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In questo post si leggeranno passi tratti dall’opera di Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
In questi brani è possibile leggere i vari contesti culturali e politici attraverso cui sono passate le opere del pensatore ungherese. Si va dal vecchio Lukács al giovane, dal Dopoguerra, agli anni Sessanta, passando per la crisi del ’56. I protagonisti di queste letture editoriali cambiano nel tempo: si va da un riluttante Vittorini, al complicato Cantimori (uno dei pochi – se non l’unico – che conosceva Lukács già negli anni Trenta [cfr. G. Miccoli, Delio Cantimori: La ricerca di una nuova critica storiografica, Einaudi, Torino 1970]), arrivando fino a Solmi e Cases (per i cui pareri di lettura si rinvia ad altri post pubblicati su questo sito). Dal punto di vista storico si va dal rapporto difficile con il Pci, alla crisi ungherese, alla sedimentazione di quegli elementi culturali che daranno vita alla Nuova sinistra. Attraverso questi contesti storici e attraverso la sensibilità dei diversi consiglieri editoriali, l’opera di Lukács conosce letture e usi diversi.

Poiché si tratta di passi più o meno brevi, si tenterà di raccordarli con delle note poste tra parentesi quadre che diano un’idea dei contesti di riferimento.
Le note a pie’ di pagina riportano tra parentesi quadre la numerazione originaria, ma saranno selezionate solo quelle che interessano il nostro autore. Si darà notizia anche della pagina da cui sono tratti i brani.

AE: Archivio Einaudi


[dal cap. 4 Esami di coscienza. Stando a quanto si dice nel testo della Marangoni, si capisce che i primi testi di Lukács pubblicati dalla casa editrice Einaudi si trovano all’interno dell’Antologia Einaudi 1948, a cura di Cesare Pavese. Si tratta di una raccolta di autori molto diversi:]

[p. 284] Autori e libri venivano fatti parlare con la loro «viva voce», accostati l’uno all’altro a delineare una proposta di letture al centro delle quali c’era prima di tutto l’America, e non solo i suoi narratori (Hemingway, Wright, Dreiser, Fitgerald, Powers) ma con le [p. 285] autobiografie di Langston Hughes e di Sherwood Anderson e i «libri più propriamente storici» come il Nevins e Commager, il Franklin, lo Hardy. Accanto agli Usa, la «nostra giovane Europa», con Fadeev, Queneau, Henriques, Revueltas, nelle pagine dei quali era ancora vi­vo l’«odore di polvere e sangue». Poi i narratori italiani, e agli autori ormai tradizionali della casa editrice, come Natalia Ginzburg, Qua­rantotti Gambini, lo stesso Pavese, si accompagnavano nomi nuovi, Elsa Morante, Angelo Del Boca, Italo Calvino, ai cui brani seguivano recensioni favorevoli e, nella rubrica «L’altra guancia», critiche o ve­re e proprie stroncature. Venivano poi intrecciati nomi di storici mo­derni (Trevelyan, Mathiez), dell’antichità (Childe, Glotz) e degli ulti­mi cento anni (Fueter, Omodeo) alle cui opere erano accostate ricer­che di approfondimento, ma anche testi, così che nell’Antologia a bra­ni di Fueter potevano seguire passi del Marx delle Lotte di classe in Francia. Si sottolineava poi l’impegno (da Duchesne a Demarco, da Omodeo a Jemolo) sul tema, così rilevante per la storia italiana, dei «rapporti tra Stato e Chiesa, tra società laica e società clericale». E quindi le opere di filosofia (da Löwith a Sartre, da Whitehead a Dewey, da Kojève a Lukács, al Marx dei Manoscritti economico-filoso­fici del 1844), accomunate dal concetto di crisi come necessità di «re­visione totale», capacità di sottoporre a critica il patrimonio di idee ereditato dal passato.

[Nel 1947, alla vigilia della definitiva chiusura del «Politecnico», Vittorini scrive a Felice Balbo, per chiedergli una collaborazione alla rivista. In questo passo si legge la posizione di Vittorini su Lukács]

[p. 322] Tranne Ferrata e Fortini, gli altri fissi di Politecnico tu non puoi non sapere che non mi sono per niente congeniali. E vedendo, a scorrere il tuo libro [Laboratorio dell’uomo, ndr], che esiste una certa congenialità tra noi due mi viene veramente rabbia che tu non voglia proprio aiutarmi a combattere nel suo vero senso questa battaglia, o che non voglia aiuto da me a com­battere (è lo stesso) la tua battaglia. Non dico, naturalmente, che articoli come quelli di Cantoni, di Preti, ecc. non dovrebbero essere pubblicati in Politecnico. Nelle con­dizioni attuali del nostro paese sarebbe difficile considerarli degli scarti e lasciarli fuori. Ma dico che, se bisogna pur pubblicare un articolo come «La dittatura dell’i­dealismo», o come un certo saggio che Lukács mi ha mandato sulle «Filosofie della crisi», terribilmente settario e «a una dimensione sola» (ripeto) anche contro gli Scheler e gli Husserl, tanto più uno come te dovrebbe sentirsi impegnato a dare del «proprio» o procurare dell’altro per un Politecnico che sai benissimo fatto per affer­mare la tua linea piuttosto che quella dei Lukács e dei Cantoni.[1]

