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di Pier Aldo Rovatti

«la Repubblica» 12 febbraio 1985

Si apre domani a Urbino un convegno dedicato al filosofo ungherese, in occasione del centenario della nascita

Si torna a parlare di György Lukács, grandiosa e ormai quasi emblematica figura del marxismo del Novecento. Ricorre il centenario della nascita, ed è questa l’occasione per un ripensamento critico: al convegno che si apre domani ad Urbino, presso l’Università degli Studi, si aggiungeranno in seguito altri appuntamenti internazionali. Con la sua esperienza intellettuale e militante (al 1911 risale il suo primo importante testo filosofico, intitolato L’anima e le forme). Lukács ha attraversato le inquiete e talora brusche peripezie del marxismo, sempre con una posizione di punta e spesso pagando duramente di persona. Basti ricordare la scomunica (come “idealista” e “revisionista”) seguita alla pubblicazione, nel 1923, di Storia e coscienza di classe; l’accusa di “deviazionismo di destra” che nel 1928 lo escluse dal Comitato Centrale del partito comunista ungherese; più tardi, durante l’ultima guerra, l’arresto ad opera della polizia staliniana; e nel 1956 – quand’era ministro della Pubblica Istruzione nella sua Ungheria – la deportazione in Romania. Nel 1957 Lukács si ritirò infine dalle cose pubbliche e si dedicò solo ai libri (la poderosa Estetica e l’ultimo non meno monumentale progetto, L’ontologia dell’essere sociale). Quando muore, nel 1971, è ancora in piena attività intellettuale: attorno a lui un gruppo di allievi (tra cui Agnes Heller) ha costituito una “scuola” che, prima di disperdersi in vari paesi, sarà accusata di “estremismo” teorico e messa al bando. Sono stati proprio questi allievi a rilanciare negli anni Settanta il nome di Lukács: l’eco della “teoria dei bisogni” si è spenta da poco in Italia, sommersa dal rumore di fondo di una “crisi” generale del marxismo che la Heller e i suoi amici avevano, per altro, anticipato. L’autore di Storia e coscienza di classe, del Giovane Hegel, della Distruzione della ragione e de L’ontologia dell’essere sociale (tutte opere destinate a rimanere come “classici” del marxismo teorico) conosceva l’autocritica: riconobbe fondata l’accusa di idealismo e sempre più mirò (non senza eccessi) a fare del marxismo un corpus filosofico compatto e potente, capace di erigersi a sistema e di abbracciare in sé tutte le zone del sapere. Anche qui, pensiamo solo alla sua vastissima attività di critico e teorico della letteratura e dell’arte, sempre sulle tracce di una compiuta e impossibile estetica marxista. L’eretica “teoria dei bisogni”, che scaturì dai suoi stessi allievi, appare l’opposto di questo progetto sistematico: ci furono discussioni accanite in seno al gruppo (di cui abbiamo anche una testimonianza documentaria: cfr. «aut aut», n. 157-158, 1977); ma la statura morale e intellettuale di Lukács era tale che egli non pronunciò mai una critica aperta nei confronti dei suoi allievi. Un eccesso può essere considerata La distruzione della ragione (1954): lì Lukács tracciava uno spartiacque netto tra buona e cattiva teoria, tra razionalismo e irrazionalismo, convogliando in quest’ultimo gran parte della filosofia contemporanea, da Nietzsche a Husserl e naturalmente a Heidegger, e dimenticando le sue stesse ascendenze, che non poco dovevano ad autori come Simmel o ancor più Kierkegaard. Una generazione intera ha voluto o dovuto tener presente questo modello manicheo e riduttivo, che risentiva del dogmatismo dell’epoca staliniana: ma la forza di penetrazione che Lukács è riuscito a sviluppare emerge anche in questo esempio “negativo”: ancor oggi il linguaggio della Distruzione della ragione non cessa di agire nelle immagini mentali di quanti credono che tra razionalismo e irrazionalismo ci sia una netta e irrevocabile divisione di territori. Con gli anni Sessanta, con il diffondersi della cultura critica, il rilancio di un marxismo aperto, l’interesse per Adorno e Marcuse e la scuola di Francoforte, lo sguardo è stato più spesso rivolto al Lukács non dogmatico di Storia e coscienza di classe. Il libro, condannato e poi ripudiato dal suo stesso autore, è tornato ad essere, in Italia come in Germania e in Francia, un serbatoio di stimoli teorici: diversi gruppi di intellettuali di sinistra lo hanno annotato ed usato. Le pagine sulla “reificazione” della coscienza e sulla critica del partito burocratizzato sono apparse illuminanti e premonitrici; la stessa Heller vi avrebbe cercato, nel ’68, i germi di molte delle sue idee. Naturalmente il Lukács di Storia e coscienza di classe ha continuato ad essere osteggiato come idealistico dai fautori del marxismo “scientifico”: quel modo di sposare Hegel con Marx, poi ripreso e sviluppato da tutto il marxismo critico degli anni Trenta, non poteva non essere sospetto a chi invece si sforzava di saldare Marx con le leggi della scienza. Piaceva invece il Lukács intransigente di dopo, che per esempio fustigava l’esistenzialismo come teoria piccoloborghese e perniciosa. Ognuno, a sinistra, ha avuto il suo Lukács. E oggi? Oggi potrebbe sembrare un teorico lontano e inattuale, di cui gli storici del pensiero devono valutare, ormai con distacco, l’ombra gigantesca che ha saputo proiettare su un settore non piccolo della cultura di un secolo, con tutte le sue contraddizioni e le sue svolte. Eppure un’immagine sèguita ad attirare l’attenzione: proprio l’accanita ricerca di una teoria che riuscisse a tenere assieme tutto, l’insistenza di Lukács sull’idea di “totalità”, che è ben chiara fin da Storia e coscienza di classe e sulla quale fino all’ultimo egli lavorò. Il dibattito riguarda così, soprattutto, L’ontologia dell’essere sociale (pubblicato in Italia dagli Editori Riuniti). Quest’opera, che a molti appare lo scacco della pretesa lukacsiana e la più inattuale fra tutte le sue, la più deterministica e freddamente sisitematica, viene invece difesa ed esaltata da quanti credono nella possibilità che il marxismo perduri come la spiegazione del mondo sociale. In questo senso Lukács rimane una bandiera: l’esempio di uno sforzo di andare controcorrente rispetto alle frammentazioni e ai relativismi, di un marxismo che non accetta la sua crisi e che anzi si legittima come “ontologia sociale”, fondata sul lavoro e sulle leggi della dialettica. Si intravede allora quello che potrebbe essere il leitmotiv delle discussioni del centenario: la “totalità” che Lukács cercava, è per il marxismo un sogno nostalgico o un progetto da riprendere? Una sfida da accettare contro l’irrazionalismo e le verità nomadi? Sarà comunque inevitabile che tirando questo filo ci si debba imbattere in tutta la ricchezza di un pensiero che, proprio perchè non è mai stato lineare nè centrato su un unico registro, non si lascia certo riassumere in una sola domanda.

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