di Lelio La Porta

«La Rinascita della sinistra», 25 novembre 2005.

Sarebbe semplicistico, e non renderebbe di certo giustizia all’attendibilità scientifica, intesa come ricerca continua, affrontare, oggi, agli inizi del XXI secolo, un discorso su uno dei pensatori del secolo trascorso prendendo le mosse dai giudizi sommari, più che critici, di quanti, nell’analizzarne il pensiero, sono partiti dall’ottica del pregiudizio post festum piuttosto che da quel normalissimo, ancorché poco seguito, criterio costituito dalla contestualizzazione, che non è detto sia dozzinale esercizio di storicistico giustificazionismo, del pensiero e del suo sviluppo nell’epoca storica in cui esso affonda le sue radici. Questo metodo, rigorosamente applicato, obbliga a ripercorrere la vicenda politica ed intellettuale di Lukács nel rispetto della frattura tragica che consentì al filosofo ungherese di approdare al marxismo e al comunismo e, quindi, alla dialettica, vivendo e soffrendo un tempo storico la cui invadenza si è riflessa in maniera fin troppo esplicita sulla sua opera, sul suo pensiero e sulle sue scelte soltanto apparentemente riconducibili alla categoria dell’opportunismo o della mera tattica, segnate, invece, da una evidente “dissimulazione onesta” emblematicamente significativa se applicata a chi ha operato in un contesto di ferro e di fuoco quale indubbiamente fu la cornice entro la quale agì e pensò Lukacs.  Non sfugge di certo il fatto che il riferimento alla “dissimulazione onesta” chiami a deporre a favore del filosofo ungherese un altro grande protagonista della scena intellettuale e politica del periodo compreso fra il fascismo e il secondo dopoguerra: Benedetto Croce. Si legge nei suoi Taccuini di lavoro alla data del 15 dicembre del 1926: “La sera e parte della notte in dolorosi pensieri, ormai consueti. Ora non è più possibile lotta di opposizione, per la soppressione dei giornali. Al Senato, darò voto contrario alle leggi testé presentate; e sarà tutto. Ma non è possibile nemmeno accettare la situazione; e non è dato morire, pei doveri che legano alla famiglia, agli studi, alla società. Dunque, bisogna vivere: vivere come se il mondo andasse o si avviasse ad andare conforme ai nostri ideali. Ricordarsi di quel trattatello secentesco, da me scoperto, Della dissimulazione onesta: dell’inganno che si ha il diritto e il dovere di fare a se stessi per sostenere la vita. Così si dà un certo assetto alla vita interiore. Restano le difficoltà e i rischi della vita esteriore. Ma queste son cose che non dipendono da noi, e per le quali non conviene affannarsi, e bisogna affidarsi alla Provvidenza”. Due anni dopo, nell’introduzione alla ristampa, dopo tre secoli, dell’opera di Accetto (uscita nel 1641), Croce metteva in evidenza che “in quella prima età del seicento, e ancora per qualche tempo dipoi, l’arte del fingere, del simulare e del dissimulare, dell’astuzia e dell’ipocrisia” fosse molto praticata “per le condizioni della società illiberale di allora”. Rinuncia ad ogni azione o non piuttosto la dissimulazione come azione essa stessa? Contro la maggioranza dei lettori schierati sulla prima posizione, esiste pure la mosca bianca che sostiene la dissimulazione in quanto utile “alla scelta del tempo, al calcolo dei rapporti di forza e al prudente impiego delle energie: valori che non appartengono al dominio dell’inerzia e della passività ma a quello dell’iniziativa e dell’azione”. Infatti, alla stessa data del 15 dicembre, Croce, facendo presente di essere tornato in Senato, annotava di avervi trascorso l’intera giornata “abbandonandomi alla conversazione dei colleghi e assistendo alla discussione della legge sulla stampa. Resto per non lasciare soli i pochi amici che parlano contro”. Non sembra proprio un atteggiamento di rinuncia.