[La pubblicazioni delle opere di Lukács presso Einaudi era influenzata anche dal rapporto che la casa editrice aveva con il Pci. In questo torno di tempo, la casa editrice Mondadori sembrava fare concorrenza all’Einaudi, e pare che il Pci, un po’ scontento di Einaudi, voleva fare ricorso a Mondadori per la pubblicazioni di opere che riteneva importanti, e che Einaudi invece tardava a pubblicare. Si nota in particolare il giudizio di Muscetta, più interessato alle opere filosofiche che a quelle di critica letteraria; mentre Einaudi era più interessato al Goethe e il suo tempo.]

[p. 363] Ma connessa ai rapporti col Pci era la questione delle opere di Lukács, che proprio nel 1947 Einaudi cercava di ottenere.[2] Anche in questo caso era Muscetta a informare Einaudi di aver parlato con Tiberio Kardos, direttore a Roma dell’Accademia di Ungheria, che aveva già ricevuto una lettera di Einaudi a questo proposito: «A suo pare­re Lukács non cederà a nessuno i diritti delle sue opere, se non a te», ma lo avvertiva anche di guardarsi da «eventuali appostamenti di Mondadori junior», una messa sull’avviso in verità non immotivata.[3]

[p. 364] Il 10 ottobre 1947 Einaudi scriveva a Muscetta di «notizie avvilenti» in merito a Lukács: «Pare che la mia lettera per Lukács sia rimasta in tasca alla segretaria, e, nonostante l’interessamento tuo e di Valiani, Mondadori si sia accaparrato i diritti» e lo pregava, durante il viaggio di Lukács in Italia, «di agganciarlo e di discutere seriamente con lui una possibilità di accordo almeno per quei titoli che a noi interessano maggiormente», in particolare il libro sul giovane Hegel.[4] Ma Mu­scetta sembrava cogliere nella vicenda un retroscena che investiva an­cora una volta la questione di un mutato atteggiamento del Pci nei confronti della Einaudi: «Lukács. Mi rincresce molto quello che mi hai scritto. Ma credo ci sia di mezzo la direzione del partito […] Intanto io ti consiglierei di tralasciare gli scritti di critica letteraria e di puntare sul grosso saggio filosofico intorno a Hegel […] Mondadori non avrà interesse a pubblicare un grosso libro su Hegel. Non ti pare? Se questo colpo ci riuscisse in fondo avremmo rinunciato ad opere che traducevamo senza eccessivo interesse».[5] E in un poscritto aggiungeva di aver potuto leggere da Mario Socrate una lettera di Lukács a Togliatti del 9 ottobre 1947, nella quale gli chiedeva di interessarsi per la traduzione di una sua opera sulla filosofia moderna: «Ho scritto io stesso l’appunto per la risposta, dicendo che Einaudi è desideroso di pubblicare tutto di lui, è un compagno, ed è l’editore più adatto. For­se con questo colpo sono riuscito a parare la mossa di Mondadori, il cui fiduciario pare che sia Giacomino Debenedetti». Resta il fatto che in questa fase le principali opere di Lukács venivano acquisite da Mondadori, il quale non si sarebbe dimostrato peraltro particolarmente impegnato successivamente nella loro stampa, e che per ora Einaudi riusciva a ottenere soprattutto raccolte di saggi di critica letteraria,[6] [p. 365] che, per problemi di traduzione,[7] sarebbero cominciati ad apparire so­lo dal 1950.[8] Poco prima, nel 1949, era stato pubblicato Gli intellet­tuali e l’organizzazione della cultura di Gramsci, che aveva subito per responsabilità del Pci, come si vedrà, un imprevisto rallentamento; contemporaneamente, nel 1950, usciva un altro volume delle opere di Gramsci, Letteratura e vita nazionale: oggettivamente, se non per il lo­ro contenuto soggettivo, i testi di Gramsci e di Lukács finivano per intrecciarsi e amplificarsi a vicenda, contribuendo a porre in primo piano nella cultura della sinistra il campo della critica letteraria e della letteratura.[9] Anche di questi occasionali incerti, come ritardi nella traduzione di un libro, e dei loro esiti imprevedibili e nonostante tut­to significativi, sino ad apparire quasi voluti e razionali, è fatta la sto­ria della cultura. Bisognerà attendere il 1959 – ma intanto alle vicende [p. 366] dell’edizione di Lukács si erano intrecciate quelle della rivolta un­gherese e dei suoi contraccolpi – perché apparisse da Einaudi il primo volume più propriamente filosofico di Lukács, La distruzione della ra­gione,[10] seguito poi dal Giovane Hegel nel 1960.

