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di Massimo Caprara

«Società», 2, giugno 1950

Un pubblico dibattito su questioni culturali come quello recente d’Ungheria, condotto per vari mesi con vari interventi e giudicato come fatto per se stesso importante ed utilissimo per lo sviluppo della società e dello Stato, è cosa che stupisce ed irrita ancora i tutori della cultura tradizionale, che da cattolica e perciò universale s’è ridotta da qualche tempo a chiamarsi e ad essere in pratica soltanto occidentale ed europea. Ma tant’è: a parte il fatto che da noi gli interventi dello Stato in questioni di tal genere si riducono all’affannata ingiunzione di rifar brachettoni alle statue, gli zelanti paladini della libertà delle idee hanno in fondo di che meravigliarsi: prima di tutto per il metodo col quale queste discussioni vengon condotte, eppoi, naturalmente, per il loro contenuto, in verità, affatto nuovi per le cronache di questi anni tutte zeppe e gonfie e osannanti all’ultima creazione di questa o quella conventicola, di questa o quella privatissima tendenza di scrivere o dipingere, da pochi conosciuta, irrisa dai più. Certo, il tono usato e gli argomenti dei contraddittori ci pare differiscano assai dalle velenose improperie che caratterizzano gli scritti polemici degli intellettuali «occidentali». Guardate quel Koestler, ad esempio, che al recente congresso di un gruppo di «uomini di cultura» (e non sapremmo tipizzarli meglio se non dicendo che la loro caratteristica è quella d’esser sempre, assolutamente, ovunque favorevoli all’uso dell’atomica) aggrediva definendo, tout court, imbecilli o «demi-vierges»della democrazia quegli intellettuali che non si schierano subito e senza troppe riserve o pedanti distinzioni per il blocco di guerra anticomunista.

Un metodo nuovo dunque, in queste discussioni d’Ungheria, un tono di pacato e chiaro commercio di idee su argomenti bene individuati. E subito gli interessati scrittori occidentali si son preoccupati della salute personale di Lukács (perché appunto alcuni aspetti della sua opera sono stati sottoposti da più parti ad una critica), dei pericoli che egli corre, della tradita e manomessa sua libertà di pensare e di scrivere. Per lui è già pronto il vagone cellulare, o i ceppi insopportabili delle prigioni di Stato o l’inoltro in regioni durissime ed asperrime dove la vita è impossibile: si tratterà evidentemente di quell’angolo di spietata Siberia che, secondo il costume oleografico dei propagandisti marshallizzati, ogni paese dell’est ha bell’e pronto e organizzato per gli intellettuali recalcitranti. Esprit tenta addirittura una commemorazione di Lukács a mo’ di necrologio come se si trattasse ormai nient’altro che di registrare una dipartita dolorosa. E Les temps modernes come una cassandra spaventata piange sulla triste sorte che sembra toccare, secondo il maldestro redattore dell’articolo, a chi s’allontana dalla via salutare e maestra dell’idealismo. In verità non sapremmo scegliere reazioni più sconnesse e meno «culturali» a un fatto di cultura come sono le recenti discussioni avvenute in Ungheria: è il solito armamentario della polemica culturale borghese che per metodo trascura l’esame obiettivo dei fatti e parte costatando che quanto dice e sostiene l’avversario altro non è, né potrebbe essere, se non una congerie «di ossessioni deliranti» e così crede d’aver esorcizzato e incenerito la tesi dell’avversario.

Lukács dunque sembra godere buona salute e nessuno gli ha rivolto gli insulti e le apostrofi sbracate che abbiamo sentito in bocca di altri. Se la cosa si limitasse solo a questo dovremmo cominciare a registrare in un tal modo di condurre le discussioni almeno un elemento di novità nell’estrema pacatezza e chiarezza con cui ciascuno espone il suo pensiero: un fatto, a ben pensare, al quale siamo ormai disabituati dacché persino un venerando profeta dell’idealismo ha cominciato a voler annichilire gli avversari tirandogli addosso l’accusa di anticristo o avvertendo o dichiarando odor di zolfo luciferino dietro le tesi di chi non è d’accordo con lui. È vero che laggiù, essi dicono, l’oppressione tolse da tempo di mezzo l’amata libertà: ma che razza d’oppressione o dittatura ideologica è mai questa, se «l’accusato» trova posto per i suoi articoli nelle riviste ufficiali del partito e dello Stato, e qui risponde a chi lo critica, e confuta o accetta in parte e respinge e argomenta liberamente come si fa tra persone veramente interessate alle cose che si discutono e non soltanto agli aspetti personali ch’esse possono rappresentare?

