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di Carlo Benedetti

«l’Unità», 9 aprile 1969


UNA DOMANDA A LUKÁCS

La risposta del filosofo ungherese, che nel 1919 fu commissario all’Istruzione, alla rivista di teoria e politica del POSU «Tarsadalmi Szemle»


BUDAPEST, marzo

«Quali sono i valori permanenti della politica culturale attuata della Repubblica dei Consigli?». La domanda è stata posta dalla rivista di teoria e politica del POSU «Tarsadalmi Szemle» (Rivista Sociale) al compagno György Lukács che fu, nel 1919, commissario all’istruzione durante i 133 giorni di vita dello prima Repubblica dei Consigli magiara.

Lukács risponde rilevando, in primo luogo, che nel periodo che precedette la Repubblica i comunisti che tornavano dall’Unione Sovietica non avevano senso teorico e «cultura teoretica». «L’unica persona che in quei tempi aveva un senso per la teoria – prosegue il filosofo – era Béla Kun che già in quei tempi, a mio giudizio, aveva considerato Bukarin come il vero teorico della dittatura. Ne consegue che delle innovazioni teoretiche di Lenin tutti noi, in quei tempi, non avevamo appreso nulla. Poche erano le opere allora tradotte e se, successivamente, nel partito ungherese, si poteva parlare di tradizioni leniniste tutto ciò era merito delle esperienze fatte nell’emigrazione e giunte poi in Ungheria. Comunque, al tempo della Repubblica dei Consigli Lenin aveva pochissima influenza ideologica».

«Tutti però – avverte Lukács – guardavamo al grande leader della Rivoluzione, ma per essere sinceri lo devo dire che allora conoscevo solo alcuni suoi articoli e Stato e Rivoluzione. Dal punto di vista delle questioni teoriche, quindi, eravamo praticamente abbandonati a noi stessi».

All’inizio del periodo della dittatura del proletariato – come ricorda Lukács – si manifestarono errori nel campo della cultura proprio perché era diffusa la convinzione di trovarsi di fronte ad una grande ondata rivoluzionaria che nel giro di pochi anni avrebbe pervaso tutta l’Europa. «Vi erano, quindi, determinate illusioni che ci portavano a credere che in breve tempo sarebbe stata liquidata ogni sopravvivenza del capitalismo. E numerosi provvedimenti utopistici della dittatura furono proprio la conseguenza di tale atmosfera».

Il filosofo affronta poi il problema della politica culturale che lo vide impegnato, in prima fila, in una vasta opera di rinnovamento e di costruzione. «Nel campo della cultura ci trovavamo in una situazione molto favorevole perché tutto il mondo culturale magiaro – sia in modo socialista che non socialista – era sconvolto. Il processo si era iniziato con le riviste Nyugat (Occidente) e Huszadik Század (Ventesimo secolo) e la guerra poi e la Rivoluzione di Ottobre contribuirono ad approfondire i fermenti». Tutto ciò significara che la maggioranza degli intellettuali magiari erano disposti, sin dal primo momento, a collaborare con il potere dei Consigli. In tal modo la politica culturale si trovò ad avere una vasta base sociale.

Lukács prosegue ricordando che tra i vari commissariati del popolo «solo in quello dell’istruzione pubblica furono sostituiti tutti i vecchi impiegati con forze nuove». Il racconto – avverte il filosofo – è difficile «perché, sotto questo aspetto, sono costretto a parlare in modo positivo dì me stesso».

«Come è noto – scrive Lukács – io sono stato il sostituto di Kunfi al commissariato popolare per l’istruzione pubblica. Nei primi giorni del potere ci riunimmo una sera per discutere la composizione del commissariato. E qui devo confessare di aver fatto ricorso ad una trovata molto maliziosa. Sapevo che Kunfi era malato di nervi e morfinomane. Conoscevo la sua natura opportunista. Così attuai l’ostruzionismo. Cominciammo la riunione alle 21 e alle due del mattino Kunfi era crollato accettando le mie proposte che erano rappresentate dall’entrata di strati rivoluzionari, affamati di riforme, nella direzione del Commissariato».

Qui Lukács cita un lungo elenco di nomi che, già noti nei vari settori della scienza, dell’arte e della cultura in generale, trovarono nel periodo della dittatura del proletariato, il modo di esprimere le loro idee e la loro personalità.

«Nel direttorio per la musica – aggiunge Lukács – «collaboravano con noi Béla Bartók, Ernó, Dohnányi e Zoltán Kodály. Nel campo delle arti figurative, oltre gli storici d’arte, c’erano Károly Kernstock, Robert Berény, Bertalan Pór, Béni e Noémi Ferenczi tutti della giovane generazione. Nel direttorio per la letteratura c’erano quelli del Nyugat e giovani e giovanissimi tra i quali Lajos Kassák e Tibor Déry».