[Di seguito si prenderanno due note, la 439 di p. 423 e la 441 di p. 424. Nelle pagine in cui queste sono inserite queste note, l’autrice del libro sta ricostruendo un periodo specifico della casa editrice]:

[p. 421] […] tra la fine del 1956 e il 1957, in un momento in cui gli effetti della crisi politica e ideologica successiva all’intervento sovietico in Ungheria investirono profondamente la casa editrice»

[Si cercava infatti di rilanciare l’iniziativa editoriale in modo da ridare un respiro più ampio al dibattito culturale, al di là delle posizioni del Pci. L’opera di Lukács, Arte e politica, che figura tra i titoli papabili, non è mai apparsa e non è dato sapere quali saggi dovesse contenere. Comunque appare chiaro che Lukács veniva in qualche modo usato “contro” o in polemica col Pci. Tuttavia la paura di creare un nuovo contrasto col partito, sulla scia di quello creatosi con il «Politecnico», indusse Einaudi a bloccare il progetto relativo a tali pubblicazioni.]

[p. 423] Ricominciava, all’interno della casa editrice, il consueto ondeggiare tra spinte a portare avanti l’iniziative, incertezze sulle prioritl nella successione dei testi[11] e sui titoli da proporre, dubbi infine sempre più marcati sull’opportunità di aprire confronti ideologici. Infatti Muscetta suggeriva di «tirar fuori altre cose meno ideologiche, un po’ neutre, di pura curiosità», un consiglio ben decodificato da Fonzi che, nel comunicare l’elenco definitivo del primo gruppo, osservava:

L’insistenza sul tema ideologico, contro la quale ci metti giustamente in guardia, ci pare così attenuata, perché su sei titoli, tre sono di polemica per così dire mediata: Il figlio dell’uomo, il Sillabo, e La colonia, senza parlare che Del Noce può essere consi­derato un po’ l’altra guancia […] Circa il tuo suggerimento di Corpuscoli «un po’ neutri, [424] di pura curiosità», d’accordo in linea di massima; non devi però dimenticare che il nostro scopo è di pubblicare roba che susciti fermento di idee, interesse e magari furi­bondi attacchi da parte della stampa.

Ma il sottinteso delle perplessità di Muscetta diveniva esplicito quando, nello sconsigliare la pubblicazione di Togliatti nel primo grup­po, metteva in guardia da «gusti un po’ troppo esclusivi» che «nono­stante la pretesa di fare scandalo finiranno per ereditare, in mancanza d’altro, un po’ di equivoci fermenti “politecnici”». L’espressione era significativa: «in mancanza d’altro» scattava in alcuni quel rifles­so condizionato e inibitore che faceva sospettare in qualsiasi apertura di spazi di discussione e di dibattito il riaffiorare degli «equivoci fer­menti “politecnici”». Così – mentre Pavese si rivolgeva a Moravia per averne la collaborazione, Balbo a Fortini, e Muscetta continuava a inviare proposte che depotenziassero il carattere di attualità polemi­ca della collana – Einaudi ne decretava la fine.

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[dal cap. 5. Rese dei conti, par. 1. Einaudi 1949: redazione e progetto editoriale. Dopo una stagione ideologicamente po’ contrastata, Einaudi cerca di ridefinire la sua linea editoriale. Si cerca di tornare alla sua configurazione anteguerra. Il passo di Cantimori ci sembra importante per capire come l’opera di Lukács veniva letta rispetto alle nuove pubblicazioni filosofiche e di diverso orientamento. Rispetto ai cambiamenti prospettati, si nota che Cantimori sia preventivamente legato più a Lukács che non a Löwith.]

[p. 437] […] l’orientamento era scegliere opere di larga informazione od opere classiche, od ormai da considerarsi tali anche tra le contemporanee, abbandonando testi più controversi, come quelli di Sartre, o conessi a un dibattito culturale al quale si guardava ora con maggiore circospezione, come traspariva dalla cauta reazione di Cantimori all’invio di Balbo il 15 febbraio 1949 di Karl Löwith, Da Hegel a Nietzsche, appena pubblicato:

Sono molto dubitoso, riguardo a questo libro, che del resto conoscevo fin dalla sua pubblicazione in tedesco: conosco l’autore, e ho tradotto io assieme all’autore stesso quelle parti del libro che sono state pubblicate sul «Giornale Critico della Filosofia Italiana». Ora il Löwith insegna in una facoltà teologica, credo luterana o semiluterana, e si preoccupa e interessa di G. B. Vico. Mi pare d’avere per lo meno contribuito anch’io, se non ho addirittura preso l’iniziativa, alla pubblicazione di questo libro, fin [p. 438] dai primissimi miei rapporti con Einaudi. Allora mi piaceva, e mi sembrava utile; prima del 1943, in altra situazione. Sono curioso di vedere che impressione mi farà ora, dopo aver letto tante altre cose, su questi argomenti, e di autori come Lukács.[12]