Abbiamo detto dunque del metodo e del tono nei loro aspetti che ci sembrano assai in disuso in queste coltissime e raffinate regioni occidentali. Quanto all’intervento di uomini di Stato e membri del governo nella discussione la cosa merita ancora un istante di riflessione, e pensiamo che le conclusioni vadano a tutto vantaggio della nostra tesi: che il progresso autentico delle scienze e delle arti viene assicurato permettendone, anzi promuovendone l’inserimento nella vita e nella realtà sociale e non lasciandole ai margini come uno svagato e delicatissimo giuoco di invenzione di miti. La società socialista ed il marxismo-leninismo concorrono a creare un tipo nuovo non solo di uomo politico ma anche di scienziato ed artista, libero dalle fumose astrazioni del «genio e sgretolatezza» o dall’aperto disprezzo per le cose d’ogni giorno. In Ungheria, per esempio, il compositore Zoltan Kodaly, noto anche all’estero, siede al Parlamento fra i legislatori del suo paese e nessuno potrebbe dire che egli non vi metta lo stesso accorto impegno che nel suo mestiere di musicista. E come non ricordare i recenti interventi di Stalin nelle questioni della linguistica o i rapporti di Zdanov o i discorsi politici di Fadeev, romanziere ma anche acuto militante politico, uomo nuovo nel senso antico e umanistico del termine? Qui davvero i fatti di cultura diventano patrimonio di masse e così traggono un continuo alimento per vivere e prosperare. Sarebbe assai strano se in un paese che ricostruisce dalle fondamenta il suo futuro le questioni della cultura e dell’arte venissero lasciate alla spontaneità più caotica o alle sole diatribe dei clubs e delle società di lettere. Sarebbe come se, in un paese la cui ricostruzione è regolata con un piano, la costruzione di quel ponte o di quella centrale venisse lasciata al libero arbitrio di un gruppetto di pur valentissimi tecnici e non se ne fissassero invece o se ne discutessero prima i principi direttivi, e poi i particolari e le funzioni, eccetera1. Gli unici a dolersi di questo nuovo corso nelle cose della scienza e delle arti non sono gli scienziati e gli artisti ma semmai proprio i loro nemici camuffati, quelli che d’un romanziere o d’un critico vorrebbero fare una specie del falcone accecato che s’usa nelle cacce, che non può più vedere il sole o la pioggia o l’aria che gli sta intorno ma serve soltanto alla ricerca della preda, legato per sempre a quella sua schiavistica funzione.

