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di Stefano Giovanardi

«La Repubblica» 9 aprile 1986

Un racconto di Aldo Rosselli

È difficile, pensando in Italia alla “letteratura della memoria”, non evocare insieme salotti polverosi e vecchi merletti, altalene in giardino e anziane signore molto perbene: un’aura inevitabilmente “datata”, formatasi in tempi in cui lo scrittore era tutto sommato sicuro che i suoi fatterelli privati, purché muniti del salvacondotto della “bella pagina”, potessero e dovessero riscuotere l’interesse di tutti. La memoria, tuttavia, continua a costituire una fonte inesauribile di temi e materiali da romanzo (o da racconto), né potrebbe essere altrimenti; il problema, semmai, è nel suo trattamento, nella sua maggiore o minore capacità di porsi in sintonia con le attese dell’oggi. Prendiamo, ad esempio, A pranzo con Lukács, un racconto di Aldo Rosselli appena uscito presso Theoria (pagg. 83, lire 6.000). Lo spunto, rigorosamente “privato”, è dato dalla rievocazione di un incontro tra l’autore ventunenne e il grande filosofo ungherese, avvenuto a Firenze nel 1956. E i pochissimi “fatti” del racconto (che poi proprio “fatti” non sono, bensì semplici “occasioni”) sfumano, come d’obbligo in relazione al genere, nella caliginosa e consolante vaghezza del ricordo lontano, nella rivisitazione un po’ timorosa e un po’ nostalgica di atmosfere ormai perdute. Insomma lo svagato studente di buona famiglia che si aggira in una brumosa e oppressiva Firenze autunnale, almanaccando sui propri fantasmi culturali e svogliatamente corteggiando una Brigida molto concreta e assennata, sembrerebbe il tipico prodotto di una delle tante madeleines capitate in sorte alla falange di scrittori “post-proustiani”. E forse in parte lo è davvero; solo che, per fortuna, la madeleine di Rosselli è avvelenata. Lukács è un conversatore amabile, un anziano signore complimentoso dalle “mani nodose, cosparse di grandi vene in forte rilievo”, che compiono “uno sforzo quasi esasperato sul coltello e forchetta per ritagliare una fettina di bistecca”. Agli occhi del giovani, questa realtà umana risulta sfuggente e chiusa, quasi ostile; e allora lì, sapendo che Thomas Mann si era ispirato proprio all’uomo-Lukács per dar corpo al personaggio di Naphta nella Montagna incantata, va febbrilmente a rileggersi alcuni passi del romanzo, e parallelamente cerca di decifrare l’ardua prosa del L’anima e le forme o dell’Estetica di Heidelberg. Così la discreta catatonia che caratterizza le tensioni del protagonista verso la vita si precisa come l’esatta immagine speculare della sua non-comprensione (nel senso di non-possesso) dei “testi” che la vita dovrebbero spiegare e sublimare, trasformandola in letteratura o in astratta e “sfavillante” dialettica. Al protagonista sembrerà di aver finalmente capito (di possedere) l’uomo-Lukács quando questi, umiliando col suo perfetto eloquio latino un prete del duomo di Siena, gli apparirà per un attimo identico a Naphta, come lui sontuosamente intento a esercitare una supremazia culturale; quando cioè la vita si troverà casualmente a coincidere col proprio travestimento letterario. Ma questo proditorio atto di fede nei confronti della letteratura non è latore di conoscenza, né di appagamento emotivo: sancisce, anzi, una difficoltà quasi insuperabile nell’impresa di catturare un senso, uno qualsiasi. La silenziosa abiura alla vita e ai suoi contenuti, incunabolo necessario dello scrittore che verrà, è la radice dolente che Rosselli rintraccia al fondo della sua memoria privata. E lo fa con una scrittura composta e fluida, mai sopra o sotto tono, asciutta e tuttavia capace di sviluppare un pathos avvolgente, quasi una costante mozione degli affetti: un po’ come la Sonata Postuma di Schubert, che scandisce nel racconto il tempo vuoto del giovane che non seppe “riconoscere” Lukács.

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