[dal cap. 5, par. 2 Nuovi consulenti e nuove collane. In questo brano, in cui si discute del ruolo di Cantimori come consulente Einaudi, «interpellato per il Lefebvre, Le matérialisme dialectique, o per il controllo degli scritti di Gramsci, o per le opere di Lukács […]». Nella nota 163 a p. 476, si legge un passo di una lettera di Cantimori a Balbo, che qui non riportiamo come nota ma come corpo del testo. Anche in questo caso ci sembra interessante sottolineare il ruolo svolto da Cantimori nella ricezione di Lukács in Italia, almeno nel suo primo momento iniziale. Colpisce inoltre il rapporto che Cantimori ha con Storia e coscienza di classe, di cui consigliava la pubblicazione già nel ’49, ma che verrà pubblicato solo negli anni Sessanta presso l’editore SugarCo].

II 5 marzo 1949 Cantimori scriveva a Balbo: «“Geschichte und Klassenbewusstsein” [di Lukács] lo posseggo io, ma non posso farlo vedere a nessuno; è così costellato di note e osservazioni di carattere personale e scritte in vari momenti (lo comprai nel 1933), che proprio non si può far vedere a nessuno: meno di quanto si possa far vedere un “diario” […] Hai visto il libro sul giovane Hegel del Lukács stesso? Bello, ma grossissimo, troppo grosso. Preferisco quello su Goethe. Lukács non ama, come saprai, che si parli di “Geschichte und Klassenbewusstsein”; credo che abbia, almeno in parte, torto; ma non in tutto», e il 15 marzo ribadiva: «Tu hai poco da ringraziarmi, quanto al Lukács: ma proprio la copia di Geschichte und Klassenbewusstsein è diventata una mia privata vergogna, che non posso mostrare neppure al mio più caro amico. Spero che Mondadori abbia i diritti e ve li ceda. Sarebbe una buona cosa» (AE, incart. Cantimori).

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[dal cap. 6 Gli anni del disagio, par. 6 Intorno al 1956: ritorno alla politica. Qui si descrive il ruolo di Solmi all’Einaudi, probabilmente proposto da Cantimori, verso il quale però egli nutriva qualche diffidenza filosofica]

[p. 813] Sono soprattutto i Saggi il luogo in cui megli che altrove si possono cogliere le inquietudini, le incertezze, i fermenti e gli umori di un momento di trapasso. Si trattava del resto della ragione per cui erano nati: ancora una volta essi davano un segnale importante da cogliere, erano la cartina di tornasole attraverso cui si possono intuire, più che altrove, le correnti sotterranee che percorrevano la cultura italiana.

[p. 814] Nel segnalare i filoni principali si privilegiava innanzi tutto il tema della Resistenza e dell’opposizione al fascismo, quello che forse aveva contrassegnato maggiormente i Saggi nella prima metà degli anni cinquanta; poi la centralità dell’«interesse etico-politico», di un «umanesimo inteso in senso moderno», del «legame tra la cultura e la società» (esemplificando coi nomi di Pavese e Bobbio); la rinnovata sensibilità «per i problemi delle arti figurative»; il gusto «per le libere avventure dell’intelligenza», come nel libro, di grande successo, di Ceram. Un accenno era fatto al marxismo, da intendersi «come punto di riferimento» per un «dialogo spregiudicato di tendenze e orientamenti diversi», e in questo caso si citava Lukács. [Le citazioni sono prese dalla presentazione della collana dei Saggi nel Catalogo generale del 1956].

[p. 815] Il 10 gennaio 1952 Solmi aveva proposoto il saggio su Thomas Mann del «lukacsiano» Hans Mayer […] In quell’occasione aveva anche insistito per una più organica programmazione di opere di Lukács e in particolare aveva richiamato l’attenzione su Marx und Engels als Literaturhistoriker, e Giolitti aveva espresso il suo pieno accordo con questa proposta: «Parecchio tempo fa Cantimori ed io ne consigliammo la traduzione, insieme con l’altro intitolato Progreso e reazione nella letteratura tedesca».[13] Il 13 febbraio prendendo spunto da questa lettera, os­servava che a suo parere era più opportuno pubblicare le due opere se­paratamente, ed Einaudi aveva proposto di utilizzare il saggio di Lu­kács su Marx ed Engels come introduzione alla raccolta di scritti sul­l’arte e la letteratura di Marx ed Engels stessi, da tempo in prepara­zione: ne sarebbe venuto «un volume assai vivo e importante per la [p. 816] conoscenza dell’estetica marxista».

[Sempre in questo contesto, tra le opere da pubblicare, per Solmi figura La distruzione della ragione].