Nel lavoro della Repubblica dei Consigli vi sono stati, comunque, elementi «fortemente utopistici». Lukács lo riconosce apertamente ed aggiunge che, vista nel suo insieme, l’attività della Repubblica fu caratterizzata da una interessante politica di riforme, pur se limitate nell’arco di appena quattro mesi e mezzo. «Solo in alcune questioni – prosegue il filosofo – si è formata, a mio parere, una concezione che meriterebbe di essere presa dettagliatamente in osservazione, perché applicata anche dalla nostra repubblica. Mi riferisco al piano di riforma dell’insegnamento attuato dalla dittatura del proletariato. Piano che considerava la scuola primaria di otto classi, quella media di quattro e poi l’università. Altro problema era che nel nostro paese non esistevano istituti scientifici. Se una cattedra, quindi, era diretta da un bravo professore si svolgeva una certa ricerca scientifica. Ma l’Accademia fece pochissimo in tal senso. Il potere dei consigli, invece, aveva in progetto di riformare l’Accademia ponendo come obiettivo quello di farne il centro organizzatore di istituti scientifici ad alto livello. E qui devo dire che questa concezione è stata sviluppata dalla repubblica popolare».

Tutto il periodo della attività della Repubblica dei Consigli – aggiunge Lukács – era, pertanto, caratterizzato dalla convinzione che l’epoca del capitalismo era finita e che si stava edificando c qualcosa di radicalmente nuovo».

Lukács sottolinea poi che oggi quello che può e deve essere portato avanti come eredità della Repubblica dei Consigli è il fattore «popolare» della cultura. «Per popolare – dice il filosofo – intendo dire che la dittatura del proletariato aveva raccolto le migliori forze del paese e aveva fatto il tentativo di conservare, da una parte la più severa ed alta competenza – basti riferirsi ad uomini come Bartók – e dall’altra il tentativo di evitare tutte quelle misure che potevano portare ad una amministrazione burocratica della cultura».

Qui Lukács ricorda che con l’aiuto di alcuni storici d’arte che collaboravano con il commissariato popolare, nel giro di pochi giorni, furono registrate tutte le più importanti collezioni private d’Ungheria. «Così, in una settimana, tutti i grandi valori dell’arte del paese passarono in possesso dello Stato. E durante l’estate allestimmo una grande mostra che io – dice Lukács – inaugurai sottolineando che nostro compito era quello di raccogliere tutto quello che dal punto di vista della storia dell’arte era prezioso, senza far riferimento alle correnti. Importante era che le opere fossero in mano dello Stato. Una volta, quindi, arriveremo al punto in cui il proletariato dirà da solo quale è l’eredità che accetta e quale quella che non accetta».

Il filosofo afferma poi di aver raccontato tutto ciò per sottolineare «che la dittatura del proletariato si è ben guardata dal considerare corrente ufficiale una qualsiasi corrente. Con l’estensione della cultura la dittatura del proletariato, infatti, si prefisse lo scopo di portare il popolo lavoratore a decidere da solo sui valori culturali, a scegliere cioè quelle opere dell’arte e della cultura di cui più aveva bisogno».

«Collegata a tutto ciò – prosegue Lukács – vi era la lotta contro la cosiddetta arte ufficiale. Il gruppo Kassák, ad esempio, contava sempre sul fatto di essere riconosciuto come arte ufficiale della dittatura. Ma tale manovra fu sempre respinta dal commissariato popolare, che difese Kassák e i suoi sostenitori dai tentativi socialdemocratici che puntavano ad una azione soppressiva, ma nello stesso tempo rifiutò di considerare il gruppo Kassák come arte ufficiale. Noi considerammo il gruppo come una delle tante correnti che avevano diritto all’esistenza».

Ecco perché – dice Lukács – sotto questo aspetto la Repubblica dei Consigli ha una tradizione che è ancora valida e che, per quanto riguarda la politica culturale era in forte contrasto con quella sviluppatasi dopo il 1949 sotto l’influsso dell’epoca staliniana. « Io – conclude Lukács – non affermo che il potere dei consigli aveva una adeguala teoria ed una adeguata pratica per quanto riguarda la effettiva e conseguente direzione marxista della cultura. Ho già detto che eravamo ad un basso livello teorico. Affermo però che la dittatura del proletariato ha avuto una corrente democratica, di ispirazione socialista che si basava sulle correnti culturali progressiste ungheresi di allora. E penso, quindi, che sia questo che oggi dobbiamo rispettare e portare avanti fra le tradizioni della Repubblica dei Consigli».

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