Tag

, , ,


di Cesare Cases

«la Repubblica», 23-24 febbraio 1992

Il primo maggio 1919, mentre Budapest si era rivestita di rosso, a Poroslò il commissario del popolo Lukács ordinò una “punizione esemplare” per un battaglione che voleva disertare. Otto soldati furono condannati a morte (in realtà le esecuzioni furono sei). Anche poco prima di morire Lukács difese la necessità politica di questa decisione in nome di quella “morale del risultato” cara al suo maestro Max Weber. Del resto sulla “necessità di fare il male” aveva molto speculato in quegli anni. Si può disapprovarlo e ritenere, come già un contemporaneo, il socialdemocratico Ferenc Gondor, che egli fosse “un milionario degenerato e sanguinario trasformato in comunista”. Ma confrontate con le decimazioni seguite a Caporetto, queste del pensatore rosso sembrano bagatelle. Ciò non toglie che la sua fama come “uno dei più spietati e brutali capi del comunismo” circolasse negli ambienti fascisti e appaia anche nell’interessante documento qui pubblicato, in cui un informatore annuncia alla legazione d’Italia a Vienna l’arresto (in realtà mai avvenuto) di Lukács in Germania dopo l’avvento del nazismo. Certi tratti della sua vita, come le origini milionarie e le avventure femminili, rientravano nei miti coltivati dalla demagogia reazionaria. Niente paura, se lui era sanguinario, c’era chi era più sanguinario di lui. Pare che gli insaziabili del suo sangue non abbiano cessato di esistere a più di venti anni dalla sua morte. La feroce revisione del passato comunista con cui i tedeschi tentano di dimenticare la rimozione del passato nazista ha portato alla ribalta una riunione “autocritica” degli intellettuali tedeschi avvenuta il 4 settembre 1936 a Mosca nei locali della rivista Internationale Literatur, di cui Lukács era uno degli animatori. I protocolli sono stati pubblicati recentemente in Germania (cfr. l’articolo di Vanna Vannuccini in la Repubblica del 18 febbraio scorso). Non pare che questa riunione si distinguesse essenzialmente da quelle squallide gare in autocritica in cui coloro che avevano venduto l’anima a Stalin in odio a Hitler si esibivano in quei anni. Lukács, che, come scrisse Victor Serge, “viveva coraggiosamente nella paura”, si attenne alle regole che valevano in questi casi: grande zelo nella litania autocritica e nei rimproveri di “mancanza di vigilanza” e tentativo di scaricare tutto su gente già nelle grinfie della Nkdw (in questo caso tale Richard Pikel). Non sembra che Lukács abbia nemmeno ceduto alla tentazione di approfittare dell’occasione per infierire contro vecchi nemici in difficoltà, come Ernst Ottwalt. Ma, come nel caso della lettera falsificata di Togliatti, c’è bisogno di sciorinare le colpe dei vecchi comunisti. Invece le colpe di Heidegger e di Carl Schmitt sono del tutto veniali e non oscurano la loro fama di grandi pensatori. I fascisti che nel 1933 volevano morto l’“assassino” Lukács erano esattamente dello stesso parere.


LEGAZIONE D’ ITALIA R. Direzione Generale della P.S. e per conoscenza R. Ministero degli Affari Esteri Roma Vienna, 23 marzo 1933 – XI GERMANIA: COMUNISMO. Lukács GIORGIO

Modrien mi prega di voler comunicare quanto segue: “Un giornale locale informa che la presidenza di Polizia di Berlino, che si occupa dei controlli dei forestieri, ha proceduto ad arresti di numerosi stranieri. Fra questi sarebbe stato arrestato anche Lukács Giorgio, uno dei capi del preesistito consiglio dei soviet in Ungheria. La notizia avrebbe incontrato generale soddisfazione in Ungheria, dove il Lukács era uno dei più spietati e brutali capi del comunismo. La Procura di Stato di Budapest avrebbe di già chiesto l’estradizione del Lukács, reo di parecchi assassini. Dopo la caduta del governo di Béla Kun questo Lukács era venuto a Vienna, dove fece parte dell’agenzia commerciale russa, in seno alla quale sarebbe stato l’anima degli emissari destinati alla propaganda. Tre anni fa fu scoperto che egli era uno dei capi dell’organizzazione comunista segreta. Fu arrestato e sfrattato dall’Austria. Da qui egli è passato alla rappresentanza commerciale sovietica di Berlino. Lukács sarebbe figlio di ricca famiglia ebraica di Budapest. Viveva su gran piede. Aveva un proprio palazzo nella Belle Alliance-Strasse. Era possessore di una villa in Montreux, dove passava l’estate. È ammogliato, ma aveva per amante una ex ballerina del “Theater an der Wien” . Dopo la rivoluzione dei nazi era rimasto a Berlino, sperando che, come i governi precedenti, anche questo lo avrebbe lasciato in pace. Però all’ultimo momento aveva voluto fuggire. Fu fermato sul treno assieme all’amica ed arrestato. Si sarebbero raccolte, ora, le prove che l’agenzia commerciale berlinese era la centrale per la raccolta di tutte le notizie che si riferivano al movimento comunista. Si sarebbe dimostrato che da qui partiva il movimento comunista balcanico; che in seno a questa agenzia venivano preparati complotti, progetti di assassinio, azioni di sabottagio (sic) e che gli uffici servivano di asilo, di protezione e di assassistenza (sic) a tutti i profughi comunisti dei vari stati. Essi figuravano a Berlino quali impiegati e addetti all’agenzia e si occupavano anche, solo per gettare polvere negli occhi, di affari commerciali. Quivi era annidata la scuola di agitazione e di propaganda, i cui migliori elementi finivano poi a Mosca, per frequentare l’università di propaganda comunista. Da Berlino vennero inviati anche i due comunisti FUERST e SZALLAY, che furono poi scoperti in Ungheria e condannati a morte. I comunisti, riusciti a scappare dalla Germania, si sarebbero diretti parte a Mosca, ma in massima parte a Praga, dove sarebbe stata trasportata la centrale comunista per l’Europa media. Pare che il governo cecoslovacco dia asilo a questi capi comunisti, per servirsene ai propri fini politici. Un altro giornale locale informa che la polizia di Berlino avrebbe proceduto all’arresto di alcuni comunisti terroristi bulgari, essendosi dimostrato che gli stessi erano in rapporti con l’incendiario del parlamento di Berlino. Questi comunisti, di cui non è fatto il nome, avrebbero preso parte all’ attentato nella cattedrale di Sofia”.

Il R. Incaricato d’Affari

Annunci