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di Vanna Vannuccini

«La Repubblica» 18 febbraio 1992

Il filosofo e le ‘purghe’ staliniane

Roma. Nella notte tra il 4 e il 9 settembre 1936 una trentina di scrittori tedeschi, austriaci e ungheresi di lingua tedesca si riunirono in segreto nella redazione della rivista Internationale Literatur a Mosca. Il terrore staliniano era al suo culmine. Stalin aveva fatto arrestare e giustiziare come “nemici segreti del popolo” tutti i più stretti collaboratori di Lenin. Nessuno a Mosca poteva più essere sicuro della propria vita. Gli scrittori erano tutti comunisti che erano andati in esilio in Unione Sovietica per sfuggire al nazismo. C’era Johannes Becher, poeta e più tardi ministro della Cultura nella Ddr. C’era György Lukács; c’era il drammaturgo Friedrich Wolf (padre della “spia del secolo” Mischa Wolf), il solo al quale due anni dopo il Partito concesse di partire per andare, in quanto medico, ad aiutare le forze repubblicane nella guerra civile spagnola. L’occasione della riunione, che terminò all’alba del 9 settembre, era discutere il caso Schmuckler, uno scrittore proletario accusato di deviazionismo che fu arrestato e ucciso poco dopo. I verbali di quelle riunioni sono stati ora ritrovati negli archivi del Comintern e pubblicati dallo storico tedesco Reinhard Mueller (Die Sauberung, “La purga”, Rowohlt Verlag, Amburgo, 584 pagine, 19,80 marchi). È il primo documento che permette di capire dall’interno il meccanismo di funzionamento della paura, della denuncia, delle accuse reciproche, all’insegna del “si salvi chi può”, attraverso le parole di coloro che sono allo stesso tempo vittime e carnefici. Molti degli accusatori più accaniti, come Ernst Ottwald, finirono poco dopo loro stessi in un Gulag, mentre la moglie Traute veniva riconsegnata alla Gestapo. Nei rendiconti, dice lo storico Mueller, abbiamo un’anteprima di quello che furono, poco tempo dopo, i grandi processi staliniani: le autocritiche, i sospetti su chi aveva incontrato per strada chi, chi aveva giocato una volta a carte con chi, chi non aveva ancora pagato la quota al partito, in una parola come si arrivava a definire il deviazionista. Lo scrittore Hans Guenther, ad esempio, dovette rispondere alla domanda se considerava la moglie Trude trotzkista o mezza trotzkista, e la denunciò. Uno degli aspetti più significativi che vengono fuori dai documenti, dice Mueller, è che il terrore non pioveva dal cielo, come si è finora creduto, non era l’azione irrazionale di una polizia segreta imperscrutabile, che arriva di notte e sceglie a caso le proprie vittime. Le purghe si preparano all’interno del partito, puntigliosamente. Sono all’inizio quasi sempre un regolamento di vecchi conti: nei confronti di chi non aveva una biografia di partito al cento per cento “pulita”. Di coloro, ad esempio, che negli anni Venti avevano “deviato” verso destra o verso sinistra. Solo dopo il terrore acquista una dinamica propria e tutti alla fine sono colpevoli, perché tutti in qualche modo hanno avuto a che fare con i deviazionisti. Dei 4600 emigranti di origine tedesca circa la metà furono arrestati, condannati a morte o riconsegnati ai nazisti. “Impressionante è la somiglianza con i processi dell’Inquisizione”, sostiene Mueller che si è occupato a lungo anche di questo buio periodo storico. “L’autodafé: l’autorità spirituale, in questo caso ideologica, esprime il verdetto contro gli eretici, quella mondana lo esegue”. Lukács evita di denunciare direttamente dei compagni, ma dà la giustificazione filosofica del terrore: “Non abbiamo fatto il nostro dovere. Siamo rimasti all’interno del nostro gruppo e inevitabilmente è nata questa atmosfera di sbandamento. È necessaria una rigenerazione ideologica. Per questo dobbiamo in primo luogo eliminare gli elementi dannosi e quanti si sono resi colpevoli del fatto che essi lavorassero nella nostra organizzazione”. Nessuno dei sopravvissuti ha mai detto una parola su quella riunione. Tutti evidentemente speravano che gli archivi restassero per sempre chiusi. Una sola eccezione: Gustav Regler, che più tardi, in Francia, uscì dal partito.

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