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«Se oggi èico (1) possibile una cultura, potrà trattarsi soltanto di una cultura estetica». Così scriveva Lukács nel 1910, in un momento cruciale della sua esperienza giovanile.
Tra il declino dell’universo mitteleuropeo e il sorgere del ‘nuovo mondo’ annunciato dalla cultura dell’avanguardia; tra la fine del ‘mondo della sicurezza’ e la grande lacerazione della guerra; tra la fine dell’economia di mercato ed il sorgere della società dell’equivalenza; l’elaborazione intellet­tuale del giovane Lukács si muove tra queste coordinate storiche, ricavan­done un elemento formale paradossalmente comune ad esse, il privilegio assoluto dell’occhio estetico, preso a metro dell’esistenza e del mondo, proposto in alternativa alla crisi dell’ordine ideologico ottocentesco, indicato come prerogativa di una nuova soggettività.
Il giovane Lukács mostra di muoversi in una problematica comune, nei temi e in certe soluzioni, a quella espressionista, svolge una posizione di filosofia della storia incentrata sull’identificazione individuale con la totalità e sull’azzeramento del divenire temporale, e rivela un dualismo concettua­le di fondo, elaboratore delle grandi idee come delle più minute.

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