Tag

, ,


di Carlo Benedetti

 «l’Unità», 23 settembre 1969


Un importante articolo di György Lukács su «Uj Iras»

La figura di Mihály Károlyi e i sondaggi per la creazione di un partito legala dei contadini – Perché il piano non fu attuato – L’ostinata e appassionata opposizione di Béla Kun


BUDAPEST, settembre.

La figura di Mihály Károlyi – presidente della Repubblica sorta in Ungheria nel 1918 e passata alla storia con il nome di rivoluzione delle rose d’autunno – viene rievocata da György Lukács nell’ultimo numero della rivista culturale «Uj Iras» (Nuova scrittura).

«Ho conosciuto Mihály Károlyi – scrive Lukács – solo nell’emigrazione perché al tempo delle sue prime apparizioni politiche non mi trovano spesso a Budapest. Il suo atteggiamento, durante la guerra, non mi interessava troppo. Ero contro la guerra, e la vittoria degli imperi centrali, ma avevo d’altra parte pochissima fiducia che la vittoria dell’Intesa potesse portarci ad un notevole rinnovamento. Solo nell’inverno 1918-1919 cominciai a prestare maggiore attenzione alla sua attività. È vero che da comunista presi posizione contraria a tutto il governo di ottobre, ma era poi impossibile non accorgersi che nel governo solo Mihály Károlyi rappresentava, in modo decisivo e con convinzione, le idee rivoluzionarie insite nella trasformazione democratica borghese di ottobre. Károlyi non aveva riguardo per quello che avrebbero detto le vecchie classi dirigenti in merito alle eventuali misure di riforma. Sia Jászi che la cosiddetta sinistra socialdemocratica erano sempre preoccupati per la rottura o l’eventuale indebolimento di tali rapporti. Mihály Károlyi, no. Fu questo a renderlo, in quei tempi, ai miei occhi, un avversario stimato».

Lukács ricorda poi il primo incontro personale che ebbe luogo a Vienna verso la metà degli anni venti. Mentre i comunisti ungheresi tentavano di riorganizzarsi nell’emigrazione e nella clandestinità; allora per i socialdemocratici e i loro sindacati e per altre formazioni fu possibile invece di valersi di forme legali per la loro attività. «Non ho in mente ora la data precisa – egli nota – ma erano i tempi in cui la frazione Landler preparava la costituzione del Partito operaio socialista ungherese, quando l’unificazione delle due frazioni era già, secondo il desiderio del Comintern, per lo meno in corso di attuazione. Fu in quel periodo che Jenő Landler mi chiese di assicurare un alloggio in casa mia a Mihály Károlyi in modo che nessuno, a Vienna, oltre a noi sapesse del fatto. La questione che doveva essere discussa mi aveva subito entusiasmato. Fra Landler e Károlyi erano iniziate infatti alcune trattative preliminari, di sondaggio (non so se per corrispondenza o a voce) circa la creazione in Ungheria di un partito legale dei contadini con alla testa Mihály Károlyi. Al centro del programma del partito sarebbe stata la spartizione delle terre, ma il programma avrebbe tenuto conto anche di tutte quelle riforme radicali sostanziali nel quadro e in preparazione di una futura democrazia borghese. Capo ufficiale ed effettivo del partito sarebbe stato Mihály Károlyi che avrebbe anche provveduto al coordinamento della politica del nuovo partito con la linea del Partito comunista ungherese».

Károlyi – prosegue Lukács – giunse a Vienna e fu sistemato nell’appartamento fuori città. Furono sufficienti alcune conversazioni per concordare su tutte le questioni di sostanza.