Ora, se questo discorso vale per Croce perché non dovrebbe avere lo stesso valore per Lukacs? La sua vita turbolenta e tempestosa è una di quelle vite che costringono il pensiero a sottomettersi quasi totalmente alle stesse svolte imposte dall’esistenza storica. L’autocritica all’epoca della condanna di Storia e coscienza di classe va inquadrata nel contesto del superamento del messianismo rivoluzionario e settario che Lukács aveva ereditato dalla sua giovanile frequentazione degli scritti di Dostoevskij più che da una riproposizione in chiave dialettica del nesso Hegel-Marx; ed è altrettanto evidente che l’autocritica maturi, negli ambienti dell’emigrazione viennese, di pari passo con la progressiva e sempre più convinta acquisizione del leninismo quale momento fondamentale dell’abbandono dell’iniziale settarismo. Anche l’autocritica all’atto dell’esclusione dal Partito dopo la stesura delle Tesi di Blum (fine degli anni Venti) va colta nel contesto del particolare passaggio vissuto dal movimento comunista internazionale (dai fronti popolari al socialfascismo) e dalla necessità per l’intellettuale, nonché militante, di accettare una revisione del proprio punto di vista per non compromettere la partecipazione attiva alla lotta contro il fascismo e, di lì a poco, contro il nazismo.  Soprattutto queste ultime considerazioni pongono in primo piano la questione del rapporto del filosofo ungherese con Stalin. Lo stesso Lukács cercò di chiarire quale fosse stata la sua reale compromissione con lo stalinismo in uno scritto del 1969 nel quale, da un serrato elenco di giustificazioni, trapela un atteggiamento di dissimulazione insieme ad un’immagine particolarmente inquietante di quell’epoca. Si tratta, alla fin dei conti, dello stesso comportamento intrattenuto da altri intellettuali che, fuggendo dal fascismo e dal nazismo, lavorarono per i servizi segreti statunitensi e inglesi (ad esempio, Lowith e Sohn-Rethel). Di fronte alla continua deformazione delle sue posizioni da parte dello stalinismo imperante, Lukács decise di abbandonare la politica per dedicarsi agli studi teorici. Questo lo spinse all’autocritica del 1949-50 senza la quale non avrebbe potuto portare a termine l’Estetica. Si è di fronte non soltanto alla dissimulazione, ma anche ad un aspetto tipico della personalità lukacsiana facilmente riconducibile ad un suo modo d’essere che prende forma dall’adolescenza. Quando, per punizione, la madre lo chiudeva nello stanzino della legna, il piccolo Lukács ragionava nel modo seguente: “Se mi ci chiudeva il mattino alle dieci, io alle dieci e cinque domandavo perdono e tutto era a posto. Mio padre tornava a casa all’una e mezzo. Mia madre non voleva che al suo arrivo ci fossero tensioni in casa. Per cui io, se venivo messo nello stanzino dopo l’una, per nulla al mondo avrei chiesto perdono, perché sapevo che cinque minuti prima dell’una e mezzo sarei stato fatto uscire senza aver chiesto perdono”. L’autocritica, quindi, in presenza di tempi non troppo rapidi per una liberalizzazione della società socialista, era l’unico modo per avere a disposizione quella calma e quella tranquillità nello studio che avrebbero favorito l’individuazione di strumenti teorici adatti ad una critica radicale dello stalinismo.  E’ questo stesso Lukács “onesto dissimulatore” che, richiesto di un intervento a favore di due giovani intellettuali accusati di essere agenti maoisti, scrive a Kadar, segretario del Partito comunista ungherese, specificando che il procedimento era lesivo della legalità socialista della quale proprio Kadar avrebbe dovuto essere il garante principe. Di fronte al pervicace atteggiamento persecutorio del regime kadariano, crebbe, all’interno dell’Università di Budapest, un movimento, peraltro represso, in difesa di Dalos e Haraszti, i due giovani intellettuali. I due furono imprigionati e, come sostiene Dalos, soltanto l’intervento autorevole del filosofo, ormai alle soglie della morte (era il marzo del 1971 e Lukács morì a giugno), consentì la liberazione di entrambi. E’ un segno abbastanza esplicito della battaglia combattuta da Lukács per la difesa dei diritti negati da un regime ancora legato all’eredità stalinista.
Ma lo stesso avvenne nei confronti della negazione dei diritti nei Paesi capitalisti, in specie negli Stati Uniti. Sempre nel corso del 1970 e del 1971 Lukács si fece promotore di una campagna per la difesa della leader dei neri americani Angela Davis. In questa campagna internazionale, l’ormai vecchio filosofo impiegò non soltanto tutto il peso della sua indiscutibile autorevolezza ma anche ingenti somme di denaro, come testimoniato dall’appello pubblicato sul quotidiano l’Unità il 28 febbraio 1971.

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