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di Gianni Vattimo

Discorso inattuale, mentre il marxismo si trasforma 

«Tuttolibri» supplemento de «La Stampa» 14 maggio 1977

Gyorgy Lukács, ONTOLOGIA DELL’ESSERE SOCIALE, I Editori Riuniti, Roma 408 pagine, 5800 lire

Avendo vissuto direttamente, come nessun altro filosofo della sua epoca, i momenti decisivi della storia dei comunismo novecentesco e i problemi della sua trasformazione, Lukács si era proposto, negli ultimi anni della sua vita, un vasto programma di lavoro che mirava a una verace propria rifondazione del marxismo. Il capitalismo che Marx ha conosciuto e in relazione a cui ha formulato la propria teoria – pensava Lukács – si è profondamente trasformato; si tratta, senza abbandonare Marx, di ripensare il marxismo tenendo conto di queste trasformazioni. Esse sono principalmente, da un lato, una insospettata capacità del capitalismo di superare le proprie crisi cicliche, che non danno luogo al suo crollo, come si attendeva un certo fatalismo rivoluzionario; dall’altro, la crescente importanza che nella società capitalistica avanzata assume il problema del consenso delle masse; quest’ultimo elemento dà un rilievo tutto speciale a problemi e bisogni, come ad esempio il bisogno religioso, che certo pensiero materialistico ha avuto spesso la tendenza a liquidare troppo sbrigativamente. All’esigenza di una rifondazione del marxismo intende rispondere appunto quest’opera lukacsiana, terminata poco prima della morte dell’autore (1971), di cui esce ora in italiano la prima parte, che costitiuisce una sorta di ampia introduzione storica al problema. Il proposito di «fondazione» dell’opera è indicato chiaramente dal titolo: ontologia è infatti, nel linguaggio filosofico, quella branca della filosofia che si occupa dell’essere, e quindi la parte più generale e basilare di ogni discorso filosofico. Il termine ontologia è stato reso nuovamente popolare, nel nostro secolo, dalla fenomenologia e da Heidegger, oltre che da Nicolai Hartmann. Lukács non riprende però il discorso sull’ontologia là dove la fenomenologia e Heidegger lo hanno lasciato. Per lui, il problema dell’essere non si trasforma affatto – come avviene invece più o meno in tutto il pensiero contemporaneo – nel problema del significato dell’essere, e cioè degli orizzonti linguistici in cui l’essere «si dà». Parlare di ontologia significa invece per Lukács cercare un fondamento nell’essere inteso come ciò che «sta» di fronte a noi, indipendentemente e prima di ogni intervento dell’uomo. Si capisce che, nella vita sociale, l’essere si intreccia appunto con il mondo dei significati costituiti e manipolati dall’uomo. Ma la filosofia novecentesca, secondo Lukács, ha mostrato, in tutte le sue correnti, la tendenza a dimenticare che le costruzioni culturali si fondano pur sempre su una base «naturale»; che l’essere sociale, insomma, affonda le sue radici nell’essere in generale. Così, ad esempio, il neopositivismo novecentesco afferma una veduta convenzionalistica della scienza: le proposizioni scientifiche non misurano la loro validità in relazione alla realtà, ma in relazione a regole sintattiche interne ai sistemi: è «vero» quello che «funziona», o tecnicamente (che serve a organizzare meglio la vita) o logicamente (che rispetta le regole dell’ambito di discorso prescelto). Il corrispettivo di questa posizione neopositivistica è, secondo Lukács, l’esistenzialismo, come filosofia che, riconosciuto che il sapere positivo e dimostrativo non afferra la realtà, cerca di soddisfare il bisogno di verità dell’uomo con chiacchiere intimistiche, edificanti, irrazionali. Per uscire da questa alternativa non c’è che rifarsi a Marx e alla sua nozione di lavoro, che esprime il radicamento dell’operare dell’uomo, e quindi di tutte le costruzioni culturali, nella natura, con la quale si tratta sempre di fare i conti, traendo dal riconoscimento delle sue strutture e leggi (appunto, mediante una ontologia generale) orientamenti per l’azione. Si tratta, come si vede, di un discorso che suona alquanto inattuale, in una situazione in cui anche il pensiero marxista sembra ritenere, almeno in alcuni suoi orientamenti, che l’organizzazione totale, matematico-scientifica, della società e della vita sia l’unica base su cui si può costruire l’uomo nuovo non più alienato. Con il suo sforzo di non lasciar cadere nell’oblio l’essere (cioè, in fondo, la natura) su cui l’operare dell’uomo sempre si fonda traendone forze e limiti, quest’opera di Lukács può avere un’importante funzione di richiamo a non dimenticare che, sotto alla superficie lucida della «volontà di potenza» tecnocratica si agitano sempre flussi di bisogno e di desiderio.

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