[p. 820] E alla proposta di Solmi di tradurre Die Zerstörung der Vernunft, indicata come «forse l’opera filosofica più significativa apparsa in campo marxi­sta dalla liberazione ad oggi», con «i pregi e i difetti dell’ultimo Lukács: la vastità e organicità dell’’impostazione, l’estrema coerenza [p. 821] dei giudizi, e, dall’altro lato una certa insensibilità, un certo schemati­smo»,[14] Cantimori chiosava: «Lukács. D’accordo. Non son d’accordo su una cosa sola: non è solo ora, l’ultimo, ma sempre L. è stato insensi­bile e schematico nella sostanza, nonostante la gran cultura e la gran­dissima intelligenza (o ingegno?). Del resto questo è il prezzo della coe­renza».[15]

Nel Consiglio editoriale del 28 giugno 1955 Solmi attirava l’atten­zione su un gruppo di opere, di carattere filosofico o saggistico, nate nell’ambito della problematica marxista, e che hanno sviluppato in forma originale alcuni dei temi meno noti, ma non perciò secondari, del pensiero marxista. Oltre a Geschichte und Klassenbewusstsein di Lukács (anteriore al passaggio al marxismo, ma già scritto in chiave he­geliana) e alla Theorie des Romans dello stesso Lukács, si potrebbe prendere in consi­derazione la Dialektik der Aufklärung di Horkheimer e Adorno, Reason and Revolution di Marcuse (che Solmi si riserva di esaminare), e un’antologia della Zeitschrift für Sozialforschung (uscita dal ’32 al ’39), con saggi di Horkheimer, Benjamin e altri. Varrebbe pure la pena di tradurre (come contributo alla discussione e alla critica del pen­siero marxista) Humanisme et terreur e Les aventures de la dialectique di Merleau-Ponty. Tutti questi libri dovrebbero essere, in qualche modo, «presentati», e cioè preceduti da ampie introduzioni critiche.[16]

Nel Consiglio le proposte di Solmi erano accolte e incoraggiate, e pur nei tempi lunghi dell’attuazione editoriale le possiamo ritrovare negli anni successivi. […] sarebbe[ro] appars[i] […]nella Biblioteca di cultura filo­sofica […] [p. 822] i testi di Lukács, ma non Geschichte und Klassenbewusstsein a cui Solmi aveva pensato […].[17]

[Le scelte di Solmi non sempre apparivano condivise, al punto che l’ancora lukacsiano Cases disse, a proposito delle riserve espresse dall’editore tedesco Suhrkamp sulla traduzione di Angelus Novus di Benjamin:]

Il 10 aprile Cases osservava che Solmi avrebbe imparato così «a impancarsi con questi discepoli di Karl Kraus che fanno i processi per le virgole invece di limitarsi a Lukács che è grato quando lo si taglia perché ha la coscienza di essere prolis­so». Anche Cases aveva espresso il parere che dietro ci fosse Adorno «che diffida di Solmi», «per ragioni ideologiche», dopo la traduzione di Minima moralia (Cases a Foà, 15 giugno 1960). [nota 784, p. 823]

[Nei passi che seguono si leggono parole interessanti circa il modo in cui veniva recepito Lukács in Italia. È importante notare il modo in cui il “Nord”, rispetto al “Centro-Sud”, cercava di superare la linea culturale del Pci o degli intellettuali più organici, imbattendosi nell’inevitabile contraddittorietà dei riferimenti culturali più disomogenei. Anzi, attraverso Lukács, si cercava di risalire alla linea Hegel-Marx. Credo, se non ci si sbaglia, che vadano ricercate qui le radici della Nuova sinistra].

[p. 827] In occasione della Settimana Einaudi, il 28 giugno 1954, Fortini aveva tenuto a Bologna una reazione che aveva destato molto interesse [La funzione d’una casa editrice nella situazione culturale d’oggi, «Notiziario Einaudi», III, n. 7, luglio 1954].

[Nel «Notiziario Einaudi»] [p.829] Solmi riprendendeva le argomentazioni di Fortini sottolineando, al di là della innegabile «differenza di metodo», l’«indubbia continuità tra la tradizione crociana e il marxismo nella forma che ha assunto oggi in Italia», convergenti l’una e l’atro nella riconsacrazione delle «divisioni della ricerca specializzata», nella sollecitazione ai giovani a non occuparsi di «filosofia», a non «rimasticare in aeternum i principi fondamentali della teoria», ma a dedicarsi «alle ricerche storiche concrete» o «ai problemi concreti del loro paese». Un intento comune che nel Centro e nel Sud aveva trovato una tradizione a cui collegarsi: «Dietro Croce, i marxisti romani e napoletani ritrova­vano Labriola e De Sanctis; ma, nel Nord, c’è il vuoto: o una tradizio­ne positivistica e riformistica che non fornisce appigli o possibilità di sviluppo». Era nel Nord dunque che si avvertiva sempre più «diso­rientamento», «confusione», anzi vera e propria «crisi»: i «marxisti settentrionali» si muovevano a tentoni, tra l’influsso del pragmatismo o quello del neopositivismo o il tentativo di ricollegarsi, magari con la mediazione di Lukács, direttamente ai classici da Hegel a Marx.

