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di Nicola Abbagnano

«La Stampa» 3 febbraio 1971

L’Estetica di Lukács

A chi abbia anche una scarsa familiarità con l’arte contemporanea può apparire sorprendente la definizione che György Lukács dà dell’arte nella sua Estetica (1600 pagine ora tradotte presso l’Editore Einaudi: il solo primo volume dell’opera che dovrebbe comprenderne altri due): l’arte è il rispecchiamento della realtà. Coloro che visitino qualche galleria o mostra d’arte contemporanea o siano appena al corrente della varietà di indirizzi, di stili e di gusti che sono proposti, difesi e illustrati da artisti e da critici, si rendono subito conto che «il rispecchiamento della realtà» è ciò di cui l’arte contemporanea si preoccupa meno, anche quando non lo rifiuta esplicitamente o non lo disprezza come una degradazione dell’arte. E, d’altronde, non è quello un altro nome dell’imitazione (o mimési) che già Platone e Aristotele consideravano come la sola funzione dell’arte e che l’estetica moderna, da Vico in poi, ha combattuta e respinta?

Lukács ritiene che non solo l’arte, ma tutta la vita umana, in tutti i suoi aspetti, non fa che rispecchiare la realtà. Solo questa tesi, egli dice, consente di respingere definitivamente l’idealismo, che considera la realtà come la creazione della coscienza. E solo il rifiuto dell’idealismo consente di negare alla realtà il carattere sovratemporale o atemporale, cioè «eterno», e di considerarla come mutamento e divenire, cioè come storia. L’intera opera di Lukács è stata e rimane diretta soprattutto alla difesa dello storicismo; cioè di una concezione che vede nel mondo una realtà che si sviluppa e diviene con un ritmo razionale o dialettico e che perciò coincide con lo sviluppo e il divenire della Ragione. Non per nulla egli è stato frequentemente accusato di idealismo da parte dei suoi critici marxisti e non marxisti, nonostante le sue pretese di essere un materialista seguace di Marx e Lenin. Ma, dal suo punto di vista, l’arte non è rispecchiamento nel senso di essere la copia fotografica della realtà. La realtà è in continuo mutamento per opera del lavoro umano, e della scienza che ne continua e rafforza l’azione. L’arte rispecchia a ogni istante questo mutamento, lo simboleggia, quale esso è qui e ora, e ne coglie la radice profonda che sta nella stessa umanità dell’uomo. Quando Lukács dice che l’arte rispecchia la realtà, intende per «realtà» il rapporto indissolubile uomo-mondo. Questo rapporto è mediato dal lavoro. Una cosa naturale diventa un oggetto solo in quanto diventa oggetto di lavoro o mezzo di lavoro, sicché solo con il lavoro nasce un autentico rapporto tra l’uomo e il mondo. Lukács su questo punto non vede alcuna differenza tra Hegel e Marx: afferma che «solo la teoria hegeliano-marxiana dell’autocreazione dell’uomo attraverso il proprio lavoro» ha messo in luce il principio che (secondo le parole di Gordon Childe) «l’uomo crea se stesso». Il rispecchiamento dell’arte è allora il rispecchiamento di questa autocreazione: e cioè la via, sia pure obliqua, approssimativa e imperfetta, attraverso la quale l’umanità giunge alla propria autocoscienza. Anche quando l’arte rappresenta, o si propone di rappresentare, cose o eventi del mondo naturale, pretendendo di esserne la semplice copia fotografica, essa include nel suo prodotto (sia esso romanzo, poesia o raffigurazione) un rapporto inscindibile della cosa o dell’evento con l’umanità e precisamente con quel momento della storia di essa, cui l’artista appartiene. «L’oggetto di questo rispecchiamento — scrive Lukács — deve apparire non soltanto come è in sé, ma anche come momento dell’interazione tra società e natura, tra le sue cause e le conseguenze nella società. Nella posizione degli oggetti, comprende quindi anche il rapporto umano, la reazione umana agli oggetti stessi». Non è indispensabile che l’artista abbia consapevolezza di questo rapporto, che è l’oggetto autentico della sua arte, giacché anche se lo nega, esso è presente a lui come uomo che vive tra gli altri uomini e nel mondo. Ma se tutta la vita è un rispecchiamento della realtà, in che modo l’arte si distingue dalle altre forme dell’attività umana, e per esempio dalla scienza? Fin dai suoi primordi nel mondo greco, la scienza ha cercato di «disantropomorfizzare» il mondo, cioè di interpretarlo prescindendo da ogni carattere o attività umana. Questa disantropomorfizzazione conferisce alla conoscenza scientifica la sua validità oggettiva e ne fa uno strumento indispensabile per l’esistenza umana nel mondo: ma essa accentua pure il distacco, anzi la frattura, tra il rispecchiamento scientifico e il rispecchiamento estetico. La scienza vede nella natura un oggetto completamente indipendente e staccato dall’uomo; l’arte vede nella natura un oggetto che è in rapporto essenziale con l’uomo: un rapporto sociale, perché mediato dal lavoro e dalle relazioni tra gli uomini che il lavoro comporta. Perciò l’oggetto, di cui si occupa l’arte, non è la natura nella sua universalità né l’individuo nella sua particolarità: e piuttosto un tipo nel quale il rapporto uomo-natura si specifica in un dato momento della storia. Ma, dall’altro lato, l’arte si allea alla scienza contro la religione in quanto entrambe tendono ad eliminare dal mondo il soprannaturale, l’eterno, il trascendente. La scienza e l’arte, secondo Lukács, sono gli organi creati dall’umanità per se stessa, per conquistarsi la realtà, per sottometterla, per trasformarla in un possesso durevole e sempre disponibile del genere umano. Ma la scienza può procedere su questa via solo fino ad un certo punto: si rifiuta di dare una «visione del mondo», si avvale soprattutto di astratti strumenti o di modelli matematici, e così lascia ancora libero il campo al bisogno religioso. Solo l’arte può liberare definitivamente l’uomo da tale bisogno e realizzare la catarsi definitiva. Solo la catarsi estetica rivelerà all’uomo la sua vera essenza, tacendogli vedere che la storia è latta da lui stesso, e non da una forza trascendente, e dandogli l’autocoscienza che gli permette di viverla e di parteciparvi in quanto lotta di forze e debolezze umane, di virtù e di vizi umani.

