icoQuanto più trascurata come settore sui generis della filosofia, più di pertinenza della letteratura e dell’arte, tanto più l’estetica si è sottratta all’analisi storica e alla critica sociale. In realtà, come ci suggerisce l’autore, essa è stata l’esperienza fondamentale dei momenti più alti ed egemonici della filosofia del Novecento: attraverso Croce ha dominato la nostra cultura per un cinquantennio, ha conformato il senso comune, ha segnato indelebilmente generazioni intere di intellettuali, e attraverso la mancata critica del crocianesimo ha continuato ad incidere sulla formazione delle generazioni successive, anche dei moltissimi intellettuali che, in varia guisa incontrando il movimento operaio, hanno creduto di aver chiuso definitivamente i conti con l’eredità idealistica e liberale.

La tesi del «primato dell’estetica» costituisce perciò il filo rosso che collega l’analisi del pensiero dei tre filosofi in relazione ai processi sociali dominanti: in tal modo la prima crisi dello Stato liberale viene individuata come contesto di formazione dell’estetica crociana, il fallimento della rivoluzione in Occidente e poi lo stalinismo rappresentano lo sfondo della riflessione di Lukács. Il secondo dopoguerra e la depressione del marxismo fungono da terreno di maturazione dell’estetica «scientifica» di Della Volpe. Se però questi diversi referenti storici spiegano le differenze specifiche delle tre estetiche (il carattere di totalità-cosmicità in Croce, della catarsi e della disalienazione in Lukács, della organicità e dell’autoverifica in Della Volpe) il risultato più ambizioso della ricerca di Leone de Castris è quello di convincere il lettore a riconoscere la loro continuità nell’analisi del valore-funzione dell’arte: l’idea, al fondo, che l’arte è non-contraddizione, e perciò rappresenta l’alternativa della ricomposizione ideale rispetto al mondo pratico dominato dalla contraddizione.

Annunci