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di Vittorio Strada

«Corriere della sera» 9 settembre 2000

GYÖRGY LUKÁCS, Dostoevskij A cura di Micheli Cometa SE, pagine 164, lire 30.000<

Tra gli itinerari che portarono ad aderire alla rivoluzione bolscevica il più singolare è quello di György Lukács. Dopo una folgorante formazione nell’ambito della cultura filosofica e letteraria ungherese e tedesca, Lukács giunse ad un incontro, per lui organico e decisivo, con l’«idea russa» e, in particolare, con l’opera di Dostoevskij, il cui «sacro nome» egli ricorda con trepidazione in un saggio giovanile come quello del «nostro più grande autore epico». L’incontro con la Russia divenne anche un fatto della sua vita personale poiché nel 1913 egli conobbe e poi sposò una rivoluzionaria russa fuoriuscita, Elena Grabenko: il loro tormentato rapporto aprì a Lukács il mondo del terrorismo russo, della cui problematica morale e intellettuale egli subì il fascino attraverso le pagine dei libri del più complesso terrorista russo, Boris Savinkov (Ropscin), che la Grabenko gli traduceva. Era, in particolare, il problema etico del delitto commesso in nome di un supremo valore di giustizia che agitava Lukács, delitto non riscattabile come mezzo giustificato dal fine, ma colpa per chi lo commetteva e purtuttavia necessario: il terrorista assassino diventava lui, in un certo senso, la vittima poiché, scriveva Lukács, muovendo da un’«etica mistica» si deve violare il comandamento del «non uccidere» e per «salvare l’anima», cioè per essere fedele a un imperativo superiore, il terrorista deve «sacrificare proprio l’anima». Quale autore meglio di Dostoevskij poteva rispondere a questa problematica? La Teoria del romanzo (1915) non era che il preludio a una lettura dell’opera di Dostoevskij, della quale il pensatore ungherese lasciò solo appunti preparatori, ora offerti al lettore italiano. In tutta la vastissima letteratura dostoevskiana non c’è un altro libro in cui l’autore di Delitto e castigo sia così abissalmente vissuto e sofferto, tanto che questo Dostoevskij di Lukács è assai più uno «specchio» del suo autore che del suo oggetto. Dalla non facile, ma avvincente lettura si può almeno in parte intuire come dal «suo» Dostoevskij, letto in una paradossale chiave rivoluzionaria, di lì a poco Lukács abbia potuto fare l’antidostoevskiano «salto» verso il Lenin di Storia e coscienza di classe.

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