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di Nicola Abbagnano

«La Stampa» 06 giugno 1971

IL FILOSOFO DELL’EST

György Lukács è stato il più hegeliano dei filosofi marxisti. Da un lato, ha sempre combattuto tutte le forme dell’idealismo, ritenendole espressioni della società capitalistica, tentativi di questa società di mistificare la realtà naturale e storica per giustificarla sub specie aetrnitatis; e ha incluso, tra quelle forme, dottrine disparate, compreso l’esistenzialismo, e manifestazioni diverse della letteratura e dell’arte moderna e contemporanea. Ma dall’altro lato, il realismo di cui si è sempre fatto sostenitore non ha nulla che fare col realismo positivistico, quale era stato difeso da Engels ed è tuttora la base di quel «materialismo dialettico» che è la filosofia ufficiale dei paesi comunisti: secondo il quale, la realtà naturale e storica è un mondo assolutamente oggettivo, dominato da una ferrea necessità, da leggi immutabili, che l’uomo può solo passivamente rispecchiare nella sua conoscenza e seguire nella sua prassi. Questo realismo ingenuo è stato sempre estraneo all’opera di Lukács, nonostante le sue esplicite affermazioni in proposito (spesso suggeritegli dagli eventi politici in cui si è trovato coinvolto) e le citazioni di Engels, Lenin, Stalin, di cui i suoi scritti sono costellati. I due concetti fondamentali sui quali ha imperniato la sua filosofia, la sua estetica e la sua critica letteraria, sono quelli di coscienza e di dialettica; e sono entrambi di derivazione hegeliana. Per coscienza, egli ha inteso prevalentemente la «coscienza di classe»: ed era stato Hegel a chiarire per la prima volta questo concetto nella sua Filosofia del diritto (1821). Hegel aveva insistito sulla necessità razionale della divisione della società in classi e sulla necessità che l’individuo assumesse coscienza della classe cui appartiene perché, senza tale coscienza, l’individuo non sarebbe veramente reale, cioè ente sociale, e la classe non sarebbe tale. Lukács, nella raccolta di saggi pubblicata nel 1923 e intitolata Storia e coscienza di classe (che è stata la sua opera più diffusa e discussa) vede nella coscienza di classe il Soggetto unico della storia, la sola forza che fa la storia. Ma la coscienza di classe, egli dice, è solo quella del proletariato: la borghesia non può averla, perché averla equivarrebbe a riconoscere la necessità inevitabile della propria soppressione prospettata dal conflitto fra le classi e dall’abolizione delle classi cui questo conflitto metterà capo. Per il proletariato, invece, la coscienza di classe costituisce o costituirà la possibilità reale o storica della sua propria trasformazione in una società senza classi.

Da questo punto di vista, le strutture economico-sociali, nelle quali Marx ed il marxismo scorgevano la vera molla della storia, passavano in secondo piano: si spiega quindi la reazione negativa che l’opera di Lukács provocò tra i marxisti ortodossi. E, da quel momento, Lukács stesso preferì insistere sull’altro cardine della sua filosofia: il concetto di dialettica. Nell’opera Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica (1948) egli scorgeva nella dialettica hegeliana la forma suprema della filosofia borghese in generale, quindi anche «l’anello intermedio a cui poteva direttamente riannodarsi la formazione del materialismo dialettico». Hegel, secondo Lukács, ci ha dato un quadro impressionante della nascente industria capitalistica, della divisione del lavoro, dello sviluppo della tecnica e della solidarietà che si stabilisce tra gli individui che lavorano, ci ha dato pure una visione profetica dell’alienazione fatale che è propria dell’uomo nella società capitalistica e delle contraddizioni in cui questa si dibatte. Non ci ha dato, invece, il modo di risolvere tali contraddizioni perché la società capitalistica, ai tempi di Hegel, non era abbastanza matura; e questo compito è stato assunto da Marx. Marx ha così superato l’idealismo morale (che fu proprio dell’illuminismo), mostrando che la soluzione delle contraddizioni sociali è affidata alle possibilità reali offerte all’uomo dalle strutture economiche; ma è rimasto, secondo Lukács, nell’ambito dell’idealismo dialettico, che vede concretarsi e realizzarsi, mediante tali possibilità, l’opera della ragione. E alla difesa della ragione nel senso hegeliano, Lukács dedicava l’altra sua opera, La distruzione della ragione (1954), nella quale è criticata e rigettata ogni forma dell’irrazionalismo, ritenuta come la roccaforte del peggiore capitalismo borghese.

Quando Lukács, ormai al di fuori delle vicende politiche e giunto alla sua tarda maturità, si è potuto dedicare ad un’opera che compendiasse la sua eredità filosofica, ha posto mano alla composizione di una monumentale Estetica, di cui è uscito nel 1963 il primo volume. E qui veramente egli si dimostra il continuatore di quello spirito romantico di cui la figura di Hegel era stata la massima incarnazione. L’arte, dichiara ora Lukács, è la sola via aperta all’uomo per la sua liberazione definitiva dalla contraddizione e dall’alienazione inerenti alla società capitalistica. Lukács insiste ancora energicamente sull’oggettività del mondo reale, sulla sua esistenza indipendente dall’uomo. Ancora afferma che ogni attività umana, la scienza come l’arte, è un rispecchiamento della realtà oggettiva. Ma questo rispecchiamento è tutt’altro che passività. L’oggetto risucchiato è in realtà il prodotto di un’azione reciproca tra la società e la natura, ed è quindi costituito essenzialmente dal rapporto con l’uomo, dalla reazione umana all’oggetto naturale. «Solo la teoria hegeliano marxiana della autocreazione dell’uomo attraverso il proprio lavoro — ha scritto Lukács — ha messo in luce il principio che l’uomo crea se stesso». Poiché questa autocreazione e più libera nell’arte, è solo attraverso l’arte che l’uomo potrà raggiungere la propria liberazione definitiva dalle strettoie della natura e della società. Questa è stata, a quanto si sa, l’ultima parola di Lukács. Dal punto di vista del marxismo, Lukács ha avuto il torto di sottovalutare la funzione condizionante che le strutture economiche esercitano nello sviluppo storico della società e nella formazione della personalità umana: una funzione che, almeno in un certo grado o in certe forme, nessuno oggi può ragionevolmente contestare. E così, è stato troppo hegeliano. Ma dall’altro lato ha messo in luce, nella stessa filosofia di Hegel, le analisi sociali che vi si trovano e che a Hegel erano state ispirate da una conoscenza approfondita dei fondatori dell’economia classica. Le oscillazioni degli atteggiamenti politici di Lukács, le polemiche violente e spesso ingiuste, che egli ha condotto contro molti aspetti della filosofia moderna e contemporanea, non devono impedire di scorgere nella sua opera una delle manifestazioni salienti del pensiero contemporaneo. Considerata al livello dei suoi concetti-chiave, la sua dottrina mostra la coerenza sostanziale della sua ispirazione e dei suoi sviluppi. Dopo la sua morte, essa sarà sottratta alla polemica politica contingente; ma rimarrà ancora, come quella di ogni autentico filosofo, una via d’accesso a ricerche feconde.

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