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[dal cap. 7 Stagioni di mutamenti, par. 2 Ombre di ieri. Siamo nella prima metà degli anni Sessanta. La casa editrice viene riorganizzata riducendo il numero delle collane. Si respira un’altra aria, sia ha una percezione diversa dei tempi. Ci si allontanta da una certe temperie culturale e dallo spirito di certe letture]

[p. 909] Un aspetto è da sottolineare: la percezione sempre più netta del significato periodizzante che aveva avuto il 1956-58 e il correlativo spostamento, graduale ma sempre più visibile, dell’asse culturale della casa editrice. In un Consiglio editoriale Solmi parlava di stagione di mutamenti – «siamo in un periodo in cui si stanno elaborando cose nuove» – di cui si coglievano i segnali, ma non la direzione. Qualche tempo prima, in una lettera a Foà del 25 agosto 1958, quando Solmi ancora non era rientrato a Torino, Cases, a proposito di Weltgeschich­te und Heilsgeschehen di Löwith, aveva scritto:

Devo dire che se prima della lettura il comportamento di Solmi mi pareva improntato al suo «nuovo corso» (che lui nega, ma che invece è reale), adesso mi sembra più compren­sibile anche tenendo fede alla massima apertura. Il libro è effettivamente così reaziona­rio come non mi sarei mai aspettato. Probabilmente Löwith è sempre stato così, anzi certamente, ma gli altri libri trattavano un periodo in cui la critica reazionaria veniva in certi limiti a coincidere con quella progressiva. Qui scopre le carte: la concezione greca e quella protocristiana sono le uniche possibili, e il resto è decadenza. L’uomo è sempre lo stesso e la storia non ha senso […] Un libro del genere non può trovare nessun addentel­lato nella cultura italiana, se non in quella cattolica, e quindi mi sembra che abbia ragio­ne Solmi. Indipendentemente dalla pubblicazione della «Distruzione della ragione» di Lukács, che Solmi adduceva, perché qui non si tratta di opposizione al marxismo, ma ad ogni e qualsiasi storicismo, anche al più annacquato.

«Nuovo corso», dunque – da intendersi forse anche, implicitamente, come distacco da quella cultura che si era espressa per Solmi nell’at­tenzione ad Adorno, Horkheimer, il primo Lukács – che, con singola­re coincidenza, veniva segnalato proprio in rapporto a quel libro di Löwith su cui, si ricorderà, c’era stato un severo giudizio critico di Cantimori a proposito dei pericolosi «solletichi intellettuali» di Balbo e Pavese. Uno dei tanti sintomi del prender coscienza di una svolta pe­riodizzante, che proprio Cantimori avrebbe di lì a poco resa esplicita.

Il 23 luglio 1962, sollecitato a inviare il saggio introduttivo alla [p. 910] Crisi della civiltà di Huizinga per la ristampa prevista nella Nue, Cantimori scriveva a Bollati di averlo già steso «nel senso d’inquadramen­to, che tu dici: però rifiutando in blocco (con rispetto!) tutto quel pas­sato “mitteleuropeo” da Th. Mann a Spengler, da Lukács a Prezzolini. Sono appoggiato a una mia recensione del 36».


[1] [116] Vittorini a Balbo, 1o novembre 1947 (AE, incart. Documenti Politecnico; la lettera è firmata «per Vittorini assente» da Paolo Arangio Ruiz, redattore del «Politecnico»). Cfr. Anche Zancan, Il progetto «Politecnico» cit., p. 118.

[2] [243] Il 16 giugno 1947 Pavese scriveva a Muscetta che anche Einaudi era interessato a Lukács e sollecitava «chiarimenti e scelte». Il 25 giugno Muscetta rispondeva direttamente a Einaudi che Cantimori suggeriva le «opere di pensiero piuttosto che di critica letteraria», e il 3 luglio riferiva invece il parere di Valiani favorevole al libro su Goethe: «È un genere di critica che ai crociani, puri e impuri, può insegnare sempre qualcosa. E il suo lavoro migliore di critica letteraria e vale la pena, tutto sommato di tradurlo». Il 14 luglio Einaudi rispondeva: «Lukács: è molto importante e gli scriveremo subito» (AE, incart. Muscetta). Il 27 settembre Einaudi informava Venturi a Mosca che erano in attesa di una venuta di Lukács in Italia: «Ormai si è deciso di farlo tutto o gran parte e gli abbiamo scritto tramite il prof. Kardos e Leo Valiani che pare lo conosca da tempo. Se anche tu hai legami con Lukács fatti sotto perché di colpo pare che non si possa vivere senza Lukács», e Venturi rispondeva il 14 ottobre: «Non conosco personalmente Lukács […] Sono convinto che sia una gran bella testa, e penso che sarà molto bene che qualche sua opera sia pubblicata in italiano» (AE, incart. Venturi).

