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[Riprendiamo dal sito Caffé Europa parte del testo di una videointervista realizzata da Vittorio Hösle per l’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche alla fine degli anni ’90, leggibile per intero qui]

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György Lukács è sicuramente, nell’ambito della tradizione marxista, il filosofo più originale dopo Karl Marx. Qual è stato, secondo lei, il contributo di Lukács all’interpretazione del nostro secolo dominato dalla “distruzione della ragione”?

E’ necessario, anzitutto, tenere in considerazione l’evoluzione del pensiero di Lukács; ci sono, infatti, un primo e un secondo Lukács tra loro divergenti. Personalità come Marx o Goethe, che vivono al centro di grandi rivolgimenti politici e sociali, si adattano naturalmente a questi rivolgimenti e modificano le loro concezioni. Non si tratta di un processo di trasformismo, ci si deve interrogare piuttosto sulla peculiarità di un determinato momento storico, chiedersi perché la storia presenti quel particolare aspetto e, di conseguenza, sviluppare le proprie riflessioni. Lukács, dopo la conversione al marxismo, ha mantenuto come punto fermo la sua fiducia nel marxismo e nel partito comunista, come organo del pensiero marxista. Ripeteva spesso, a questo proposito, “Right or wrong it’s my party”, “Giusto o sbagliato è sempre il mio partito”, che era una deformazione del detto inglese “Right or wrong it’s my country”.

Per lui infatti, il partito era quello che per un inglese dell’Ottocento era la patria, ossia qualcosa in cui avere fede nella ferma convinzione che presto o tardi avrebbe avuto la meglio non solo sugli avversari esterni, ma anche sull’avversario interno, sulle proprie contraddizioni interne. Questo ha distinto Lukács da tutti i pensatori marxisti dozzinali ed è stato riconosciuto anche da pensatori antimarxisti. Questa sua grande fiducia, costantemente riaffermata nella sua opera, colpiva chiunque lo leggesse o lo conoscesse. Per questo motivo le sue riflessioni apparivano sincere anche quando erano simulate. Si trattava, infatti, di una simulazione che si imponeva, perché egli pensava che fosse necessaria in quel momento e questo spesso si capiva attraverso le sue stesse parole. Il suo linguaggio “esopiano” permetteva di capire anche quello che non si poteva dire in determinate circostanze.

Il primo grande Lukács degli anni Venti è l’autore di Storia e coscienza di classe, un libro fondamentale per il pensiero marxista estremo, che postulava quella rivoluzione che poi non ebbe luogo, la rivoluzione dei Consigli di cui Lukács era allora uno dei protagonisti. La rivoluzione ungherese dei Consigli e la rivoluzione russa avrebbero preluso ad una rivoluzione mondiale che poi non venne. Storia e coscienza di classe è ancora oggi un libro molto importante, perché è la Bibbia di ogni marxismo radicale, di ogni radicalismo marxista, ma questo radicalismo non fu confermato dagli eventi. Lukács stesso dovette fuggire dall’Ungheria, la rivoluzione dei Consigli finì e la stessa rivoluzione russa si concluse male. Lukács avversò infatti il periodo staliniano, nonostante egli rimanesse sempre del parere che, pur attraverso tutte le deformazioni, tutti i guasti operati dallo stalinismo, il principio comunista avrebbe potuto sempre salvarsi. Però, certamente, Lukács si rendeva conto che la situazione era molto brutta. In una nota intervista del famoso marxista francese che andò a trovarlo a Mosca negli anni Trenta, egli disse di vivere coraggiosamente nella paura, perché aveva il coraggio di assumere certi atteggiamenti, di prendere posizione anche quando ormai il terrore era instaurato.

Lukács condivideva la fiducia hegeliana nella storia, la convinzione per cui la storia porta sempre a buon fine e, nonostante i riflussi, va sempre avanti in senso positivo. A questo egli non ha mai cessato di credere anche negli ultimi anni. Lukács non aveva capito l’entità del male, del “male radicale” avrebbe detto Kant, che minacciava l’umanità; credeva che ci fosse una soluzione per tutto e che lui aveva identificato con la prassi dei partiti comunisti, sia pure riveduta, corretta, migliorata, depurata da tutti gli orrori stalinisti, ma convinto che si potesse in fondo proseguire quel cammino.

