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di Vittorio Strada

«Corriere della sera» 2 febbraio 2000

Accusato da un agente ungherese, rimase in prigione a Mosca per due mesi. Poi intervenne Stalin.

Esce in Russia l’inchiesta cui la polizia sovietica nel 1941 sottopose il filosofo del “realismo socialista” Lukács, interrogatorio di una presunta spia Accusato da un agente ungherese, rimase in prigione a Mosca per due mesi. Poi intervenne Stalin.

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È apparso in questi giorni a Mosca, con una tiratura minuscola di trecento esemplari, un libro che integra la biografia di una delle figure piu’significative della vita intellettuale del nostro secolo: quella di György Lukács. Si colma così una lacuna riscontrabile anche nei resoconti meglio documentati, come la monografia di Arpad Kaderkay, la piu’completa ricostruzione della vita del pensatore marxista ungherese, e lo studio di Laszló Sziklai, che analizza il periodo meno noto della vita di Lukács: quello della sua permanenza a Mosca tra 1930 e 1945. Il libro, col titolo Conversazioni alla Lubjanka, pubblica per la prima volta i materiali dell’inchiesta cui Lukács fu sottoposto nel 1941, durante i due mesi di detenzione nel carcere della polizia politica sovietica, la Lubjanka. Si tratta dunque di interrogatori, i cui protocolli costituiscono, assieme ad altri materiali inediti, il grosso del volume, che si conclude con un ampio saggio biografico di Aleksandr Stykalin. L’interesse di queste Conversazioni alla Lubjanka non si limita alla biografia del filosofo, ma si estende a tutta un’epoca e un sistema, dei quali Lukács fu uno dei protagonisti di maggior rilievo. Una vita avventurosa, davvero romanzesca, fece del giovane Lukács, assurto a notorietà già per le sue prime opere, il prototipo di un personaggio della Montagna incantata di Thomas Mann: il gesuita marxista Leo Naphta, oppositore della rosea fiducia liberale nel progresso d’un altro protagonista del romanzo, Settembrini, e teorizzatore di un terrore rivoluzionario giustificato in nome di una redenzione finale dell’umanità. Non solo: si trova la presenza di Lukács anche in un altro notevole libro di quel tempo, Il lavoro intellettuale come professione di Max Weber (che di Lukács fu estimatore), nelle pagine in cui si distingue tra “etica della convinzione”, ligia all’impulso incondizionato verso un Bene supremo, e “etica della responsabilità”, criticamente attenta ai concreti risultati dell’azione. Quel dilemma riflette una polemica sulla giustificazione dei mezzi mediante il fine e sul rapporto tra politica e morale che il giovane Lukács allora (1918-19) viveva con drammatica intensità, prima di compiere il “salto” mistico nell’assoluta milizia comunista, con tutte le conseguenze di accettazione e partecipazione alla violenza rivoluzionaria, Per Lukács, che era figlio di una ricca famiglia dell’alta borghesia ungherese e che godette dei privilegi da ciò derivanti anche nei primi anni della sua attività rivoluzionaria, l’incontro con la Russia, dove trascorse poi la parte centrale della sua vita (una Russia ormai sovietica), fu tutt’altro che estemporaneo e casuale. Dapprima esso si svolse sotto il segno di Dostoevskij, la cui lettura appassionata e affascinata fu centrale per la sua formazione. Ma anche nella sua vita privata la patria di Dostoevskij entrò decisamente quando (nel 1914) Lukács sposò una fuoruscita russa, Elena Grabenko. Questa donna era una terrorista social-rivoluzionaria che, a detta di tutti quelli che la conobbero, pareva uscita dalle pagine più allucinate dell’autore dei Demoni e che, con i suoi liberissimi costumi, scandalizzò la famiglia di Lukács. Il quale era attratto verso di lei da complessi sentimenti, non ultima l’avversione per il perbenismo filisteo della buona società budapestina. Fu la Grabenko, tra l’altro, a iniziare Lukács alla problematica del