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icoConsiderato, a ragione, uno dei massimi teorici marxisti di questo secolo, autore, tra gli altri, di un testo chiave del pensiero dialettico moderno, Storia e coscienza di classe, che doveva influenzare filosofi come Adorno, Horkheimer e forse anche Heidegger, Lukács presenta, a partire da un certo periodo della sua vita e della sua produzione fi­losofica, i tratti di una inspiegabile ambiguità e appiattimento: mentre da un lato rinnega le sue opere precedenti, le sue analisi, già brillanti e anticipatrici, si banalizzano e la sua dialettica si schematizza uniformandosi al grigiore del marxismo ufficiale. Qual è la causa di questa inaspettata cesura? In questo libro, Lukács, il gesuita della rivoluzione, Yvon Bourdet cerca di individuarla ricostruendo, con uno studio dettagliato, l’evoluzione del pensiero di Lukács durante i dieci anni che egli trascorse a Vienna, ma soprattutto attraverso il tentativo affascinante di identificare il filosofo ungherese nel personaggio del gesuita Naptha, protagonista del celebre romanzo di Thomas Mann La montagna incantata. Fu dunque proprio a Lukács che si ispirò Mann, nella stesura del suo capolavoro? Se la risposta è sì, se effettivamente, come Bourdet dimostra, questo romanzo può essere assunto come documento storiografico, le conseguenze travalicano il piano estetico dell’identificazione per sconfinare nel politico e chiariscono, in modo ine­quivocabile, i motivi della cesura e l’appiattimento e la grigia ortodossia del così detto secondo Lukács la cui opera può ora essere letta in chiave rovesciata: era quella di un gesuita che aveva messo la propria intelligenza e la propria cultura al servizio di una causa millenaristica. Quando gli imposero di rinnegare le sue teorie, per evitare la sco­munica, egli rinnegò e si sottomise all’imposizione dell’ordine monastico cui aveva scelto di appartenere. In questo modo l’ortodossia comunista aveva, ancora una volta, messo a tacere uno dei più brillanti cervelli filosofici della nostra epoca.

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