Indicati così gli aspetti preliminari e non per questo secondari del nostro tema, ci rimane il nocciolo della questione: e cioè la sostanza delle critiche rivolte al filosofo ungherese Giorgio Lukács. La discussione fu aperta dal noto teorico marxista testé scomparso Ladislao Rudas con un articolo apparso sulla Rivista sociale nel giugno ’49. In esso venivano mosse le prime fondamentali obiezioni alle posizioni di Lukács a proposito della letteratura sovietica, ma da questo la discussione s’allargò immediatamente sino alle origini ideologiche, alla base politica sulla quale quelle tesi poggiavano. In effetti fu acutamente osservato che Lukács portava nel suo lavoro le conseguenze negative di una stortura di carattere politico. Nel 1946 egli infatti scriveva: «La nouvelle démocratie n’a pas supprimé et n’a pas non plus l’intention de supprimer le caractère capitaliste du système de production…».2 E ancora dopo la liquidazione della cricca antinazionale di Ferenc Nagy chiariva così il suo punto di vista riguardo le differenze di sviluppo tra l’Unione Sovietica e le democrazie popolari: «La grande revolution de 1917 a anéanti en Russie l’ordre social capitaliste et a créé, en l’espace d’une generation, une société sans classes. Le principe de la démocratie populaire – surtout chez nous, mais aussi dans maint autre pays – se trouve au début de son entrée en pratique et, même si elle ne réalise pas ses buts, ce n’est pas son intention de supprimer le système capitaliste de production…». È pur vero che a quell’epoca il contenuto ideologico delle democrazie nuove dell’Europa Orientale poteva non essere del tutto chiaro com’è oggi, ma è altrettanto vero che quella posizione che sopra abbiamo chiarita celava un inesatto giudizio sulle linee di sviluppo politico e sulle prospettive economiche dell’Ungheria. Già allora l’ordine nuovo conquistato dalla classe operaia ungherese con l’aiuto risolutivo dell’esercito rosso aveva rotto gli schemi del capitalismo e oltre quelli progrediva inaugurando una civiltà e rapporti autentici di vita. Il capitalismo tirava ormai le sue cuoia e già si apprestavano le difese per impedirne la resurrezione sotto spoglie surrettizie. Non si trattava pertanto di una assurda convivenza politica, ma di una egemonia conquistata col sangue – e già palese e determinante – della classe operaia. Così stando le cose non era possibile assegnare alla cultura e alle lettere un compito di margine, né agli uomini di cultura e ai letterati un posto di svagati spettatori dinnanzi alla grande lotta ingaggiata dal popolo: non era più possibile per nessuno limitarsi alla critica del vecchio mondo che scompariva: si trattava per ognuno di dare un contributo efficiente alla creazione del nuovo. Ecco perché è inesatta l’affermazione di Lukács secondo la quale: «La littérature propre à la démocratie nouvelle est le réalisme. Naturellement, dans le sens large et profond où Shakespeare et Goethe, Balzac et Stendhal, Dickens et Tolstoi sont les vrais réalistes» (e da un’impostazione come questa discendono certe sue abnormi deformazioni: Goethe divenuto niente meno che un ardente giacobino).

Marx ed Engels riconobbero per primi la grande funzione d’avanguardia che è propria del realismo critico borghese. Engels in particolare ricorda che un gran merito del realismo risiede nel fatto che esso «dissipando con il disegno fedele della realtà i sogni convenzionali che sono usi a dominarla, scuote l’ottimismo del mondo borghese anche quando non è poi in grado di dare esso stesso una soluzione immediata o anche quando, in alcuni casi, non prende neppure una posizione». Ma può bastare tutto questo al letterato, romanziere o poeta o critico d’arte, a un uomo nuovo delle democrazie popolari e del socialismo? Engels stesso, pur dichiarando la sua simpatia motivata per i grandi creatori e realisti del XIX secolo, pensava «a una forma superiore di realismo». Nella prefazione alla traduzione italiana del Manifesto (Londra 1893) egli dice: «Il Manifesto del Partito comunista rende piena giustizia all’azione rivoluzionaria del capitalismo nel passato. La prima nazione capitalista fu l’Italia. Il chiudersi del medioevo feudale, l’aprirsi dell’era capitalista moderna sono contrassegnati da una figura gigantesca: quella di un italiano, Dante, al tempo stesso l’ultimo poeta del medioevo e il primo poeta moderno. Oggi, come nel 1300, una nuova era storica si affaccia. L’Italia ci darà essa il nuovo Dante, che segni l’ora della nascita di questa era proletaria?» Dunque non si trattava soltanto, nell’Ungheria del 1948, di rifar Dante o Balzac o tali e quali Dickens e Molière ma semmai di saper dare al loro realismo senza principi il contenuto nuovo delle democrazie popolari, non solo la critica di ciò che andava morendo ma l’esaltazione e l’invenzione del protagonista nuovo della storia: del lavoratore rivoluzionario, del difensore della pace, del costruttore del socialismo. Se Dante si fosse solamente limitato alla devota agiografia dei suoi contemporanei, alla poesia didascalica dei suoi maestri, di ben poco la Commedia s’innalzerebbe sul paesaggio ancor chiuso della cultura medioevale: è l’uomo nuovo che apprezziamo in lui, l’uomo già rinascimentale e libero da soggezioni innumerevoli e innumerevoli pregiudizi. Guai per il progresso della cultura se bastasse rifare i gesti o echeggiar la voce dei grandi maestri del realismo; quel che conta è saper fare di un tale realismo un’arme rivoluzionaria diretta allora, come per Balzac, contro la borghesia già vittima della propria letale involuzione, oggi contro il capitalismo morente per l’affermazione di un mondo nuovo, per la difesa dell’aspirazione di milioni di uomini alla libertà e alla giustizia. Alla libertà e alla giustizia non dell’epoca, poniamo, degli illuministi o di Voltaire (assurdità inconsapevole di certi meri richiami all’ordine razionalista!), ma alle esigenze di libertà e di giustizia come concretamente esse si pongono nell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria3.

