo teoretico del marxismo in rapporto al pensiero classico tedesco, in particolare a Hegel, e in polemica con la grande sociologia borghese (tedesca anch’essa) degli inizi del secolo.

Dopo aver completato di recente una monumentale Estetica, che dovrebbe comparire anche in italiano, Lukács sta ora lavorando a una Ontologia, o scienza dell’essere (di un essere storico, naturalmente, non metafisico, quale è sempre stato l’essere oggetto delle ontologie tradizionali) di cui ci forniscono una testimonianza e una anticipazione le Conversazioni con Wolfgang Abendroth, Hans Heinz Holz, Leo Kofler risalenti al ’66 e di recente tradotte in italiano (De Donato editore, Bari, 1968, pp. 207. L 800). Ma i temi affrontati da Lukács sono di grande varietà e interesse. Basti qui accennare, tra l’altro, allo sforzo di definire in termini di manipolazione le tecniche del dominio nelle società di capitalismo sviluppato. Si tratta di un filone intorno al quale hanno lavorato sociologi come Adorno, Horkheimer, lo stesso Marcuse e che ha avuto notevole risonanza nel movimento studentesco. O, ancora, si ricordi la caratterizzazione attuale dello sfruttamento della classe operaia come sfruttamento operato attraverso il plusvalore relativo («Il plusvalore assoluto non è morto, dice Lukács, semplicemente non svolge più il ruolo dominante»).

Sono, questi temi ricorrenti nella riflessione dell’ultimo Lukács. Li ritroviamo, sia pure a margine o appena accennati, anche in Marxismo e politica culturale (Einaudi, 1968, pp. 218. L. 2000). Si tratta di una raccolta di saggi che dal celebre scritto autobiografico «La mia via al marxismo» (1933) con proscritto del 1957, in avanti, affronta sostanzialmente un gruppo di problemi connessi alla milizia dell’intellettuale e in sostanza al rapporto fra cultura e politica.

Da «Poesia di partito» a «Sulla responsabilità degli intellettuali», da «La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi» a «Problemi della coesistenza culturale», fino al «Dibattito fra Cina e Unione Sovietica» è presente in tutto il libro (la scelta dei saggi che ne fanno parte è stata stabilita dall’autore) quella consapevolezza del particolare rapporto fra teoria e pratica che il marxismo occidentale, da Gramsci allo stesso Lukács – che più volte lo affrontò esplicitamente fin dai tempi di Storia e coscienza di classe (1922) – ha svolto sulla base delle indicazioni leniniste, in una teoria del partito e in una strategia della rivoluzione socialista nei paesi di capitalismo maturo.

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