Tag

, , ,


di Pressburger Giorgio

«Corriere della Sera» 5 settembre 1996

Il “padre” della rivolta antisovietica appena un anno prima esulta “arruolando” l’artista nel campo del realismo socialista. All’arte occidentale pessimista e senza sbocco opponeva la via della salvezza anti imperialista. Nel complesso legame fra i due grandi tutta la tragedia della lotta ideologica nel Novecento.

A quarant’anni dai “fatti di Budapest”, una prefazione dimenticata di Lukács getta un’ombra sulla coerenza delle scelte antitotalitarie del filosofo.

***

Tra poche settimane si celebrerà una ricorrenza importante: il 23 ottobre di quarant’anni fa a Budapest scoppiò la rivolta popolare contro il regime stalinista di Rákosi. Uno dei fautori e “padri” di quei moti fu un grande intellettuale marxista di quegli anni: György Lukács. In seguito scontò con la segregazione e il forzato silenzio quella presa di posizione e rimase nell’ombra fino alla fine della sua vita. Morì nel 1971. quando ancora per molti artisti e critici “di sinistra” del nostro Paese alcuni suoi scritti, e soprattutto “La distruzione della ragione” erano una specie di vangelo. Poche settimane fa, a Budapest, cercando un’antologia di poesie nella vecchia biblioteca polverosa di un mio zio morto ormai da un decennio, mi imbattei in una edizione ungherese dei racconti giovanili di Thomas Mann. La prefazione a opera di György Lukács, portava la data: 15 aprile 1955. Era seguita, nel volume, da un brevissimo scritto di Mann, indirizzato ai lettori ungheresi, datato anch’esso Kichenberg Zurigo, 14 marzo 1955. Lessi le due introduzioni e rimasi sconvolto. Tutta la notte non riuscii a chiudere occhio. La prefazione di Lukács, redatta un anno prima dei “fatti d’Ungheria”, testimonia una determinazione e una convinzione di una durezza inaudita, ma nel senso opposto a quello della rivolta del ’56. Le sue espressioni sono minacciose, talvolta inappellabili. Ecco per esempio la chiusura del piccolo scritto: “E Thomas Mann, il poeta, sempre più apertamente, sempre più decisamente si batte per la vita, per la salute, per la pace e per il socialismo. contro la morte, la malattia e l’estinzione. contro l’imperialismo reazionario, contro il fascismo. Questa è la presa di posizione di Thomas Mann, sempre più chiara e decisa. È questo che lo fa essere il più grande realista critico della nostra epoca”. Lukács parlava di un’arte “malata”, imperialista. Dieci, quindici anni prima parole simili erano risuonate a Berlino, per bocca dei nazisti. Fu questo paragone a togliermi il sonno. Ovviamente l’interpretazione non è così univoca, può darsi che il filosofo ungherese pensasse all’arte occidentale come incamminata sulla via di un pessimismo senza sbocco, mentre vedeva, sinceramente, nel socialismo la via della salvezza, della “salute”. Ma cosa doveva pensare la parte sofferente, malata, dell’umanità , di fronte a tali dichiarazioni? C’erano forse, nello scritto di Lukács, parole contro il sopruso e la violenza che la società in cui viveva stava perpetrando? Quanto di quelle cose scritte dal filosofo ungherese veniva dalla buona fede, e quanto era dovuta all’allineamento del linguaggio alle pressioni ideologiche di un’epoca feroce? Quale era il vero Lukács? Quello che credeva fermamente nell’arte “sana”, socialista, che si adattava a un linguaggio retorico, o quello del circolo Petőfi, impegnato a cercare, nella primavera estate del 1956, una società più libera nell’ambito dei paesi dell’Est”? Oppure il pensatore in un anno aveva cambiato totalmente opinione? Il legame di Lukács con l’opera di Thomas Mann riassume in sétutta la tragedia della lotta ideologica di questo secolo. Vale la pena di rileggere ciò che questo grande, colto, universalmente noto