In tal senso va interpretata la critica rivolta da Martin Horvath, membro dell’ufficio politico del Partito Ungherese dei Lavoratori alle posizioni di Lukacs4 «Il realismo borghese – egli dice – nonostante la sua innegata grandezza, ha i suoi limiti, non nel senso artistico del termine, ma in senso sociale». L’autocritica alla quale Lukács aveva sottoposto le sue posizioni dopo l’articolo di Rudas non era pertanto riuscita a toccare il fondo dell’errore5. Partendo dalle sue stesse posizioni d’attacco contro la letteratura semplicemente descrittiva e verista della decadenza borghese e difendendo contro di essa i grandi classici realisti, Lukács sottovalutava, e in maniera pericolosa e ingiustificata, le conquiste della letteratura sovietica. In un vecchio libro pubblicato nel 1936 egli sosteneva infatti che: «Nous pouvons à juste titre poser la question de savoir si la critique que nous avons formulée à propos des méthodes essentiellement observatives et en majeure partie descriptives de la littérature bourgeoise d’après 1848, est valable aussi pour la littérature soviétique. Malheureusement il nous faut répondre à cette question par l’affirmative». Più tardi egli sostiene posizioni di tal genere con una goffa applicazione allo stadio raggiunto dalla letteratura sovietica della legge dell’ineguale sviluppo: «Il n’est absolument pas indispensable qu’un essor économique et social entraine un essor littéraire, artistique, philosophique, etc. Il n’est absolument pas indispensable qu’un société économiquement supérieure à une autre possède de ce fait une littérature, un art et une philosophie supérieurs à ceux de l’autre».