terrorismo rivoluzionario. Ma il matrimonio, tormentato e sofferto, non durò a lungo e l’infelice Elena, tornata nella sua patria, vi scomparve, probabilmente distrutta nella carneficina staliniana. György Lukács in Russia arrivò nel 1930, non semplicemente come emigrato politico, ma come uno dei marxisti più celebrati e, da parte dell’”ortodossia” di partito, più criticati. Il suo libro Storia e coscienza di classe costituisce tuttora la più elaborata teorizzazione filosofica del leninismo, paragonabile soltanto, pur nella sua originalità, all’altro leninismo “occidentale”, quello di Antonio Gramsci. Nel quindicennio trascorso nella Russia sovietica, collaborando con i principali centri culturali moscoviti, Lukács svolse una attività intellettuale assai intensa e feconda, soprattutto nel campo storico-letterario: i suoi studi sul realismo europeo, pubblicati dapprima nell’Urss e poi in tutto il mondo, gli valsero grande fama, per quanto controversa. Massimo teorico del “realismo critico” e del “realismo socialista”, Lukács fu in ogni campo (letterario, filosofico, politico), una singolare figura di “eretico ortodosso”, leninista e stalinista convinto, ma intellettualmente di gran lunga superiore agli ideologi del regime, coi quali non poteva non scontrarsi, pur operando nella loro stessa direzione e pur senza venire mai meno ai principi generali del regime e della sua ideologia. Questo anche quando, al tempo dell’insurrezione ungherese, si schiero’temporaneamente dalla parte di Imre Nagy, riuscendo pero’a sopravvivergli. Fu questa figura complessa che nel 1941 arrivo’di fronte a un inquirente della polizia politica sovietica, alla Lubjanka, per la banale accusa di un agente dei “servizi” ungheresi, arrestato al confine dai sovietici, il quale aveva falsamente dichiarato di avere il nominativo di Lukács tra i suoi referenti da contattare a Mosca. Accusa “banale” che pero’poteva costare assai cara in quel tempo. Fortunatamente a Lukács fu risparmiato il peggio: egli se la cavò straordinariamente con un paio di mesi di detenzione non grazie alle ritrattazioni degli “errori” del suo passato intellettuale che egli fece allo sconcertato inquirente, ma grazie all’autorevole intervento di Dimitrov che si rivolse direttamente a Stalin. Sfuggito così alla carneficina staliniana, che sterminò gran parte degli altri comunisti ungheresi emigrati a Mosca, Lukács restò per sempre prigioniero nel labirinto di quella micidiale esperienza in cui egli era entrato aderendo al comunismo sotto il segno di Lenin e di Dostoevskij, un’esperienza che egli seppe soggettivamente padroneggiare grazie alla sua olimpica “saggezza” hegeliana, pronta a trovare a tutto una convinta giustificazione in nome delle supreme finalità rivoluzionarie. Il che non diminuisce la sua personale responsabilità per i concreti criminosi risultati. A lui, morto nel 1971 (era nato nel 1885), fu risparmiato, oltre al Gulag o alla fucilazione, anche lo spettacolo del disastro totale e finale della causa cui aveva consacrato la sua vita. Una vita fortunata, dopo tutto.

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ACCUSA & DIFESA

«Lo ammetto, ho polemizzato con Engels sono stato un pensatore idealista» Dall’interrogatorio del 5 agosto 1941.

DOMANDA: Che “errori” ha commesso?

RISPOSTA: Nel 1923 uscì il mio libro Storia e coscienza di classe (una raccolta di articoli scritti nel 1919-1922). Questo libro è la “sintesi filosofica” delle mie idee ultrasinistrorse di questo periodo. La base di questa “filosofia” è la sopravvalutazione dei fattori soggettivi e la sottovalutazione dei fattori oggettivi. Ho sopravvalutato il ruolo storico della società e ho sottovalutato il ruolo storico della natura. Ho polemizzato contro Engels nella questione della dialettica della natura (…). Tutto ciò dimostrava che nel campo della filosofia ero un idealista.

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