[3] [244] Muscetta a Einaudi, 20 settembre 1947 (AE, incart. Muscetta). Cfr. la lettera del 22 agosto 1947 di Alberto Mondadori a Lukács nella quale, richiamando la mediazione di Cantoni, si dichiarava felice per la pubblicazione di tutte le sue opere (Mondadori, Lettere cit., p. 268).

[4] [245] AE, incart. Muscetta. Copia della lettera a Muscetta veniva inviata da Einaudi a Giolitti: «Vedi anche tu di vedere Muscetta e di combinare con lui un piano per agganciare Lukács», e qualche giorno dopo lo informava che stava cercando di combinare un incontro diretto con Lukács prima di un suo accordo definitivo con Mondadori (Einaudi a Giolitti, 11 e 22 ottobre 1947; AE, incart. Giolitti).

[5] [246] Muscetta a Einaudi, 20 ottobre 1947 (AE, incart. Muscetta). Ancora il 9 marzo 1949 Balbo scriveva a Cantimori: «Ho tra le mani il libro sul giovane Hegel, il quale è effettivamente molto grosso, ma secondo me è anche senza confronti più importante di quello su Goethe. Se Mondadori non ha diritti o se li cede, io lo farei perché dal punto di vista filosofico credo che sia non solamente fondamentale ma anche l’opera che certamente più di qualsiasi altra rimarrà come la più importante di Lukács. Oltre tutto sono convinto che il problema che egli tratta è tra i problemi teorici più decisivi della nostra epoca» (AE, incart. Cantimori).

[6] Il 5 novembre 1947 Giolitti informava Einaudi che sulla base della risposta di Lukács gli sembrava opportuno fare subito il contratto per gli scritti sul realismo «almeno per legare Lukács. Poi vedremo il risultato del passo di Muscetta per il vol. sulla filosofia moderna. Hai avvicinato Mondadori per il libro su Hegel?» (AE, incart. Giolitti). Ma anche in questo campo l’opera a cui Einaudi era maggiormente interessato, Goethe und seine Zeit, sembrava ormai acquisita da Mondadori (Pavese a Linder, 17 dicembre 1947; Pavese, Lettere 1945-1950 cit., p. 206). Il 28 gennaio 1948 Giolitti informava infine Einaudi dell’accordo raggiunto con Lukács: Einaudi avrebbe pubblicato entro il 1948 i Saggi sul realismo, con nuova prefazione per l’edizione italiana, «nella quale L. sottolinea e sviluppa il tema fondamentale che è quello del rapporto tra la società e la letteratura, svolto poi ed esemplificato nei vari saggi»; entro il 1949 sarebbe dovuto apparire Il romanzo storico. A Mondadori rimaneva tuttavia il diritto di pubblicare il primo volume di Lukács in italiano, e, nel caso di opere complete, il diritto a ripubblicare anche i libri editi da Einaudi. Lukács era inoltre disposto a cedere a Einaudi il suo libro in preparazione sulla «filosofia borghese contemporanea» (AE, incart. Giolitti). Il 15 ottobre 1948 Balbo scriveva a Giolitti: «Io ho qui tra le mani il Lukács: Fortschritt und Reaktion in der deutschen Literatur: un libretto di 120 pagine che riguarda specialmente l’illuminismo e il romanticismo tedesco. Non so se i saggi che vi son contenuti facciano parte di altri volumi. Se così non fosse io credo che bisognerebbe considerare seriamente l’opportunità di pubblicarlo, perché è chiaro che, essendo un’analisi marxista, il libro dovrebbe essere effettivamente utile anche per comprendere il problema tedesco nel suo complesso» (Balbo a Giolitti, 15 ottobre 1948; AE, incart. Giolitti). Per il tentativo per ora fallito di Einaudi di ottenere la cessione del Giovane Hegel, cfr. Mondadori, Lettere cit., p. 291.

[7] La traduzione degli Essays über Realismus, inizialmente affidata su richiesta dello stesso Lukács al controllo di Kardos, necessitava di una revisione così ampia da convincere, dopo averne assegnato la revisione a Brelich (Pavese a Brelich, 6 ottobre 1948; AE, incart. Brelich), a dargli l’incarico di rifarla integralmente (Giolitti a Einaudi, 15 novembre 1948; AE, incart. Giolitti).

[8] Saggi sul realismo, tradotti da Mario e Angelo Brelich, furono pubblicati nei Saggi nel 1950; Il marxismo e la critica letteraria, sempre nei Saggi, nella traduzione di Cesare Cases, nel 1953.