Appunto partendo da queste affermazioni, in un successivo contributo alla discussione, Joseph Revai, segretario generale aggiunto del Partito Ungherese dei Lavoratori, chiarisce i difetti di questa impostazione in un articolo pubblicato recentemente sulla Rivista sociale6. In che senso vanno intese le dichiarazioni di Zdanov («Le deficienze della nostra letteratura riflettono il ritardo della coscienza sull’economia, ritardo che d’altra parte i nostri uomini di cultura non sono i soli a presentarci») e quelle di Stalin al XVII congresso del Partito bolscevico («Possiamo noi affermare già di avere eliminato dalla nostra letteratura tutte le sopravvivenze del capitalismo? No, una tale affermazione sarebbe impossibile. E ancor meno potremmo dire di aver fatto scomparire le sopravvivenze del capitalismo dalla coscienza degli uomini. E questo, non soltanto perché l’evoluzione della coscienza degli uomini è in ritardo su quella della situazione economica, ma anche in ragione della esistenza dell’ambiente capitalistico che si sforza di suscitare e di sostenere le sopravvivenze del capitalismo in Unione Sovietica»)? Nel senso evidentemente che una ineguaglianza di sviluppo esiste pure nel regime socialista, ma che questa ineguaglianza è del tutto diversa e non produce effetti come quelli lamentati da Lukács: al contrario, l’essenziale non sono il ritardo, le diseguaglianze, ma l’armonia sempre crescente e progressiva tra sviluppo economico e conquiste ideologiche. Per questo Zdanov poteva affermare che nonostante i difetti criticati, «I successi della letteratura sovietica traducono i risultati e i successi del nostro regime socialista. La nostra letteratura è la più giovane delle letterature di tutti i popoli e di tutti i paesi. Ed è anche la letteratura più avanzata, più rivoluzionaria e più ferrata ideologicamente. La letteratura sovietica è riuscita, essa sola, a diventare una letteratura rivoluzionaria di pionieri poiché essa è carne e sangue della nostra costruzione socialista». Tutto questo vuol dire che al fondo di ogni eventuale confronto sta la certezza della superiorità innegabile della cultura socialista e sovietica sulla cultura imperialista e decadente. La superiorità di cui parliamo sta nel contenuto di classe, e non diciamo soltanto nell’argomento o negli oggetti della sua ispirazione, di cui si vale la letteratura del socialismo. La superiorità di cui parliamo risiede nel fatto che la letteratura sovietica tratta in forma artistica delle aspirazioni e delle lotte non della borghesia decaduta ma del creatore del mondo nuovo, degli stakanovisti e dei vincitori del nazismo e ne tratta e ne parla e ne fa tessuto d’ogni sua creazione sulla base della ideologia più avanzata e moderna che non è né l’illuminismo né il materialismo volgare, ma il marxismo-leninismo. Un contenuto di classe, dunque, della classe proletaria, e la sua dottrina rivoluzionaria costituiscono i certi segni della superiorità della cultura sovietica su tutte le espressioni del passato o del mondo occidentale. A chi volesse riprove e ostentasse incredulità basterebbe indicare la differenza, non soltanto ambientale, tra un personaggio sartriano e un protagonista, poniamo della Giovane guardia:e il senso del confronto sarebbe chiaro d’un subito, senza equivoci, come può esser chiara la differenza che passa tra un «eroe» sensitivo ed estetizzante di Malraux e la Agnese partigiana contadina, semplice e dura che difende la sua casa e la sua valle.

1 In questo senso chiaramente osserva Zdanov nel suo rapporto sulle riviste Zviezda’ e Leningrad:«Ad alcuni sembrerà strano che il Comitato centrale abbia preso delle misure così energiche per una questione letteraria. Ma da noi non la si pensa così. Generalmente si pensa che se vi è stata una deficienza nella produzione o se non è stato assolto il programma di una produzione di beni di largo consumo, o magari il piano per la preparazione del legname, pronunciare una condanna per queste ragioni sia una cosa naturale (risa d’approvazione nella sala),ma se vi è una deficienza nel campo dell’educazione delle anime sovietiche, nel campo dell’educazione della gioventù, in questo caso si possa anche pazientare. Ma non è questa una colpa ancor più grave dell’esser venuti meno al programma della produzione o ad impegni simili? Con la sua decisione, il Comitato centrale intende portare il fronte ideologico alla pari con tutti gli altri settori del nostro lavoro».

2 Le citazioni in lingua francese son dovute al fatto che in questa lingua appunto sono accessibili per noi i testi della discussione (La nouvelle critique, febbraio 1950 e suo supplemento, luglio 1950).

3 Che cosa sia invece il «realismo socialista» Fadeev chiarisce efficacemente nel suo Compiti dello teoria e della critica letteraria: «Proprio perché noi siamo i rappresentanti di una società nella quale i sogni soggettivi dell’artista coincidono con il corso oggettivo dello sviluppo sociale, possiamo trovare nella realtà quegli uomini vivi che sono i portatori di un nuovo principio morale». (Arte e letteratura nell’URSS,Milano, 1950, p. 227).

4 La nouvelle critique, n. 13, febbraio 1950.

5 Sopra queste questioni pensiamo di tornare, recensendo nel prossimo numero il libro di Lukács, Saggi sul realismo testò uscito in edizione italiana.

6 «Les éditions de la nouvelle critique»: La littérature et la démocratie populaire. A propos de G. Lukacs, 1950.

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