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di Demetrio Volcic

da Est. Andata e ritorno nei Paesi ex-comunisti, Mondadori, Milano 1997, pp. 166-68.

Mi piacerebbe descrivere l’incontro con un grande dell’epoca, il filosofo György Lukács, ma il ricordo è molto sfumato. A suo tempo affermò che il peggior regime comunista è migliore del miglior capitalismo. Lukács partecipò nel 1956 al governo rivoluzionario di Nagy, pagò con l’esilio in Romania, ma poi fu lasciato più o meno in pace, essendo già il monumento di se stesso, oltre che del pensiero classico marxista. Mi aveva fissato un breve appuntamento, senza registratori né tantomeno telecamere, credo nel ’70. Aveva superato abbondantemente l’ottantina, sarebbe morto di lì a poco.

Sarebbe stato assai scortese estrapolare dal contesto di un’opera che contava migliaia di pagine fondamentali qualche breve parola d’ordine per chiedergli se la ritenesse ancora valida. Nel mio tedesco più forbito – il filosofo aveva trascorso tre decenni di esilio in paesi tedescofoni – mi ero preparato sui libri le solite domande scolastiche. È vero che il decadimento culturale dipende dal capitalismo, e che cosa c’entra Kafka? Gli chiesi anche della sua grande passione per Thomas Mann. Parlottò un po’ dell’umanesimo dei grandi realisti. Dare un più ampio respiro alla teoria marxista con l’innesto del pensiero borghese, mi parve di capire fosse il suo ultimo sforzo sistemico. Intorno, la corte degli allievi attendeva impaziente la fine del colloquio, ovviamente inutile per la televisione, che si aspettava giudizi politici.
Il gruppo di questi allievi, disperso qualche anno dopo, si occupava di politica in senso lato, ma disdegnava quella quotidiana. Uno dei loro principali problemi riguardava l’ampliamento della sfera della società civile per bilanciare la corazza dell’ufficialità. I regimi di stampo sovietico non potevano essere affrontati a muso duro, si era visto con Nagy e con Dubček, ma forse potevano essere circondati, fagocitati. Bisognava costituire gruppi informali, tanti, diversi, dediti persino alla filatelia o alla collezione di farfalle, scrivere, pubblicare su ogni giornale disponibile, anche sottobanco. Sono tesi che nessuno andrà a spiattellare al primo giornalista forestiero.
Andràs Hegedüs, primo ministro staliniano, cacciato dai revisionisti e rifugiatosi a Mosca, passò il suo esilio nelle biblioteche e tornò a Budapest più revisionista di coloro che lo avevano espulso. Fu tra i più attivi in questo tentativo di allargare gli spazi civili. La sua teoria neoevoluzionista produsse fra l’altro all’Est i primi circoli ecologici, dove si poteva contestare la politica del regime senza correre il pericolo di andare in prigione.
Nella prassi eravamo dunque già molto lontani dalla teorizzata supremazia del peggior socialismo sulla migliore democrazia occidentale.
Avevo visto Lukács pochi mesi prima a un’adunanza importante del partito, e mi sembra fosse la prima volta che il pensatore metteva piede in un’assemblea ufficiale dopo il 1956. Kádár si fece incontro al vegliardo, lo prese sottobraccio, sembravano commossi tutti e due e la sala applaudiva. Anche Lukács aveva esaurito il suo disprezzo per il kadarismo. Fu questo, credo, il messaggio. Del filosofo ricordo la testa sparuta, lo sguardo forse annoiato, comunque lontano, il viavai di gente, tanti libri e il desiderio, suo e mio, di trovarsi il prima possibile in strada.

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