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(Costanzo Preve, Il cammino ontologico-sociale della filosofia, p. 473).

Per finire con la segnalazione di questi punti generali, ve n’è forse ancora un quinto che fa da “cifra” interpretativa per la personalità di Lukács. Questo allievo novecentesco di Hegel e di Marx, che accettò Stalin per puro “realismo” storico e non certo perché ne condividesse i comportamenti e l’ideologia, mise sempre al primo posto le sue convinzioni soggettive, e non si adeguò mai al cosiddetto “giudizio dei fatti”. Per lui (come per altro per Marcuse) il realismo hegeliano non era mai l’effettuale o il vincente (e cioè ciò che i giornalisti filosoficamente analfabeti chiamano hegelismo), ma sempre ciò che storicamente avrebbe potuto essere portato al suo concetto (Begriff). Ripetutamente ricordò un verso dellaPharsalia di Lucano che diceva: «La causa vincente piacque agli dei, ma quella vinta piacque a Catone» (causa victrix diis placuit, sed victa Catoni). Ancora nella autobiografia in forma di dialogo rilasciata poco prima della morte (cfr. Pensiero vissuto) Lukács ricordò il motto Ugocsa non coronat per indicare la cifra del suo pensiero. Nel 1723 l’assemblea nazionale ungherese, formata dai rappresentanti di ciascuna regione o comitato, votò laPrammatica Sanzione, che prevedeva la successione di Maria Teresa al trono di suo padre, Carlo d’Asburgo. Gli unici che rifiutarono la propria approvazione furono i rappresentanti di Ugocsa, la più piccola regione dell’Ungheria di allora. Lukács intende dire con questo esempio storico che si può e si deve dire: «Mi oppongo, pur non contando nulla», oppure «Mantengo il mio disaccordo, pur sapendo che le cose andranno diversamente». E Lukács dice: «Per me Ugocsa non coronat, e cioè io non mi lascio comandare, ha sempre fatto da musica di accompagnamento per la Fenomenologia dello Spirito e per la Scienza della Logica di Hegel».

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