[9] Il 30 settembre 1953 Calvino avrebbe scritto a Gerratana in relazione a Il marxismo e la critica letteraria: «Devo farti una comunicazione sensazionale: sono stato inaspettatamente folgorato dalla lettura di Lukács, tutte le mie idee estetiche sono scombussolate, ho trovato quel libro (parlo soprattutto della seconda parte) stimolante e chiarificatrice come non avrei mai creduto, e non riesco più a pensare senza prescindere dalle sue impostazioni» (AE, incart. Gerratana).

[10] In verità già il 9 settembre 1948 Balbo aveva invitato Giolitti a procurarsi il testo francese di Existentialisme ou marxisme?, che sembrava in un primo momento sarebbe dovuto apparire nelle edizioni del Pci (Giolitti a Balbo, 7 dicembre 1948; AE, incart. Giolitti). Il 26 febbraio 1949 Manacorda informava Einaudi di aver scritto a Lukács per chiedergli di mettersi in contatto con lui per il volume sulla crisi della filosofia borghese (AE, incart. Manacorda), e il 1° marzo Giolitti confermava: «Il Partito non pubblicherà il libro di Lukács sulla Crisi della filosofia borghese (di cui Existentialisme ou marxisme? è una traduzione ridotta). Manacorda glielo ha comunicato, chiedendogli contemporaneamente di cedere a noi i diritti e di mandarci il testo tedesco» (AE, incart. Giolitti).

[11] [438] Il 9 febbraio 1949 Fonzi indicava a Muscetta come primo gruppo da pubblicare: Neurath, La scuola di Vienna; il testo del Sillabo; Natalia Ginzburg, Il figlio dell’uomo; Vittorini, Politica e cultura o Cultura e società; Del Noce, La «non-filosofia» di Marx; Lukács, Arte e politica (AE, incart. Muscetta); ma già nell’elenco che Pavese inviava a Vittorini il 12 febbraio scompariva tra i primi testi da pubblicare quello di Vittorini, sostituito da uno scritto di Togliatti (AE, incart. Vittorini). Era stato anche Muscetta a suggerire di non pubblicare subito il Vittorini, rilevandone l’affinità di argomento con Lukács: «Anche per questo consiglierei di rimandare Vittorini a una ondata successiva» (Muscetta a Fonzi, 12 febbraio 1949; AE, incart. Muscetta)

[12] [11] Cantimori a Balbo, 5 marzo 1949. Il 9 marzo Balbo replicava: «Quanto a Löwith alcune sue tesi possono non essere sostenibili ma mi pare pur sempre un’opera capitale, se non altro perché sui problemi di cui tratta siamo ben lungi dall’aver dato una risposta e anzi oggi c’è troppo facile rischio di dimenticarli» (AE, incart. Cantimori).

[13] [750] Giolitti a Foà, 6 febbraio 1952 (AE, incart. Giolitti).

[14] [777] Solmi aggiungeva che, comunque, «questo libro si colloca molto al di sopra di tutto quanto è stato scritto, sull’argomento, da parte marxista (dove l’ortodossia implica ignoranza o incomprensioni, e i tentativi di comprensione conducono a conclusioni eclettiche o contraddittorie)» (Consiglio editoriale del 1° settembre 1954; AE, Verbali).

[15] [778] Cantimori, Note al verbale del 1° settembre 1954, datate 11 settembre 1954 (AE, incart.Cantimori).

[16] [779] AE, Verbali.

[17] [782] Il 21 novembre 1956 Cantimori, richiesto da Einaudi della sua copia di Geschichte und Klassenbewusstsein, osservava che, in un momento così delicato, era da escludere la pubblicazione del libro: «L. [Lukács] mi disse formalmente questa primavera che, lui vivo, il libro non si doveva pubblicare: non avrebbe mai dato l’assenso o il consenso. Chiaro? Pubblicare ora quel libro vorrebbe dire a) che si considera L. realmente morto; b) per noi (e questo è il meno, perché, come vecchio fascista anarchico, inalbero bandiera nera!) critiche di ogni genere del tipo “trotzkismo” ecc. “soggettivismo” etc. etc. Ma per lui, nella situazione nella quale si trova, e dati i rapporti suoi con noi (dico con noi einaudiani) vorrebbe dire l’accusa: “hai dato il permesso di stampare quel libro antileninista etc. etc. Etc”. Ci sarebbe quasi da pensare a un provocatore che ci dicesse di onorare L. proprio con la cosa che meno andrebbe; sotto la veste di onorarlo, aiutarlo a sopravvivere, etc. si contribuirebbe a quello che da parte di coloro che, pare, l’han mandato in Rumenia, sarebbe considerato tradimento ideologico, etc.» (AE, incart. Cantimori). Lukács era stato in Italia nel maggio, e il 13 maggio 1956 Cases scriveva a Foà di averlo incontrato, «più fascinoso che mai», da Cantimori (AE, incart. Cases).

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