filosofo di Budapest scriveva nella sua prefazione ai racconti di Mann a proposito dell’apocalisse dell’arte borghese. Infine vorrei spendere qualche parola sul grandioso romanzo del Thomas Mann della imminente vecchiaia: “Doktor Faustus”. Egli riprende ancora una volta il grande tema della sua giovinezza: il rapporto tra l’artista e la realtà borghese. Ma qui ormai non si parla soltanto della solitudine dell’artista, bensì del destino dell’arte stessa, il “mondo degli inferi” non si desta soltanto nell’artista avulso dalla società , ma da questa stessa società emana l’essenza dell’arte,. dell’arte imperialista. che è “infernale”, demoniaca. All’apparenza Thomas Mann dipinge un quadro oscuro, pessimista, della società borghese della sua epoca. Ma proprio attraverso i colori oscuri traluce il sole dell’avvenire. Come al termine delle tragedie più fosche di Shakespeare appare un Richmond o un Edgard, che indica non il crollo del mondo intero, ma il crollo di quella determinata società , al posto della quale ne verrà una nuova, migliore, così le ultime parole del protagonista del romanzo di Mann annunciano che non si tratta del crollo dell’arte, ma soltanto di quello dell’arte capitalista, e che la tragedia della nostra epoca possiede una via d’uscita: quella della costruzione dell’avvenire socialista”. La salute dell’avvenire socialista, il superamento dell’arte capitalista paiono essere il pilastro del pensiero di Lukács in quegli anni. Lukács pare credere nella dittatura del proletariato, in una società pacifista e giusta per sempre. Ma nella sua prefazione, cita uno scritto di Thomas Mann su Goethe, in cui c’è una sorta di esaltazione dello spirito borghese. Come mai, proprio questa citazione? E che cosa dice con precisione Mann? Ecco le sue parole: “Verrà quel mondo, perché un ordine razionale, corrispondente al grado di sviluppo dell’umanità , deve pur realizzarsi, nella peggiore ipotesi con la violenza di una rivoluzione, perché i principi dell’anima devono avere diritto alla vita, e devono riconquistare una coscienza umanamente pulita. I grandi figli della borghesia cresciuti dalla loro essenza borghese alla spiritualità e al superamento della borghesia stessa testimoniano delle possibilità illimitate dell’elemento borghese, le possibilità della liberazione e del dominio di sé… Io dico che la Germania riuscirà a trovare se stessa, il suo assetto, quando Carlo Marx leggerà Hölderlin. Questo incontro avverrà ben presto”. Ed ecco apparire il caso Hölderlin! Lukács, nella nota alla sua prefazione lo definisce “poeta eccellente, dallo spirito progressista” e rimanda a un proprio studio su lui. Hölderlin vagheggiava un ritorno allo spirito dell’antica Grecia, una riconciliazione con la Natura, una vita armoniosa, tutta all’insegna della bellezza e dell’equilibrio spirituale. La dittatura del proletariato doveva dunque, agli occhi di Thomas Mann, e qui di Lukács, che lo cita, conciliarsi con le aspirazioni di alta spiritualità e di equilibrio propri della borghesia. Poteva tutto questo coesistere nell’anima del grande studioso ungherese? Non era lui stesso in qualche modo affascinato dalle tendenze “malate” dell’arte borghese, non era forse dilaniato tra quella malattia, propria della sua classe di origine, e la “salute” di una arte irregimentata, ottimista, progettata nella sua efficacia di realismo socialista? La risposta è molto difficile: il giovane Lukács, studioso di Hegel e di Goethe, uomo dall’erudizione immensa, nell’Ungheria della prima guerra mondiale trova la propria identità accanto a Béla Kun e diventa commissario del popolo con il governo che per tre mesi si insedierà nell’unico Paese dell’Impero che accanto a quello dell’Austria avesse il proprio nome nella “corona” asburgica. Dopo la caduta di quel governo comunista Kun riparerà nell’Unione Sovietica e sarà fucilato, negli anni Trenta, durante le epurazioni feroci volute da Stalin. Quale tempesta, quale incertezza doveva pervadere l’anima di Lukács! Dove riporre i propri ideali? Com’era tragicamente finita nella pazzia l’utopia di Hölderlin, così l’illusione di Lukács di una società giusta e socialmente pacificata doveva subire colpi spaventosi. Eppure Lukács, come abbiamo visto anche attraverso le parole della sua prefazione a Mann, continuò a condannare l’arte imperialista e aver fede nel comunismo di Stalin e Rákosi. Almeno all’apparenza. Lukács non poteva non augurare l’avvento di una società meno feroce. Nel ’56 si schierò con i rivoltosi. La sua anima oscillava, paurosamente, proprio come quella di Adrian Leverkühn, il protagonista del “Faustus” di Mann. Ma la storia di quella prefazione ha anche altri “risvolti”. Il rapporto di Thomas Mann con il pensatore ungherese in realtà era cominciato molti anni prima. Non bisogna dimenticare che Lukács ha dedicato importanti saggi all’opera di Mann; i due, in qualche modo hanno camminato insieme e pare addirittura che la descrizione di uno dei personaggi de “La montagna incantata” di Mann, corrispondesse alle fattezze e al modo di fare di György Lukács. Il personaggio in questione è l’insinuante, pessimista, nichilista Naphta! Thomas Mann pare diffidare del suo amico ungherese, di questo suo fedele accompagnatore. Le due pagine scritte da lui, in aggiunta a quelle di Lukács, nella prefazione del ’55, paiono prevenire tutto ciò che l’altro avrebbe potuto scrivere. Nelle sue due pagine, Thomas Mann non mostra affatto una particolare inclinazione verso il socialismo, come Lukács asserisce nel suo scritto. Parla appena di una possibilità di comprensione reciproca. “L’esigenza di liberare le anime legate da vincoli e riunificare il mondo diviso dalla politica sotto l’insegna della “verità e della bellezza”, cioè dell’arte. È questo che riempie quella vita (Thomas Mann parla di se stesso) e quell’opera, ed è per questo che mi lusinga sapere di avere degli amici non soltanto nei paesi dell’Europa Occidentale, e nella mia patria “divisa politicamente”, ma anche oltre la disgraziata “cortina di ferro”: con questo non dico di voler piacere a tutti con le mie cose, ma vedo un segno incoraggiante per la possibilità di comprenderci nell’ambito dell’umanità, di ritrovare noi stessi, in una parola vedo una possibilità per la pace”. Siamo ben lontani quindi dal “voler prendere posizione sempre più decisamente per la vita, la salute”. Thomas Mann addirittura vuole scusarsi per aver accettato la pubblicazione delle sue opere nell’Ungheria comunista (“non voglio piacere a tutti con le mie cose”). Quarant’anni fa tutto poteva apparire sospetto al di là e al di qua della “cortina di ferro”. I due grandi si parlavano a distanza con sotterfugi e prudenza: si inviavano messaggi cifrati circa le proprie aspirazioni e illusioni. Uno immaginava un mondo pervaso dalla verità e dalla bellezza dell’arte, auspicava che Marx leggesse Hölderlin, l’altro sperava che la borghesia volontariamente si unisse al socialismo, alla dittatura del proletariato, come aveva fatto lui stesso, optando per la “salute” della società di Stalin e di Rákosi, o almeno non rinnegandola apertamente. Eppure le reciproche illusioni, lo scrutarsi vicendevole per tutta una vita di questi due eminenti personaggi della cultura del nostro secolo testimoniano di una tragica grandezza, simile a quella del protagonista di “Doktor Faustus”. La loro partita oggi appare conclusa con un risultato davvero paradossale: in un certo senso, ciò che non avviene mai in una partita, hanno perso tutti e due.

Annunci