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di Paolo Chiarini

«Società», 1956

Scritta nell’inverno 1944-45, quando più che mai attuale si presentava il compito della ricostruzione di una Germania democratica sulle rovine di quella nazista, questa Storia della letteratura tedesca di Lukács è forse uno dei suoi lavori più civilmente «impegnati» e, nello stesso tempo, senza dubbio, uno dei più acuti e convincenti. Ciò è dichiarato a tutte lettere nella premessa all’edizione italiana, apparsa ora presso Einaudi: «All’estero… si sottovaluta spesso la lotta eroica che eminenti poeti tedeschi hanno combattuto e combattono ancora oggi per il rinnovamento della loro nazione, per ricondurla sulla retta via. Questo piccolo libro intende anzitutto descrivere questa lotta» (pp. 9-10). La dialettica di progresso e reazione nella letteratura tedesca dell’età classica e poi dell’epoca dell’imperialismo costituisce il filo conduttore del discorso critico, costretto – certo – al rapido schizzo e alle grandi linee maestre di svolgimento dalla natura compendiosa del libro, ma mai indulgente (ed era questo il pericolo principale) alla schematica contrapposizione di idee e valori contenutistici. Anche quando sottolinea le caratteristiche essenziali di un’epoca o di uno scrittore, Lukács, lo fa sempre tenendo d’occhio (sia pure, a volte, solo implicitamente) le sfumature e il chiaroscuro, né la «passione» civile e politica gli fa velo gli impedisce di restituire a questo o quell’autore, sul piano delle conquiste stilistiche, ciò che gli toglie nell’ambito della polemica ideologica e umana (si veda, ad esempio, quanto dice di Ernst Jünger). Concordando con quanto si legge nella scheda bibliografica che accompagna il volume, è lecito affermare che ci troviamo per la prima volta davanti a «una compiuta sintesi storica d’un’intera letteratura, così sapiente e articolata nella sua sistematica brevità da far scadere al rango di cronache o di compendi molte delle tradizionali storie letterarie». Ed è sintomatico il fatto che, in alcuni dei suoi più cospicui risultati, il lavoro del Lukács concordi sostanzialmente con talune delle tesi più avvedute e ragionate della recentissima Storia della letteratura tedesca di Vittorio Santoli, che pure parte da premesse davvero antitetiche (ma anche da una eguale, rigorosa probità scientifica): come l’iniziale polemica contro il concetto, d’origine romantica, di un «passato organico del popolo tedesco, della cultura tedesca, della letteratura tedesca» (p. 17 sgg.), in realtà inesistente come omogenea continuità storica. Il lettore non troverà certo, in questa Storia, delle partite analisi estetiche («il nostro schizzo somiglia, per forza di cose, a una carta geografica, che non è neppur essa in grado di riprodurre le caratteristiche essenziali, estetiche od altro, delle città e dei paesaggi»: p. 23), ma, in fondo, qualcosa di più: una guida preziosa (con la quale si potrà anche a volte dissentire) attraverso l’intricato sviluppo della letteratura tedesca negli ultimi due secoli.

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