Lukács identifica perciò l’avvenire socialista della società umana con il trionfo dell’arte. Solo l’arte porta l’uomo alla coscienza dei suoi rapporti con gli altri uomini, gli fa scorgere la propria essenza e gli consente di rispondere al vecchio imperativo del «conosci te stesso». Ma «conoscere se stesso» significa per l’uomo riconoscersi come l’unico Soggetto della storia, come vera e sola divinità che domina e dirige lo sviluppo progressivo della società umana. Come autocoscienza dell’umanità, l’arte non solo tende a eliminare il bisogno religioso che fa appello a una Realtà trascendente, sia pure indefinita o indefinibile, ma anche limita e subordina a sé le altre attività umane, il lavoro e la scienza. E perché non l’economia e la politica? Questa estetica di Lukács non è un’analisi dei fenomeni artistici ma un sistema di filosofia che, sulla scia del romanticismo del secolo scorso, scorge nell’arte il solo strumento adeguato per la conoscenza dell’Assoluto. Le strutture economiche e sociali, per quanto episodicamente richiamate da Lukács, perdono ogni importanza in questo contesto. Sembra che tutte le speranze dell’uomo, per uscire dalle strettoie in cui oggi si trova e dai conflitti che lo tormentano, devono appuntarsi sull’arte. Ma questa esaltazione dell’arte, questa specie di delirio idealistico, non è una fuga dalla realtà più che esserne il rispecchiamento?

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