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Che cosa pensa dell’estetica di Lukács e come spiega il fatto che il marxista Lukács ha subito il fascino della letteratura di Musil e Thomas Mann?

Questo fascino mi sembra abbastanza comprensibile: sia Lukács che Thomas Mann credevano in fondo nella recuperabilità della civiltà borghese e Lukács aggiungeva a questa fiducia un “condimento” marxista, con l’affermazione che era possibile salvare l’eredità borghese solo attraverso il comunismo. La sua idea era in parte simile a quella di quel comunista francese che sosteneva che il comunismo aveva raccattato le bandiere della Rivoluzione Francese, che la borghesia aveva buttato in terra. In Lukács rimane, quindi, sempre l’idea di una borghesia buona, suscettibile, ad un certo momento della sua evoluzione, di convertirsi al marxismo, e di una borghesia cattiva che indugia nell’irrazionale e si allontana perciò dalla via aurea della borghesia. Quindi, Lukács amava Thomas Mann perché era il prototipo di questo tipo di borghesia buona, un prototipo che gli aveva dato anche delle delusioni perché negli anni della Prima guerra Mondiale era passato dalla parte della borghesia cattiva; ma in seguito, si era rimesso in carreggiata e rimaneva, quindi, comunque un modello.

L’altra ragione era formale: Thomas Mann era uno scrittore realista, che si manteneva fedele all’idea del romanzo ottocentesco, compatto e senza sbavature. Questo era l’ideale artistico di Lukács che rifiutava, viceversa, l’avanguardia e ogni tentativo di riprodurre, nelle forme, il caos. Lukács riteneva che si trattasse di una pura illusione ottica, che il mondo fosse sempre in qualche modo compatto e che fosse la borghesia degenerata a vederlo in una “forma deformata”. In realtà, questa “forma deformata” corrispondeva oggettivamente all’essenza della società attuale. Non erano Musil o Céline a favorire l’avvento di una società decomposta, ma era la società decomposta che chiedeva di farsi riflettere, di farsi interpretare nei modi di Musil o di Céline. Di qui il carattere “archeologico” dell’Estetica di Lukács, un’opera importante, ma anche difficilmente leggibile, perché si sente che l’autore è stanco, non perché sia vecchio lui, ma perché è vecchio il punto di vista che ha adottato.

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Uno degli autori che hanno avuto sicuramente più successo anche al di fuori della cultura tedesca è stato Bertolt Brecht. Anche in Brecht è possibile ritrovare la caratteristica per lei essenziale della cultura tedesca, vale a dire la sintesi tra letteratura e filosofia. Che cosa rimarrà di Brecht? Sarà un drammaturgo le cui opere verranno lette e rappresentate anche nei prossimi secoli?

Brecht per me è stata una rivelazione letteraria. Ero prevenuto ideologicamente nei suoi confronti, a causa di Lukács, che era il suo grande avversario nel campo marxista e quindi non lo leggevo o non riuscivo comunque ad appassionarmi alla sua opera. Poi una volta mi sono trovato, per lavoro, a rivedere alcune traduzioni ed ho avuto questa grande rivelazione. Lukács disapprova Brecht per la netta separazione tra cultura borghese e cultura proletaria. Brecht riteneva che la letteratura proletaria dovesse trovare delle nuove formule, dei nuovi moduli che fossero diversi da quelli borghesi e dava perciò un giudizio assolutamente negativo dell’opera di Thomas Mann. Viceversa sembra che, nonostante la radicale divergenza di vedute, Thomas Mann abbia detto, dopo la lettura diMadre Courage e i suoi figli: “Quel mostro ha del genio”. Le ragioni dell’attuale eclissi di attenzione per Brecht sono legate sia all’eccessivo successo che la sua opera ha avuto negli anni ’60 e ’70, sia al fatto che egli era estremamente legato alla discussione sul marxismo e perciò quando si è cessato di credere nel marxismo l’opera brechtiana non è apparsa più degna di interesse. Secondo me Brecht rimane comunque un grande scrittore e un grande poeta, nonostante i suoi grandi limiti.

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