«Il piano, purtroppo – nota Lukács – non è mai stato attuato. È fallito per l’ostinata ed appassionata opposizione di Béla Kun. E ciò, naturalmente, non a caso. Il settarismo di Béla Kun, negli anni venti, si era manifestato anche nell’aver voluto limitare il movimento esclusivamente ai comunisti che agivano nella clandestinità (soprattutto quelli dell’emigrazione di Mosca che erano sotto la sua influenza personale) e di essere stato molto diffidente nei confronti di ogni tentativo diretto a creare in Ungheria un movimento legale o semilegale. Già la rottura delle frazioni era una conseguenza del fatto che il gruppo Landler non era disposto ad accettare il piano di Kun che prevedeva il rifiuto dei comunisti a pagare, nei sindacati, la quota del partito socialdemocratico e il contributo sindacale insieme. L’accettazione di tale progetto – secondo l’opinione della frazione Landler – avrebbe reso impossibile ogni lavoro ed attività tra gli operai iscritti al sindacato».

«Il rifiuto del piano, invece, dopo la rottura del partito rese possibile alla frazione Landler una attività di agitazione e di organizzazione efficace, tanto che la rottura del partito socialdemocratico e la costituzione del Partito operaio socialista ungherese potevano essere imminenti».

«Originariamente – ricorda poi Lukács – Béla Kun aveva disapprovato anche questa politica e solo dopo l’approvazione del Comintern si rassegnò. Così fu possibile influenzare, verso una direzione rivoluzionaria, strati operai con i quali i comunisti nell’illegalità difficilmente avrebbero potuto allacciare rapporti organizzativi e pratici. E ciò era maggiormente valido nei confronti dei contadini, anche di quelli più modesti, maggiormente sfruttati. Si dovevano, quindi, superare non solo le maggiori difficoltà di contatto e di organizzazione – tutti problemi esistenti nelle campagne – ma anche superare il fatto che la errata politica agraria della dittatura aveva creato nelle masse contadine una cattiva atmosfera generale nei confronti dei comunisti».

Nelle circostanze della clandestinità – prosegue Lukács – le larghe masse contadine non sapevano, non potevano sapere, che il partito comunista aveva già superato gli errori commessi al tempo della dittatura.

«Mihály Károlyi, invece – anche in seguito alla distribuzione volontaria dei suoi possedimenti – godeva larga popolarità tra le masse. Secondo l’opinione di Landler e mia – nota Lukács – la persona di Károlyi sarebbe stata una sufficiente garanzia perché il nuovo partito dei contadini collaborasse in tutte le questioni decisive con il Partito comunista ungherese, con il costituendo Partito operaio socialista ungherese la cui parola d’ordine politica centrale era, come è noto: la Repubblica (e non la Repubblica dei consigli). Béla Kun aveva respinto tale piano affermando che ogni movimento contadino doveva essere assolutamente sotto il controllo comunista. Questa linea, poi, per mediazione di Béla Kun, venne riconfermata anche dal Comintern».

Il nostro primo incontro, quindi – ricorda Lukács – non ha portato alla collaborazione politica. «Si è creata soltanto una certa simpatia personale e politica fra noi. In base a ciò ci siamo incontrati alcune volte a Mosca negli anni trenta e poi, dopo la liberazione, a Budapest. Nel 1946, invece, sono stato per alcune settimane suo ospite nella sede dell’ambasciata ungherese a Parigi che era appunto diretta da Mihály Károlyi. A proposito di questi incontri c’è poco da segnalare di valore pubblico. Nella prima metà degli anni trenta ero completamente fuori del movimento ungherese. Neppure dopo avevo, nella direzione dello Stato e del partito comunista, un ruolo tale da poter effettuare colloqui responsabili su questioni importanti. Vale però la pena di ricordare che quando al tempo del mio soggiorno a Parigi si presentarono i primi segni delle deviazioni di Rákosi, Károlyi aveva già osservato tali segni temendo che si iniziasse una politica antidemocratica basata sul terrore. Il processo Rajk – quando io non ero più a Parigi – ha pienamente giustificato le preoccupazioni di Károlyi ed ha portato infine alle sue dimissioni e al suo ritiro. In quei tempi non mi sono più incontrato con lui. Ma dalle precedenti conversazioni che abbiamo avuto a Parigi mi risulta chiaro che Károlyi si opponeva, come un uomo politico pienamente d’accordo con i principi comunisti leninisti, alla svolta allora iniziata dell’epoca rakosiana».

Annunci